07 Mag “Furore” di John Steinbeck
“E gli occhi dei poveri riflettono, con la tristezza della sconfitta, un crescente furore. Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore e s’avvicina l’epoca della vendemmia.”
(da John Steinbeck, Furore)
In soli 5 mesi, dal 31 maggio al 26 ottobre del 1928, John Steinbeck scrisse il romanzo che fu definito il suo capolavoro: “Furore“. Pubblicato il 14 aprile del 1939, fu premiato appena uscito col National Book Award e nel 1940 vinse il Premio Pulitzer. Al centro del romanzo la condizione dei nuovi poveri, bianchi e protestanti, costretti ad emigrare dal Midwest verso la California in cerca di lavoro in seguito al fallimento delle loro fattorie, espropriate dalle banche dopo le tempeste di polvere che avevano impoverito i terreni. Con questa scena, infatti, si apre il romanzo, con la descrizione della polvere, facendoci immergere in un paesaggio quasi apocalittico e facendoci sentire in bocca la polvere, impastandoci di disperazione.
“L’alba venne, ma non il giorno. Nel cielo apparve un sole rosso, un fioco cerchio rosso che emanava una scialba luce crepuscolare, e col progredire delle ore il crepuscolo ripiombò nella tenebra e il vento fischiò ed urlò sul granturco abbattuto.
Uomini e donne stavano tappati in casa, e quando dovevano uscire si annodavano una pezzuola davanti alla faccia per filtrare la polvere e portavano occhiali da automobilista per proteggersi gli occhi.”
La storia si muove insieme al viaggio migratorio, dai tratti quasi biblici, della famiglia Joad, partendo dalla lotta che innesca tutto, quella contro un mostro che non ha nulla di trascendentale: le banche, appunto.
“Vi ripeto che la banca è qualcosa di più di un essere umano. È il mostro. L’hanno fatta degli uomini, questo sì, ma gli uomini non la possono tenere sotto controllo.”
La figura che spicca in mezzo alle tre generazioni che si mettono in moto è quella della madre, che sempre con calma e uno sguardo fiducioso cerca di spingere avanti la famiglia: Tom, il figlio appena uscito di prigione; il figlio Al; Rosasharn (Rose of Sharon), la figlia appena sposata e incinta, insieme al marito Connie; il figlio maggiore Noah, con la sorella Ruth e il fratello Winfield di dieci anni; il marito padre della famiglia con il fratello, lo zio John, e gli anziani genitori; infine Casy, un ex predicatore che Tom incontra tornando a casa e che si unisce al gruppo in procinto di partire.
Il viaggio sarà lungo e tanti saranno gli incontri nel cammino, fino all’arrivo alla terra promessa.
” (…) e quando venne il giorno, i Joad videro finalmente, nella sottostante pianura, il fiume Colorado… Il babbo esclamò: “Eccoci! Ci siamo! Siamo in California!”. Tutti si voltarono indietro per guardare i maestosi bastioni dell’Arizona che si lasciavano alle spalle.”
Ma è davvero tale? La California non sarà per la famiglia Joad un punto di arrivo, ma il perpetuarsi del loro pellegrinaggio, che finirà (per seguire il parallelo biblico) in una serie di piaghe fino alla diaspora: dopo la morte dei nonni e l’abbandono di Noah durante il viaggio, in California Casy verrà ucciso e Tom dovrà darsi alla fuga per aver a sua volta ucciso l’uomo che aveva tolto la vita al suo amico; un’inondazione distruggerà la quiete di un lavoro stabile e ben pagato; infine Rose, abbandonata dal marito, darà alla luce un bambino morto.
