16 Giu NAPOLI ANNI ’30
C’era una volta una Napoli passata che, a quanti sono nati a partire dai primi anni del Novecento, è pressoché sconosciuta.
I Savoia prima e Mussolini poi applicarono sulla città imponenti opere di risanamento che finirono per sfigurarla e privarla di un enorme patrimonio artistico e storico, di cui oggi restano solo fotografie e dipinti stinti. Matilde Serao nel suo “Ventre di Napoli” descrisse abilmente il risanamento di fine Ottocento caratterizzato dalla demolizione di interi quartieri e di chiese di enorme valore spirituale e culturale.
Napoli andava risanata perché soggetta ad epidemie di colera, motivo per cui era necessario abbattere centinaia di vicoli per far spazio a grandi arterie, sulla scia di quanto fatto a Parigi e Londra.
Mussolini – negli anni ‘30 – finì quanto iniziato dalla dinastia sabauda, costruendo in aggiunta, edifici dallo stile lineare e augusto in omaggio alla riscoperta dell’arte romanica.
Ma era veramente così sporca solo Napoli? Era realmente necessario un tale sventramento?
In realtà l’intera Europa dell’epoca fu falcidiata da diverse ondate di colera tra l’inizio e la fine dell’Ottocento. Napoli, come tante altre città europee, era stata duramente colpita nel 1884, divenendo presto la malattia un pretesto ideale per la classe politica dell’epoca, interessata più ai profitti che ad un reale miglioramento della vita dei napoletani.
Al grido di “bisogna sventrare Napoli” fu portata avanti una campagna volta a convincere l’opinione pubblica della necessità di risanamento.
La Serao, nel suo celeberrimo libro denuncia, “Il ventre di Napoli”, scrisse in merito:
“Voi non lo conoscevate, onorevole Depretis, il ventre di Napoli. Avevate torto, perchè voi siete il Governo e il Governo deve saper tutto. Vi avranno fatto vedere una, due, tre strade dei quartieri bassi e ne avrete avuto orrore. Ma non avete visto tutto; i napoletani istessi che vi conducevano, non conoscono tutti i quartieri bassi. La via dei Mercanti, l’avete percorsa tutta? Da questa via partono tante altre viottole, che portano i nomi delle arti: la Zabatteria, i Coltellai, gli Spadari, i Taffettanari, i Materassari, e via di seguito. Sono, queste viottole – questa è la sola differenza – molto più strette dei Mercanti, ma egualmente sporche e oscure; e ognuna puzza in modo diverso: di cuoio vecchio, di piombo fuso, di acido nitrico, di acido solforico. Sventrare Napoli? Credete che basterà? Vi lusingate che basteranno tre, quattro strade, attraverso i quartieri popolari, per salvarli? Vedrete, vedrete, quando gli studi, per questa santa opera di redenzione, saranno compiuti, quale verità fulgidissima risulterà: bisogna rifare.”
La giornalista con le parole “bisogna rifare” si riferiva non ad abbattere semplicemente palazzi antichi e fatiscenti per pulire il viso della città ai turisti provenienti da tutta Europa, bisognava invero rifare la vita dei napoletani più indigenti.
Così, vent’anni dopo, a risanamento completato, con i vecchi quartieri del Pendino, della Sellaria, del Mercato e Vicaria, ed il lungomare completamente colmato e snaturato per far posto alla nuova via Caracciolo, elegante sì ma completamente differente dalla cornice naturale nella quale era stato inserito il golfo di Napoli per secoli, la Serao descrisse ciò che ne era stato realmente dello sventramento.
In sostanza vennero abbattute 17000 abitazioni e scomparvero sotto i colpi di piccone anche 64 chiese, 144 strade e 56 fondachi, prese forma il Rettifilo lungo quasi due chilometri, che tagliò letteralmente in due il ventre di Napoli, ma non furono costruite – come promesso – case economiche, per cui la popolazione più povera fu costretta a ritornare nei bassi con l’unica differenza che dove abitavano in sei o otto, dovettero arrangiarsi in dieci o dodici.
