A Casa di Lucia | CAMMINARE LA R-ESISTENZA: un viaggio lento nella memoria
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CAMMINARE LA R-ESISTENZA: un viaggio lento nella memoria

“C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità ed oblio. Il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria, il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio”

Milan Kundera 

 

Viaggiare etimologicamente significa trasferirsi da luogo a luogo, per lo più distanti l’uno dall’altro, con un mezzo di trasporto. Se pensiamo però che siamo animali bipedi, ogni volta che ci mettiamo in cammino per tragitti di media o lunga gittata, proviamo la sensazione fortissima di un ritorno a qualcosa di ancestrale, come se all’improvviso le nostre membra si imponessero alla nostra attenzione. Pertanto, viaggiare camminando assume un significato nuovo: avvicinarsi emotivamente all’altro. Camminare impone lentezza, impone ritmo, impone un silenzio che, come dice Elie Wiesel chiede di essere trasmesso. Per questo il viaggio che compiremo attraverso le parole, che guideranno la mente nei percorsi e nella costruzione di immagini del passato in continuità con il presente, è uno scavo nella profondità della storia, un’occasione per riscoprire quello che chiamiamo antifascismo al fine di renderlo ancora più vivo, tramandarlo correttamente attraverso i giusti valori e renderlo all’altezza dei tempi.

In Italia esiste un Cammino per la Pace, organizzato dall’Anpi di Monzuno, Peretola-Firenze e il CAI di Bologna, tra Monte Sole in Emilia-Romagna e Sant’Anna di Stazzema in Toscana, luoghi dei più cruenti eccidi ai danni di semplici cittadini, compiuti dalle forze militari nazifasciste tra il 1943 ed il 1945. Luoghi, tanti, in cui le stragi ci parlano ancora, luoghi in cui la guerra, seppur lontana, è parte di noi anche se non l’abbiamo vissuta. Luoghi in cui si respira ancora appieno la guerra di Liberazione.  Luoghi in cui il silenzio ci mette in contatto con chi ha dato la vita e chiede che la memoria non sia annientata dall’oblio e dalla superficialità.

Il cammino inizia da Monte Sole e prosegue con  un percorso fra le montagne della durata di una settimana che conduce a Sant’Anna di Stazzema, per la commemorazione dei caduti il 12 agosto di ogni anno, malgrado la commemorazione più intima e forte avvenga l’11 agosto, alla sera, con una fiaccolata silenziosa. Monte Sole e Sant’Anna sono considerate a tutti gli effetti le Capitali Morali del nostro paese per le stragi in esse compiute.

Monte Sole è conosciuto dai più come teatro tragico della strage di Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema per la strage tra le più sanguinose di quei venti mesi di lotta per la Liberazione, anche se i luoghi del massacro sono molti di più, in tutto 115; luoghi quasi coincidenti con la Linea Gotica, ovvero il sistema di fortificazioni realizzate dai tedeschi, che raggiunge le alture di Camaiore e Viareggio, passando per le vette tra Bologna, Modena e Pistoia.

La memoria si sedimenta nei luoghi, ed è proprio tra i piccoli agglomerati di Vado, Cadetto, Munzuno, Marzabotto e Grizzana che fu fondata la brigata Stella Rossa condotta da Mario Musolesi, detto Lupo, e negli stessi territori tra il 23 settembre del ‘43 e il 5 ottobre del ‘43 furono sterminati, per ordine del comandante Reder, 770 abitanti. Territori in cui troviamo traccia di quello che è stato con musei, mausolei, cimiteri, targhe, lapidi che urlano la storia sanguinolenta di quegli anni, la storia che ci ha resi uomini e donne liberi.

Poco sotto la cima di Monte Sole si trovano tra le strade di Casaglia, Cerpiano e Vergato i sentieri battuti durante le rappresaglie ed oggi diventati meta dei camminatori per la pace. Tra i ruderi di Cerpiano, la cui strage discende direttamente dalla volontà di Hitler, si trova allestito il cartello del Parco Storico di Monte Sole. Nello stesso paese, per una immedesimazione più completa su ciò che è stato, ci si può fermare presso l’Edificio dedicato alle Sorelle, al termine della strada che dal cimitero di Casaglia porta agli edifici dell’Annunziata voluti da Dossetti, uomo politico, che in quegli anni ha seguito la strada del sacerdozio diventando una figura miliare in quei territori.

