07 Mar LIBROTERAPIA: Il ventre di Napoli di Matilde Serao
“Questo ricco sangue napoletano si arroventa nell’odio, brucia nell’amore e si consuma nel sogno.”
Venerdì 7 Marzo 2025 ore 19.00 presso la Biblioteca “A casa di Lucia” in via Ponte, 43 Sala di Caserta abbiamo vissuto un nuovo incontro di Libroterapia curato dalla Dott.ssa Psicologa Nadia Ersilia Atzori, attraverso il libro “Il ventre di Napoli” di Matilde Serao.
“Come raccontare una città già così abbondantemente raccontata? Se immaginiamo una classica tavolozza di colori con varie gradazioni e sfumature, ecco, Napoli deteneva il colore più intenso, più brillante, esplosivo e in un’ultima analisi paralizzante: mangiava ogni colore e i residui erano frazioni così minime che non servivano: spiccioli di cui volevi liberarti.”
Una madre troppo debole o infiacchita dal lavoro ha un bimbo, ma non ha latte. Vi è sempre un’amica o una vicina o qualunque estranea pietosa, che offre il suo latte; ne allatterà due che importa? Il Signore penserà a mandarle il latte sufficiente. Tre volte al giorno la madre dal seno arido porta il suo bambino in casa della madre felice: e seduta sulla soglia, guarda malinconicamente il suo figlio succhiare la vita. Bisogna aver visto questa scena e avere inteso il tono di voce sommessa, umile, riconoscente, con cui ella dice, riprendendosi in collo il bambino: “O Signore t’o’ renne, la carità che fai a sto figlio.” E la madre di latte finisce per mettere amore a questo secondo bimbo e, allo svezzamento, soffre di non vederlo più: e ogni tanto va a ritrovarlo, a portargli un soldo di frutta, o un amuleto della Vergine: il bimbo ha due madri. Una povera donna andava in servizio, non poteva tenere presso di sé il suo bambino; lo lasciava a un’altra povera donna, che orlava gli stivaletti, e lavorava in casa, cioè nella strada. Ella metteva i due bimbi, il suo e quello della sua amica, nello stesso sportone (culla di vimini), attaccava una funicella all’orlo dello sportone e dall’altra parte al proprio piede, e mentre orlava gli stivaletti, canticchiava la ninna nanna per i due bimbi; mentre orlava gli stivaletti, mandava avanti e indietro il piede, per cullare i due bimbi e nello stesso sportone. È naturale che il popolo non possa far carità di denaro, al più povero di lui, non avendone; ma si vedono e si sentono carità più squisite, più gentili. Una cuoca si metteva sempre di malumore quando la padrona ordinava il brodo: era soltanto felice quando si ordinavano maccheroni o legumi, o risotto, grosse nutrienti minestre. Fu lungamente sospettata di ingordigia, sebbene alla sua personcina malandata fosse più necessario il brodo che i maccheroni: in realtà ella dava la sua minestra, ogni giorno, ai due bimbi della portinaia, e preferiva dar loro un grosso piatto, anziché tre cucchiaiate di brodo: ella rimaneva senza. Alla sera, quando vanno via, tutte le serve portano un fagottino degli avanzi del pranzo, quando la padrona ha la bontà di darli loro: e non servono per sé, sono per un fratellino, o per un nipote o per una madre vecchia o per qualche povera donna che non ha altro. Nessuna serva mangia tutto quello che le date: tre quarti, una metà, talvolta tutto, è destinato a un’altra persona.