Lo stesso titolo originale dell’opera, “The Grapes of Wrath”, letteralmente “I grappoli d’ira” (o I grappoli d’odio), si riferisce ad una canzone patriottica ottocentesca di Julia Ward Howe, The Battle Hymn of the Republic (“Mine eyes have seen the glory of the coming of the Lord: | he is trampling out the vintage where the grapes of wrath are stored”), che ricalca a sua volta un verso biblico, riferendosi ad un passaggio dell’Apocalisse 14:19-20: “19 E l’angelo lanciò la sua falce sulla terra e vendemmiò la vigna della terra e gettò le uve nel grande tino dell’ira di Dio. 20 E il tino fu calcato fuori della città, e dal tino uscì del sangue che giungeva sino ai freni dei cavalli, per una distesa di milleseicento stadi.”

Prima edizione del romanzo, con il titolo originale, 1939
L’ira, infatti, esprime bene lo stato d’animo di questi lavoratori, la frustrazione e la disperazione di questi uomini e queste donne, vittime di pregiudizi dettati da un sistema economico che accentra tutto il potere nelle mani dei ricchi proprietari terrieri, lasciando loro solo disprezzo.
“Avevano accarezzato la speranza di trovare una casa, in California, ed ecco che trovano, dappertutto, solo odio. Okies: i padroni li odiano perché sanno di essere deboli al confronto degli Okies; e han tutti sentito dire al nonno quanto sia facile, a chi è affamato e risoluto e armato, sottrarre la terra a chi è debole e sazio. E nelle città i negozianti odiano gli Okies perché gli Okies non hanno denaro da spendere; i banchieri odiano gli Okies perché sanno che non possono estorcere nulla; e gli operai odiano gli Okies perché, affamati come sono, offrono i loro servizi per niente, e automaticamente il salario scende per tutti.”
L’aperta critica sociale e la condanna senza mezzi termini del sistema economico che si andava imponendo in seguito alla crisi del ’29 permeano le pagine di questo romanzo dall’inizio alla fine, facendo di Steinbeck il “cantore della Grande Depressione“.
“Allora l’agricoltura stessa si trasformò in industria. E i proprietari imitarono, senza volerlo, Roma antica: importarono schiavi, pur senza chiamarli così: cinesi, giapponesi, messicani, filippini. Vivono di riso e fagioli, dicevano; hanno pochi bisogni. Di paghe alte, non saprebbero che farsene. Vedi come vivono, vedi cosa mangiano. E se agitano, si fa presto a deportarli.”
Questo lucido cinismo lascia comunque uno spiraglio di speranza nel gesto di umana generosità con cui il romanzo si conclude. Proprio a Rosesharn appartiene quel guizzo di coraggio e solidarietà espresso dalla sua offerta di cibo ad un pover’uomo che sta morendo di fame, incontrato nel loro ennesimo pellegrinaggio alla ricerca di una sistemazione migliore, quando durante un temporale si rifugiano in una fattoria abbandonata: lei, che ha appena partorito, gli offre il seno, e in quest’offerta trova un attimo di pace lei stessa (“Con la mano gli sosteneva la testa e le sue dita lo carezzavano delicatamente tra i capelli. Ella si guardava attorno, e le sue labbra sorridevano, misteriosamente”). È questo il messaggio finale che Steinbeck lancia: la speranza per il futuro nonostante tutte le difficoltà e le sofferenze e le brutture del mondo. La vita muove alla speranza dal principio della vita stessa nell’immagine dal forte valore simbolico di una donna che allatta, come a dar corpo alle infinite rinascite dell’uomo.
Nonostante le numerose critiche che seguirono la pubblicazione di “Furore“, senza poi considerare la traduzione italiana che la censura fascista rimaneggiò completamente, tagliando intere scene e riscrivendo persino il testo per innalzare la forma letteraria eliminando i dialetti e le espressioni volutamente scorrette, la potenza di questo romanzo è innegabile ed arriva a noi intatta e quanto mai attuale. Da leggere e rileggere, perché un classico ha la capacità di valicare il tempo storico in cui è scritto e parlare universalmente all’uomo: sta a noi aprire la mente e assorbire il suo immenso messaggio.