Il cammino prosegue poi nel bosco di Monte Sole, passando per Vergato, cittadina sita lungo la via Porrettana, per raggiungere il Sacrario di Marzabotto. Parecchi caduti dei Comuni di Grizzana e Monzuno furono sorpresi dalla furia sterminatrice in alcune località limitrofe a quelle del Comune di Marzabotto, perché da loro ritenute più sicure dalle offese nemiche. Non tutte le vittime sono state ritrovate e di alcune non si conosce neppure il nome perché appartenevano a Comuni lontani. Così nel Sacrario, su tre grandi pietre tombali di marmo nero, sono ricordati i caduti di Marzabotto, di Monzuno, di Grizzana e di Castel d’Aiano non raccolti nel sacrario o non identificati. Colpisce, nella complessità architettonica ed emotiva del Sacrario, che nella fascia superiore, che corre tutt’intorno all’esedra semicircolare dell’altare, la pittrice Stella Angelini ha illustrato sinteticamente le tre fasi della guerra:
– la partenza dei giovani per la guerra come soldati o come partigiani;
– l’apoteosi nel sacrificio supremo che accomuna ai combattenti le vittime innocenti: donne, vecchi e bambini;
– il ritorno alla pace operosa e serena del lavoro quotidiano.

Proseguendo nel cammino, si incontra, in località Piana della Guanella, a poca distanza da Gaggio Montano, costellato di lapidi per il duplice massacro avvenuto prima ad opera dei tedeschi e poi per il fuoco amico provocato dai bombardamenti degli alleati, il Monumento ai soldati Brasiliani. In questi luoghi, infatti, molte forze militari straniere giunsero per liberare l’Italia e l’Europa del regime nazifascista. Nei pressi di Gaggio Montano, si trova la Chiesetta di Ronchidoso, dove nacque la banda partigiana Giustizia e Libertà; per commemorare quanto avvenuto nel luogo, il Presidente della Repubblica Scalfaro vi si recò personalmente nel 1992 e donò una lapide. La Chiesa oggi è intitolata Madonna degli Emigranti, perché siamo tutti, in qualche modo, emigranti. A Ronchidoso si trova anche un Sacrario dedicato alla strage compiuta nel paese. 

Altra tappa obbligata del cammino antifascista è il Castello di Belvedere. Il Monte Belvedere ebbe una rinnovata importanza come punto strategico durante la Seconda guerra mondiale: da qui, infatti, passava la Linea Verde, arretramento della Linea Gotica. Fu baluardo difensivo dei tedeschi, scalzati dai partigiani nel ’44 e definitivamente cacciati nel ’45 dalla 10th Mountain Division.

Non lontano, sempre seguendo le tappe del cammino della pace, si trova il Passo della Futa, ove è collocato un cimitero bellissimo in cui sono sepolti 30.000 soldati tedeschi: un luogo spartano, di memoria, senza effigi particolari al valor militare. 

Nel 2001 Ciampi, allora Presidente della Repubblica, si recò a Rocca Corneta, ove troviamo un sentiero che conduce al luogo in cui fu ucciso Antonio Giuriolo, detto Toni, figura leggendaria della lotta partigiana. Giuriolo era molto vicino alla figura di Aldo Capitini. La memoria di Giuriolo è in quei luoghi mantenuta da due installazioni: un parallelepipedo grigio con una incisione ed un tempietto con una fontanella nella parte  bassa e in alto una lapide verticale incorniciata da pietre  e coperta da un piccolo tetto. Sulla lastra vi è il profilo di Antonio Giuriolo.