Nessuna donna che mangi, nella strada, vede fermarsi un bambino a guardare, senza dargli subito di quello che mangia: e quando non ha altro, gli dà del pane. Appena una donna incinta si ferma in una via, tutti quelli che mangiano o che vendono qualche cosa da mangiare, senza che ella mostri nessun desiderio, gliene fanno parte, la obbligano a prenderlo, non vogliono avere lo scrupolo. Una donna, per fare la carità in qualche modo, lasciava che un mendicante venisse a cuocere sul proprio fuoco, sul focolaretto di tufo, il poco di commestibile che la mendicante aveva raccattato. Tanto avrebbe dovuto perdersi, quel resto del fuoco, dopo la sua cucina; era meglio adoperarlo a sollevare una miserabile. Un’altra faceva una carità più ingegnosa: essendo già lei povera, mangiava dei maccheroni cotti nell’acqua e conditi solo con un po’ di formaggio piccante, ma la sua vicina, poverissima, non aveva che dei tozzi di pane secco, duro. Allora quella meno povera regalava alla sua vicina l’acqua dove erano stati cotti i maccheroni, un’acqua biancastra che ella rovesciava su quei tozzi di pane, che si facevano molli e almeno avevano un certo sapore di maccheroni. Un giorno, al larghetto Consiglio, una donna incinta, presa dalle doglie, si abbatté sugli scalini e partorì nella strada. Il tumulto fu grande: ella taceva, ma per pietà, per commozione, molte altre donne strillavano e piangevano. E in poco tempo, da tutti i bassi, da tutte le botteghe, da tutti i sottoscala, vennero fuori camiciole e fasce per avvolgervi la povera creaturina, e lenzuola per la povera puerpera. Una madre offrì la culla del suo bimbo morto; un’altra battezzò il bimbo, facendo il segno della croce sul visino; una terza questuo’ per tutte le case del vicinato; una quarta, serva, si offrì e andò a fare il servizio per la povera puerpera. La moglie del fornaio divise il suo letto, con la puerpera e il fornaio dormi sopra una tavola per 10 giorni, avendo per cuscino un sacco. E quella miserella piangeva di emozione, ogni volta che baciava suo figlio.
In quest’opera ci sono donne sole che hanno bisogno di altre donne. Tu in quale delle due versioni ti rispecchi? E quali donne hai incontrato sul tuo cammino?
La superstizione del popolo napoletano, la superstizione di questo popolo ha fatto una dolorosa impressione a tutti. La credevate cessata la superstizione? Come potevate crederlo? Non vi rammentate più nulla, dunque? Vi è il piede di Sant’Anna che si mette sul ventre delle partorienti che non possono procreare il figlio; vi è l’olio che arde nella lampada, innanzi al corpo di San Giacomo della Marca, nella chiesa di Santa Maria la Nuova, che fa guarire i mal di testa; vi è l’acqua benedetta di San Biagio ai librai che guarisce il mal di gola; vi sono le panelle, pagnottine di pane benedetta di San Nicola di Bari, che buttate in aria, nel temporale, scampano dalle folgori. Per aver marito, bisogna fare la novena a San Giovanni, nove sere, a mezzanotte, fuori un balcone, e pregare con certe antifone speciali. Se si ha questo coraggio, alla nona sera si vede una trave di fuoco attraversare il cielo, sopra vi danza Salomè, la ballerina maledetta: la voce che si ode, subito dopo, pronuncia il nome del marito. Anche San Pasquale è protettore delle ragazze da marito e bisogna dirgli per nove sere l’antifona: “O beato San Pasquale mandatemi un marito, bello, rosso, colorito, come voi tale e quale, o beato San Pasquale.” Anche San Pantaleone protegge le ragazze, ma in diverso modo: da allora i numeri del lotto, perché si facciano la dote, e si possano maritare. Nove sere bisogna pregarlo, a mezzanotte, in una stanza, stando sola, col balcone aperto e la porta aperta, e dopo gli Ave e i Pater dirgli questa antifona: “San Pantaleone mio, per la vostra castità, per la mia verginità, datemi i numeri, per carità!” Alla nona sera si ode un passo, è il santo che viene, si odono dei colpi, sono i numeri che dà. Alla quarta o quinta sera di questi strani riti, le ragazze sono tanto esaltate, che hanno delle allucinazioni e cadono in convulsioni. Alcune affermano di aver visto e di aver udito qualche cosa, alla nona sera: ma che mancò loro la fede e il miracolo non è riuscito. Tutte le superstizioni sparse nel mondo, sono raccolte in Napoli e ingrandite, moltiplicate. Noi crediamo tutti quanti alla jettatura. Non parliamo dell’olio