A Casa di Lucia | La letteratura come specchio della famiglia: dai Buddenbrook alla famiglia queer.
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La letteratura come specchio della famiglia: dai Buddenbrook alla famiglia queer.

Le relazioni familiari sono un potente motore narrativo, ma come è cambiata la rappresentazione della famiglia nella letteratura dall’Ottocento ai giorni nostri? 

Nei romanzi ottocenteschi la famiglia simboleggia stabilità e valori tradizionali. Alcuni autori hanno evidenziato l’importanza della dinamicità relazionale e delle convenzioni sociali all’interno del nucleo familiare.

Quando si parla di romanzi dell’Ottocento non si può che pensare a “I Buddenbrook” di Thomas Mann, il cui titolo esteso originale è “Buddenbrook Verfall einer Familie – Buddenbrook decadenza di una famiglia”: un vero e proprio affresco della borghesia ottocentesca di Lubecca, città di origine di Mann, apparentemente in pieno splendore ma destinata alla decadenza di fine secolo. Tutta la grettezza, il livore, l’ipocrisia sono riportate con naturalistica minuzia in questa saga familiare che si sviluppa in un arco di tempo lungo quattro generazioni. Thomas Mann riesce a cogliere lo spirito dell’ascesa e poi della decadenza di quell’epoca, descrivendola attraverso la narrazione dell’ascesa e del declino della famiglia Buddenbrook, una famiglia della borghesia mercantile che ha costruito la propria fortuna sull’etica del profitto e sulla disciplina del lavoro, che saranno il filo conduttore di tutto il romanzo. Tutti i protagonisti agiranno sempre in difesa di questi valori arrivando a calpestare perfino i legami di parentela più stretti, i sentimenti e le aspirazioni di ognuno.

Se nell’Ottocento l’immagine della famiglia era imperniata quasi del tutto su un assetto patriarcale, nel Novecento si assiste ad un cambiamento notevole. Nella narrazione si delineano con più precisione i ruoli dei singoli all’interno del nucleo familiare, con una attenzione nuova e diversa alle figure femminili, in particolare quella materna. Non si può non pensare a “La madre” di Grazia Deledda, un romanzo, forse il più importante e toccante, in cui si narra lo struggimento di un parroco tra il sacerdozio e l’amore per una donna, e il dolore della madre che tenta in tutti i modi di riportarlo ai suoi doveri. Una narrazione fortemente incentrata sulla figura materna, che vive il tormento di voler riportare a tutti i costi suo figlio su quella che lei ritiene essere la retta via. Un’immagine di famiglia, dunque, nella quale la collettività non sacrifica l’individualità, non in modo assoluto.

Alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, nella letteratura incontriamo il concetto di “famiglie”, da quelle monogenitoriali a quelle allargate, a quelle omogenitoriali, a quelle adottive di cui finalmente si parla e racconta.

Fino ad arrivare, oggi, grazie a penne importanti e desiderose di verità, alla famiglia queer. Come non pensare a Michela Murgia con il libro “Dare la vita”, in cui mette in luce una possibilità diversa di essere genitori e figli. Michela pone una domanda: si può essere madri e padri di figli che si scelgono, e che a loro volta ci hanno scelti? La sua risposta è sì.

In un libro densissimo, fa una riflessione profonda sulla queerness, ovvero sul diventare genitori e figli d’anima. Essere madri, nella fattispecie, con un legame d’anima che niente ha di inferiore e meno forte rispetto a un legame di sangue. Una digressione su come aprirsi all’altro, scegliendo la propria famiglia, perché questo non riduce, ma amplifica l’amore.

Dalla famiglia si passa quindi, nei giorni nostri alle famiglie, perché accettando l’altro, qualunque legame affettivo può e deve essere considerato famiglia, laddove vi è una condivisione della quotidianità, degli interessi, del tempo e del futuro.

Ringraziamo le nostre blogger Donatella Pasquariello e Francesca Ciani per questa panaromica letteraria su come la visione della famiglia sia cambiata, facendoci comprendere ancora una volta come la letteratura sia lo specchio della società di cui è figlia.

 

 

 

 



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