Al confine tra Emilia e Toscana si passa, a 1700mt, dal lago Scaffaiolo, per poi entrare nella Foresta del Teso nella montagna pistoiese, fra Maresca e Orsigna, in cui nacquero e agirono le brigate Bozzi e Pippo. A Campo Tizzoro è stato installato il Museo dello Smi, un opificio che in quegli anni fu strategico e che oggi resta solo memoria. Il museo, oltre alla storia dell’opificio, permette di visitare i bunker sotterranei, creati per mettere in salvo i lavoratori in caso di attacco aereo, ma usati operativamente dai gruppi antifascisti. 

Da qui si giunge a Calamecca, luogo di eccidio nazifascista, dove il 3 settembre 1944 fu dato l’ordine di sfollamento sia verbalmente sia mediante l’affissione di un manifesto nella piazza del paese: chi non avesse rispettato l’ordine sarebbe stato fucilato. Cominciò così l’esodo degli abitanti: alcuni trovarono ospitalità presso parenti, altri scelsero di raggiungere la pianura seguendo il corso della Pescia. Alcuni si rifugiarono in capanne, grotte e mulini nel bosco, non lontano da Calamecca. Altri, perlopiù famiglie con anziani, rimasero nelle loro case.
Tra il 19 e il 25 settembre truppe di SS uccisero con bombe a mano, con colpi di pistola e con raffiche di mitraglia 15 persone: nelle loro case, nei rifugi in mezzo al bosco, lungo il fiume Pescia. Due giovani donne furono portate alla caserma della Macchia Antonini, dove furono uccise il 25 settembre dopo sofferenze e torture.
Due lapidi – una a Calamecca in Piazza Francesco Ferrucci, l’altra in località  Macchia Antonini – ricordano questa crudele e insensata violenza nei confronti di persone innocenti e disarmate.

Attraversando il Monte Forato, passando per boschi di faggio e castagno, si giunge a Farnocchia, una delle tante frazioni in cui si articola Sant’Anna di Stazzema, dove è stato istituito il Parco della Pace. Sul sito del Museo si legge: 

A Sant’Anna di Stazzema, la mattina del 12 agosto 1944, si consumò uno dei più atroci crimini commessi ai danni delle popolazioni civili nel secondo dopoguerra in Italia.

La furia omicida dei nazi-fascisti si abbattè, improvvisa e implacabile, su tutto e su tutti. Nel giro di poche ore, nei borghi del piccolo paese, alla Vaccareccia, alle Case, al Moco, al Pero, ai Coletti, centinaia e centinaia di corpi rimasero a terra, senza vita, trucidati, bruciati, straziati.

Quel mattino di agosto a Sant’Anna uccisero i nonni, le madri, uccisero i figli e i nipoti. Uccisero i paesani ed uccisero gli sfollati, i tanti saliti, quassù, in cerca di un rifugio dalla guerra. Uccisero Anna, l’ultima nata nel paese di appena 20 giorni, uccisero Evelina, che quel mattino aveva le doglie del parto, uccisero Genny, la giovane madre che, prima di morire, per difendere il suo piccolo Mario, scagliò il suo zoccolo in faccia al nazista che stava per spararle, uccisero il prete Innocenzo, che implorava i soldati nazisti perché risparmiassero la sua gente, uccisero gli otto fratellini Tucci, con la loro mamma. 560 ne uccisero, senza pietà in preda ad una cieca furia omicida. Indifesi, senza responsabilità, senza colpe. E poi il fuoco, a distruggere i corpi, le case, le stalle, gli animali, le masserizie. A Sant’Anna, quel giorno, uccisero l’umanità intera.

La strage di Sant’Anna di Stazzema desta ancora oggi un senso di sgomento e di profonda desolazione civile e morale, poiché rappresenta una delle pagine più brutali della barbarie nazifascista, il cancro che aveva colpito l’Europa e che devastò i valori della democrazia e della tolleranza. Rappresentò un odioso oltraggio compiuto ai danni della dignità umana. Quel giorno l’uomo decise di negare se stesso, di rinunciare alla difesa ed al rispetto della persona e dei diritti in essa radicati”.

