01 Giu GIUSEPPE UNGARETTI: DIARIO DI UN UOMO
“Non so che poeta io sia stato in tutti questi anni. Ma so di essere stato un uomo: perché ho molto amato, ho molto sofferto, ho anche errato cercando poi di riparare al mio errore, come potevo, e non ho odiato mai. Proprio quello che un uomo deve fare: amare molto, anche errare, molto soffrire, e non odiare mai.”
Giuseppe Ungaretti
Quella di Giuseppe Ungaretti è la storia di un poeta che si è fatto uomo tra i versi.
I suoi versi percorrono le tracce di una guerra interiore e di trincea, che ci narrano della vita, della morte, dell’abbandono e dell’allegria: tutto in poche e semplici parole che, come lame, sono capaci di scalfire l’anima umana.
Figlio di due immigrati lucchesi, Ungaretti nacque nel 1888 ad Alessandria d’Egitto. Il padre, che lavorava come operaio allo scavo del Canale di Suez morì pochissimi anni dopo la sua nascita. Frequentò l’École Suisse Jacot e fu durante questo periodo che Ungaretti si appassionerà alla letteratura e alla poesia contemporanea francese e italiana grazie anche alle riviste “Mercure de France” e “La voce”. Nel 1912 si trasferì a Parigi, dove conobbe numerosi poeti, pittori e artisti del tempo come il poeta Apollinaire, Aldo Palazzeschi, Picasso, De Chirico e Modigliani e iniziò a scrivere componimenti per una rivista.
Ma nel 1915 decise di arruolarsi come volontario per la Grande Guerra. Combatté sul Carso, in Friuli: un paesaggio lunare, desertico che Ungaretti ritrarrà nelle poesie del suo primo libro, una piccola raccolta pubblicata in pochi esemplari con il titolo “Il porto sepolto”; questa raccolta resterà sempre il nucleo originario della sua poesia, al centro delle successive metamorfosi editoriali.
Quello che rende grande Giuseppe Ungaretti è la sua unicità d’accento e di espressione, la sua grande poesia trova le radici in se stessa, in quell’intensità profonda che Thomas Merton definì “sconvolgente“. Sarà una vera rivoluzione per la poesia italiana: uno stile del tutto nuovo che scardina le convenzioni e i tratti tipici e che influenzerà la poetica a venire.
Nel 1920 il poeta sposò Jeanne Dupoix, dalla quale avrà tre figli. Iniziò a lavorare per il Ministero degli Esteri e nello stesso anno aderì al fascismo. Nel 1923 viene ristampato “Il porto sepolto” con la prefazione di Benito Mussolini, conosciuto qualche anno prima durante la campagna interventista.
Nel 1928 Ungaretti si convertì al cattolicesimo e nel 1936 si trasferì in Brasile, a San Paolo, dove ottenne la cattedra di letteratura italiana presso l’università della città. Rimarrà in Brasile fino al 1942 quando deciderà di tornare in Italia. Qui venne nominato Accademico d’Italia e professore per “chiara fama” di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università “la Sapienza” di Roma. Nel 1939 morì il figlio Antonietto. Questo tragico evento è evidente in molte poesie delle raccolte “Il Dolore” e “Un Grido e Paesaggi”.
La sua raccolta “L’allegria”, pubblicata nell’edizione definitiva nel 1931, contiene le poesie di “Il porto sepolto” e “Allegria di Naufragi”. La maggior parte dei testi in essa contenuti, scritti tra il 1914 e il 1919, esprimono soprattutto i sentimenti nati dall’esperienza della Prima guerra mondiale: il dolore, la perdita ma anche la scoperta dei valori più autentici di fratellanza e umanità. La poesia più celebre è “Mattina” (M’illumino d’immenso), la più breve del poeta, composta nel 1917.

L’intera opera poetica di Giuseppe Ungaretti è raccolta in Vita d’un uomo, un libro che può essere letto come la sua autobiografia: il diario di una vita scritto per impeto e per necessità. Una poesia sempre alimentata da un preciso rapporto con l’esistenza e le sue sfaccettature: su tutte l’amore, il coraggio, il dolore, la fratellanza.
Il poeta scriveva quasi in uno stato di frenetica possessione.
Citando Leone Piccioni: “Se d’improvviso, il misterioso demone della poesia si impossessava di lui, ma che più sonno, che più quiete!: agitazione frenetica; via dalle lenzuola, a camminare, a smaniare la notte per casa, fino ad avere carta e penna, a cominciare a scrivere, a segnare.” Con la stessa smania scrisse dalla trincea la sua “parola tremante nella notte”, annotando le poesie su pezzi di carta improvvisati e al flebile chiarore di candela, mentre attorno a lui i colpi deflagravano e i compagni morivano. Scriveva per tenersi attaccato alla vita.

Curiosità: 𝗦𝗙𝗜𝗗𝗔𝗥𝗦𝗜 𝗔 𝗗𝗨𝗘𝗟𝗟𝗢 𝗜𝗡 𝗡𝗢𝗠𝗘 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗣𝗢𝗘𝗦𝗜𝗔
Nel 1926, nel giardino della casa dello scrittore siciliano Luigi Pirandello, si sfidarono a duello il poeta Giuseppe Ungaretti e lo scrittore Massimo Bontempelli.
All’origine del duello ci furono questioni poetiche, in particolare un articolo di Bontempelli pubblicato sul quotidiano “Il Tevere”, critico verso lo stile ermetico di Ungaretti. All’epoca i duelli non erano consentiti, ma tollerati, a condizione che avvenissero lontano da occhi indiscreti.
In un clima alquanto goliardico e rilassato, fu stabilito un duello “al primo sangue” che dopo un paio di “scambi” vide vincitore Bontempelli, che infilzò l’avversario all’avambraccio destro: la punta dell’arma penetrò per tre centimetri nel braccio di Ungaretti. A fasciatura fatta, i due si riconciliarono e a quanto si racconta, lo fecero accompagnando la pace fatta con una birra fresca offerta da Pirandello. Un esame attento della foto svela il clima ‘leggero’ in cui avvenne lo scontro. Bontempelli non si liberò nemmeno della cravatta, mentre Ungaretti si batté con gli occhiali. Il fotografo poté avvicinarsi a distanza di un metro per immortalare l’evento e il giudice anche di più.