25 Mag Hunter Doherty Adams, detto Patch: la risata come terapia
“L’humor è l’antidoto per tutti i mali. Credo che il divertimento sia importante quanto l’amore. Alla fin fine, quando si chiede alla gente che cosa piaccia loro della vita, quello che conta è il divertimento che provano, che si tratti di corse di automobili, di ballare, di giardinaggio, di golf, di scrivere libri. La vita è un tale miracolo ed è così bello essere vivi che mi chiedo perché qualcuno possa sprecare un solo minuto! Il riso è la medicina migliore.”
Patch Adams
Nel 1998 il cinema regala alle scene e al mondo un film di una potenza narrativa incredibile: “Patch Adams”, interpretato magistralmente da Robin Williams. Immagine dopo immagine, attraverso quel film si è delineata ai nostri occhi l’immagine meravigliosa di Hunter Adams, Patch, medico e attivista statunitense che ha fatto della risata una vera terapia come cura. Ogni frame ha svelato al pubblico i suoi strumenti del mestiere: il sorriso, lo sguardo, il naso rosso, le parole ed un aspetto quasi scanzonato, di quelli che strappano per forza di cose una risata. Una frase in quel film cominciò a girare tra coloro che lo avevano guardato e che oggi è divenuta la più celebre: “ Se si cura una malattia, si vince o si perde; ma se si cura una persona, vi garantisco che si vince, si vince sempre, qualunque sia l’esito della terapia.”. Parole che hanno contraddistinto la ricerca sulla figura di Hunter Patch Adams e il desiderio di saperne di più, nonostante lo stesso Patch non abbia amato particolarmente il film su di lui, perché, a suo dire, non avrebbe sottolineato molti aspetti fondanti della sua missione.
Hunter Doherty Adams, detto “Patch” (cerotto) è un medico e attivista sociale, riconosciuto come ideatore e padre fondatore della terapia del sorriso.
Nasce a Washington il 28 maggio 1945, ma a causa del lavoro del padre ha dovuto spostarsi spesso con la famiglia in giro per il mondo. La sua vita ha subito il primo duro colpo con la perdita del padre, quando aveva solo 16 anni. Di quel momento racconterà che “Non appena io e mio padre eravamo diventati amici lo persi.” A quella perdita sono seguiti i suoi anni più tumultuosi: divenne un alunno ribelle e un anticonformista: scriveva articoli contro la segregazione, l’ipocrisia religiosa e la guerra. Seguirono una serie di dolorose esperienze: si ammalò di ulcera, che i medici sbagliarono a curare; la ragazza di cui era innamorato, Donna, lo lasciò; lo zio si suicidò. Tutto ciò contribuì a far precipitare il suo già instabile equilibrio interiore. Pensò di togliersi la vita, ma il desiderio della morte non era poi così maturo, tanto che tornò dalla madre alla quale disse: «Ho provato a uccidermi. È meglio che mi ricoveri in un ospedale psichiatrico»
Dopo aver lasciato l’ospedale, si iscrisse a Medicina, ma furono anni difficili, perché il rigore del mondo accademico di quel tempo non accettava il modo di essere di Patch: fu persino accusato di “troppa allegria” e minacciato di espulsione. Tuttavia non ha mai mollato e, dopo aver conseguito la laurea, ha dedicato oltre 40 anni della sua vita a cambiare il sistema sanitario americano e ha fondato il Gesundheit! Institute, un ospedale rurale del West Virginia con 40 posti letto, cure gratuite e basato su un modello in cui risata, gioia e creatività sono parte integrante del processo di guarigione. Nell’ingresso del suo ospedale viene riportata questa frase:
«Per noi guarire non è solo prescrivere medicine e terapie, ma lavorare insieme condividendo tutto in uno spirito di gioia e cooperazione. La salute si basa sulla felicità, dall’abbracciarsi e fare il pagliaccio al trovare la gioia nella famiglia e negli amici, la soddisfazione nel lavoro e l’estasi nella natura delle arti»
Dalla sua missione sono nati in tutto il mondo gruppi di volontari che hanno praticato e praticano la clownterapia, terapia del sorriso.
Patch Adams non ha mai smesso di viaggiare per il mondo, per portare assistenza e per sensibilizzare ad un modo diverso di curare i pazienti.
Nel 2005 è stato ospite del Rotary Club di Reggio Emilia e grazie ai clown di corsia dell’associazione ViP Parma (Viviamo in Positivo) ho potuto incontrarlo. Due lunghi baffi, un naso da clown, una protesi al posto di una gamba – “mi permette di ballare il rock and roll!” – un sorriso contagioso e un’ampia capacità diagnostica. In un baleno sono stata rapita da quella figura iconica e al contempo di una semplicità ed immediatezza disarmanti. Parola dopo parola ha fatto entrare il pubblico nella sua filosofia di vita, senza tenere un simposio, ma con battute, aneddoti, racconti, esempi e la sua inconfondibile risata. Si è raccontato come uomo a servizio della vita. Non ha smesso un attimo di sorridere, neanche quando ha raccontato gli episodi più duri della sua professione oltre che della sua sfera privata. Ha sottolineato l’importanza dell’umorismo e della compassione nella cura dei pazienti. Non una semplice conferenza, ma una storia di vita narrata in maniera dinamica, coinvolgendo il pubblico in esercizi di autoaiuto. Una storia che ha riportato alla luce i numerosi ricordi dei suoi viaggi, in Paesi mal tollerati a livello governativo (come l’Unione Sovietica e Cuba) o nelle svariate scuole e facoltà di medicina di oltre 82 Nazioni. Lui stesso non ha nascosto le difficoltà che hanno attraversato la sua vita, una tra tutte quella legata all’apertura di un ospedale, il sogno che sta ancora rincorrendo. Ma Patch ha raccontato anche il dolore di alcuni dei pazienti che con i suoi gruppi di volontari ha incontrato nel mondo e ha letto una delle 300 mila lettere fino ad allora ricevute. Non ho mai dimenticato la sua frase conclusiva che ho custodito in un quaderno: “Io sono un clown che è anche un medico e non il contrario. I make me (io mi plasmo) e sulla base di questo penso all’intenzione, e l’intenzione non è un hobby, rifletto sulla performance per raggiungerla e sulle sue conseguenze. Inoltre, bisogna rendere divertente ciò che si fa”. Una sola richiesta a fine serata: raggiungerlo sul palco per ballare un rock’n’roll con lui.
Ed io mi porto negli occhi il viso felice e sereno di quest’uomo incredibile che in quel momento, su un piccolo palco, tra decine di sconosciuti, mi ha preso per mano e mi ha fatto scatenare e divertire come mai mi era successo, ricordandomi che la me bambina, quella scanzonata e innamorata del gioco e della risata, non avrei dovuto più relegarla in un angolo. La sua terapia della risata è stata davvero contagiosa per chi, come me, clown di corsia non è stato mai, ma ha sempre creduto nella cura del prossimo attraverso la gentilezza e l’ironia.