Il Cammino della Pace non è un percorso per scoprire onore, gloria e terra di chi è caduto in guerra. È un percorso lento, in cui il silenzio, rotto solo da momenti di confronto con i partecipanti, deve far riemergere un sentimento troppo spesso represso, come fosse negativo: la vergogna. Essa non va temuta, questo ci dice il viaggio compiuto in queste parole, anzi può essere salutare, mitigare l’arroganza che spesso sorregge le identità forti. Essa può anche aiutare a superare il vittimismo che abbiamo sviluppato nei decenni.

La memoria, come dice Lorenzo Guadagnucci nel volume Camminare l’antifascismo, la memoria come ribellione all’ordine delle cose, è un ingranaggio potente, perciò spesso viene manipolato, circoscritto e tenuto sotto controllo. Dedicarsi alla scoperta delle montagne delle stragi nazifasciste è viatico per far parlare chi ha perso la vita in quegli eccidi efferati e privi di qualsiasi logica. I testimoni di quel tempo sono quasi tutti defunti e sta a noi portare avanti la loro storia, che è anche la nostra storia. Tramandarla alle giovani generazioni e raccontare loro che, oggi, ogni pratica di libertà è possibile solo grazie al sacrificio di chi ha combattuto per annientare il nazifascismo, dittatura repressiva e sanguinolenta. 

Derek Walcott, premio Nobel per la letteratura, ha donato a tutti noi una poesia che racchiude il senso del cammino come memoria. Un cammino che diventa viaggio interiore e fisico.

L’onda della marea dei rifugiati, non un semplice passo di oche selvatiche,
gli scali di carbone nei vagoni merci, le facce smunte,
e in particolare lo sguardo fisso dei bambini come succede ai corpi dei morti
dentro le fosse di calce, o come fa il pacciame luccicante che si disfa
sotto i piedi in autunno nel fango, mentre il fumo di un cipresso
segnala Sachsenhausen, e quelli che non stanno sopra un treno, che non hanno muli o cavalli,
quelli che hanno messo la sedia a dondolo e la macchina per cucire
sul carretto a mano perché da tempo le bestie hanno lasciato
i loro campi al galoppo per tornare alla mitologia del perdono,
alle campane di pietra sui ciottoli della domenica e al cono
della guglia del campanile aranciato che buca le nubi sopra i tigli,
quelli che appoggiano la mano stanca sulla sponda del carro
come sul fianco del mulo, le donne con la faccia di selce
e gli zigomi di vetro, con gli occhi velati di ghiaccio che hanno
il colore degli stagni dove posano le anitre, e per le quali
c’è un solo cielo e una sola stagione nel corso di un anno
ed è quando il corvo come un ombrello rotto sbatte le ali,
si sono tutti ridotti alla comune e incredibile lingua
della memoria, e questa gente che non ha una casa e nemmeno
una provincia parla delle fonti limpide e parla delle mele,
e del suono del latte in estate dentro le zangole piene,
e tu da dove vieni, da quale regione, io conosco
quel lago e anche le locande, la birra che si beve,
e quelle sono le montagne dove riponevo la mia fede,
ma adesso sulla carta, che è simile a un mostro, altro non si vede
che una rotta che ci porta verso il Nulla, anche se sul retro
c’è la veduta di un posto che si chiama la Valle del Perdono,
dove il solo governo è quello dell’albero dei pomi e le forze
schierate dell’esercito sono gli striscioni di orzo
all’interno di umili tenute, e questa è la visione
che a poco a poco si restringe dentro le pupille
di chi muore e di chi si abbandona in un fosso,
rigido e con la fronte che diventa fredda come le pietre
che ci hanno bucato le scarpe e grigia come le nuvole
che quando il sole si leva, si trasformano subito in cenere
sopra  i pioppi e sopra le palme, nell’ingannevole aurora
di questo nuovo secolo che è il vostro.

 

Cliccando sui link sotto potrete seguire il fil rouge dedicato al 25 Aprile e alla Resistenza:

https://www.acasadilucia.org/2025/01/13/una-questione-privata/

https://www.acasadilucia.org/2025/04/21/25-aprile-la-pasta-antifascista-della-famiglia-cervi/

 



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