02 Mag “Dai braccianti ai rider. Il «metodo» del caporalato e le nuove frontiere dello sfruttamento” di Raffaella Alois
Ha destato ribrezzo e scalpore, qualche mese fa, quanto accaduto a Satnam Singh, un lavoratore migrante di origini indiane impiegato nelle campagne di Latina. Singh, senza un contratto di lavoro, aveva perso il proprio braccio a causa di un macchinario presente nell’azienda agricola dove lavorava. Motivo per cui, a seguito dell’incidente, sarebbe stato abbandonato dal “datore di lavoro”, addirittura da questi privato del telefono cellulare per non poter comunicare quanto era accaduto. Dopo poche ore, Satnam Singh è morto. Leggendo di queste notizie sembra di essere inevitabilmente catapultati almeno 200 anni indietro, in spaccati vergognosi della storia umana. Questi episodi ci ricordano che non viviamo poi in una società così civile e anzi a tratti ricordano il sistema della schiavitù e dei latifondi in vigore fino a un paio di secoli nel nostro Paese. Ci riempiamo la bocca di paroloni importanti come diritti inalienabili, rispetto della dignità umana: parole vergate e scritte a caratteri cubitali anche sulle più importanti carte costituzionali occidentali, messe lì in bella mostra a dimostrazione del grado di evoluzione al quale siamo pervenuti a differenza di altri Paesi. Noi siamo l’occidente e di conseguenza garantiamo i diritti di ogni essere umano. O almeno questo è ciò che ci piace credere e far credere.
Quando la notizia di Singh è stata resa nota, diversi mesi fa, anche la scrittrice Raffaella Alois si è ritrovata sbigottita e shockata per la crudeltà del gesto e la sofferenza atroce che aveva dovuto provare il povero lavoratore abbandonato a sé stesso e al suo destino. Dopo poco tempo, forte del suo lavoro anche come avvocato e di conseguenza della sua duplice sensibilità, ha deciso di mettere nero su bianco in un saggio, “Dai braccianti ai rider. Il «metodo» del caporalato e le nuove frontiere dello sfruttamento”, quanto stia succedendo non solo al povero bracciante morto a Latina, ma anche ai tanti lavoratori moderni precari e sfruttati all’ennesima potenza in nome del profitto. Nel saggio è stato analizzato il fenomeno dei rider come nuova categoria di lavoratori precari e a rischio. Glovo, Just Eat e chi più ne ha più ne metta sono applicazioni che attraverso un solo click permettono la consegna in tempi rapidi di pizze, spesa di generi alimentari, sushi, grazie al lavoro di fattorini in sella a biciclette o motorini, in grado di portare a termine centinaia di consegne nel giro di poche ore. Pena una decurtazione del salario. Ma nessuno di noi vuol fare la fila in pizzeria il sabato sera o rinunciare ad una bella pizza gustosa sul divano davanti alla tv, quindi ben venga non domandarsi come e in quali condizioni lavorino questi riders e girare la testa dall’altra parte.
In Italia il mercato delle consegne dei pranzi a domicilio via Internet è in grande espansione: fattura circa 800 milioni di euro e ha tassi di fortissima crescita, al ritmo del 20%-30% l’anno. In Italia i rider sono circa 50 mila: consegnano pizze, spaghetti all’amatriciana, kebab, sushi, cibi vegani. Sono soggetti a un fortissimo turn-over. Tanti ragazzi nell’estate lavorano nei villaggi vacanze e nel turismo, in inverno diventano rider. Lavorano nelle principali città italiane. In genere si tratta di studenti ventenni, ma sono molti anche i quarantenni e cinquantenni disperati rimasti disoccupati per la crisi economica. Hanno sulle spalle dei grandi zaini termici di tanti sgargianti colori diversi: rossi, gialli, arancione, azzurri. Più vanno veloce, più guadagnano. Un’inserzione su Internet della Glovo dice: «Cerchiamo fattorini. Guadagni fino a 10 euro l’ora». Si parte da 1,90 euro a consegna. Il guadagno può variare: 4, 7, 10 euro l’ora.
Alle volte c’è un minimo garantito di poco più di 3 euro l’ora, ma prevalentemente i compensi sono a consegna, è una retribuzione a cottimo. Sono i nuovi proletari senza tutele. In genere ricevono circa 5 euro a consegna, cioè 3,60 euro netti tolte le tasse e i contributi. Alcuni ricevono anche una parte di retribuzione fissa, legata al numero di ore in cui si rendono disponibili.
Oggi il precariato di cui ci parla la scrittrice Alois non è solo caporalato o consegne a domicilio. È fatto anche di lavori consuetudinari, comuni, sottopagati, utili per tirare a campare a stento fino alla metà del mese. Secondo il report sul mercato del lavoro in Italia, pubblicato dall’Istat il 25 febbraio 2025, i dati confermano la crescita dell’occupazione nel nostro Paese ma fanno luce anche su un sistema sempre più precario e frammentato. Aumentano infatti i contratti a tempo determinato, cala la durata media degli stessi e oltre 3 milioni di persone è costretta a fare più di un lavoro per arrivare a fine mese. Ciò perché non riescono a coprire le proprie esigenze economiche con un solo reddito. Questo fenomeno è accentuato nei settori a bassa retribuzione, dove la difficoltà a mantenere un salario adeguato porta a una necessità di integrare i guadagni.
Infatti, anche se le ore lavorate per posizione sono aumentate, il numero totale di ore per posizione è inferiore ai livelli pre-pandemia. Questo porta a una discontinuità nelle ore lavorative. I lavoratori, quindi, si adattano a svolgere più lavori per arrivare a un numero sufficiente di ore da retribuire, colmando le lacune lasciate dalla ridotta offerta di lavoro stabile a tempo pieno.
Alois nel suo saggio si destreggia nel labirinto del lavoro precario tentando di carpirne la genesi, le modalità di sviluppo, di denunciarne il sistematico abuso da parte di chi continua ad avere il coltello dalla parte del manico, come nel caso del datore di lavoro del povero bracciante Sathman Singh.