sparso, dello specchio rotto, due cucchiai in croce col coltello, della sottana posta alla rovescia che porta sfortuna, dei ragni, degli scorpioni, della gallina: superstizioni vecchie, chi se ne occupa? I napoletani credono gli spiriti. Lo spirito familiare napoletano che circola in tutte le case è il monaciello, un bimbetto vestito di bianco quando porta fortuna, vestito di rosso quando porta sventura. Il napoletano crede agli spiriti che danno i numeri, vede gli assistiti, una razza di gente stranissima, alcuni in buona fede, altri scrocconi, che mangiano poco, bevono acqua, parlano per enigmi, digiunano prima di andare a letto e hanno le visioni. Il popolo napoletano crede alla stregoneria. La fattura trova apostoli ferventi: le fattucchiere, o streghe, abbondano. La moglie vuole che suo marito, che va lontano, le resti fedele? La strega le dà una cordicella a nodi, bisogna cucirla nella fodera della giacchetta del marito. Si vuole avere l’amore di un uomo? La fattucchiera brucia una ciocca di capelli vostri, ne fa una polverina, con certi ingredienti: bisogna farla bere nel vino, all’uomo indifferente. Si vuol far morire un amante infedele? Bisogna colmare un pignattino di erbe velenose, metterle a bollire innanzi alla sua porta, nell’ora di mezzanotte. Si vuol far morire una donna, una rivale? Bisogna conficcare in un limone fresco tanti spilli che formano un disegnino della sua persona, e attaccarvi un brano del vestito della rivale e infine buttare, questo limone, nel suo pozzo. La fattura ha uno sviluppo larghissimo; letteratura strana, talvolta ignobile, di scongiuri e di preghiere; ha una classificazione, per le anime timide per le anime audaci: ha una diffusione in tutti i quartieri; ha un soccorso per tutte le necessità sentimentali e brutali, per tutti i desideri gentili e cruenti. Questo guazzabuglio di fede e di errore, di misticismo e di sensualità, questo culto esterno così pagano, questa idolatria, vi spaventano? Vi dolete di queste cose, degne dei selvaggi?
Le superstizioni servono a darci l’illusione di tenere sotto controllo gli eventi che non sono prevedibili, e per avere meno paura dell’ignoto e del futuro. Altre volte, attribuire la responsabilità delle nostre sventure al gatto nero o al sale versato sul tavolo è un modo per trovare una spiegazione a qualcosa di negativo che ci sta capitando. Quando non riusciamo a spiegarci o a padroneggiare una certa situazione, può capitare di spostare le cause all’esterno, anziché assumersi la responsabilità di ciò che è accaduto. Tu tendi a vedere gli esiti di un accadimento come causa tua o proveniente dall’esterno?
È bene il popolo napoletano rifà ogni settimana il suo grande sogno di felicità, vive per sei giorni in una speranza crescente, invadente, che si allarga, si allarga, esce dai confini della vita reale: per sei giorni Il popolo napoletano sogna il suo grande sogno, dove sono tutte le cose di cui è privato, una casa pulita, dell’aria salubre e fresca, un bel raggio di sole caldo per terra, un letto bianco e altro, un comò lucido, i maccheroni e la carne ogni giorno, e il litro di vino, e la culla per bimbo e la biancheria per la moglie il cappello nuovo per il marito. Tutte queste cose che la vita reale non gli può dare, che non gli darà mai, esso le ha, nella sua immaginazione, dalla domenica al sabato seguente; e ne parla e ne è sicuro, i progetti si sviluppano, diventano quasi quasi una realtà, e per essi marito e moglie litigano o si abbracciano. Alle quattro del pomeriggio, nel sabato, la delusione è profonda, la desolazione non ha limiti: ma la domenica mattina, la fantasia si rialza, rinfrancata, il sogno settimanale ricomincia. Il Lotto, il Lotto è il largo sogno, che consola la fantasia napoletana: è l’idea fissa di quei cervelli infuocati; è la grande visione felice che appaga la gente oppressa; e la vasta allucinazione che si prende le anime. Ed è contagiosa questa malattia dello spirito: un contagio sottile e infallibile, inevitabile, la cui forza di diffusione non si può calcolare. Il popolo napoletano, che è sobrio, non si corrompe per l’acquavite, non muore di delirium tremens, esso si corrompe e muore per il Lotto. Il lotto è l’acquavite di Napoli.
Quanto contano i sogni nella tua vita? Sognare è importante o eviti di farlo perché la paura è più forte?
Buon Cammino Introspettivo!