“Niuno dubbio che, dopo venti anni, la impressione estetica sia mutata completamente. La piazza della Stazione, ormai, ha una vastità degna di una metropoli e le tre ampie strade che vengono di fronte al forestiero, le due enormi arterie a dritta e a sinistra, i grandi palazzi che formano gli angoli della via, tutte queste cose grandi, piene di luce, piene di aria, tutte queste cose che hanno l’aspetto nitido o quasi, danno agli occhi curiosi una prima visione gradevole. Il Rettifilo era, doveva essere, dovrebbe essere l’apportatore dell’aria, della salute, della pulizia di migliaia e migliaia di popolani napoletani. Alla seconda, alla terza, alla decima volta che voi attraversate questa magnifica strada, volgendo gli occhi, a manca, a dritta, lo scenario seducente ha dei grandi strappi. Un imponente palazzo, rossastro, pomposo, si pavoneggia con le sue cento finestre: e, accanto, voi scoprite un vuoto, e un muretto basso si prolunga, si prolunga, un muretto su cui la pubblicità allegramente appende i suoi quadri, da anni e anni, e dietro questo muretto, molto più indietro, sorgono delle masse di case lercie, cadenti, miserabili, di tutte le misure, macchiate di tutte le stigmate della povertà e del vizio.”
In sostanza il risanamento aveva abbattuto, cancellato secoli di storia per costruirvi lunghe strade con imponenti palazzoni eleganti alle cui spalle, come dei paraventi, continuavano a star ammassati centinaia e centinaia di poveri napoletani indigenti, tra sporcizia e malattie.
A cosa servì dunque il risanamento se non a perdere secoli di storia?
Nella follia di rinnovamento alcuni architetti dell’epoca pensarono addirittura di abbattere il Castel dell’Ovo, considerato un vetusto ed inutile ammasso di mattoni in mezzo al mare.
Perché questo desiderio quindi? Il fine principale non fu dunque aiutare il popolo napoletano ma speculare e guadagnare.
“Ci sono due modi per governare gli italiani: con le baionette o con la corruzione”: con queste parole Vittorio Emanuele II accolse il plenipotenziario inglese Augustus Paget, conscio dei vizi di una parte consistente della dirigenze italiana di cui Napoli fu vittima.
La speculazione edilizia e la cattiva amministrazione inghiottirono alcune proposte urbanistiche di straordinario valore, su tutte quelle di Lamont Young, architetto eclettico e urbanista napoletano di origini scozzesi, talmente fervido da partorire progetti innovativi e pionieristici mai realizzati. Lui sì che idealizzò un vero abbellimento della città, sfruttandone le potenzialità e non i suoli. Già nel 1872, presentò i disegni della metropolitana di Napoli che prevedevano la costruzione di una strada ferrata sotterranea, con strutture sopraelevate in alcuni tratti, di connessione tra Bagnoli, Posillipo, Vomero, San Ferdinando e Capodimonte. Di cultura fortemente progressista, stimolò uno sviluppo sostenibile del turismo e propose i disegni del Rione Venezia, un nuovo quartiere che da Santa Lucia, lungo la costa di Posillipo, avrebbe dovuto collegare Napoli con i Campi Flegrei attraverso un canale navigabile con battelli, sfociando a Bagnoli in un quartiere residenziale a scarsa densità abitativa fornito di stabilimenti balneari e termali, alberghi, un giardino zoologico, giardini, zone terrazzate, ville degradanti verso il mare, negozi e un palazzo di cristallo con un lago e delle isolette. Le sue intuizioni avrebbero modificato il corso della storia urbanistico-turistica di Napoli, ma tutti i suoi progetti, a parte quelli di alcuni noti edifici cittadini, rimasero su carta.
Purtroppo entrò in un violento contrasto con la Banca Tiberina di Torino che preferì finanziare famelici imprenditori, interessati solo all’abbattimento selvaggio.
Qualche anno dopo, in pieno regime fascista, venne deciso di continuare il risanamento in altre zone della città, questa volta costruendo palazzi dall’estetica completamente differente.
Sorsero infatti i famosi palazzi della Posta, il palazzo degli uffici finanziari e quello della Questura, tutti situati nella zona poco salubre del rione San Giuseppe-Carità, nel frattempo demolito interamente con tutti i suoi vicoli. Nel 1932 venne completamente cancellato il complesso monumentale San Tommaso con il suo chiostro, sorsero al suo posto il Palazzo della Finanza, il Palazzo dell’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale, palazzo Fernandez.
L’architettura fascista, disseminata per tutta Italia, anche a Napoli può essere definita come uno stile rientrante nella cosiddetta Art Déco, ma con in più una qualità particolare. Ciò che vide la luce in Italia negli Trenta del ‘900 fu uno squisito esercizio di stile, che trova pochi paragoni nel resto del mondo, che portò gli architetti che si cimentarono a fondere nelle loro opere l’arte tradizionale romana con le più avanzate correnti moderniste.
Per dovere di cronaca, bisogna specificare che tutte le statue e i simboli fascisti sono stati rimossi o distrutti, spesso dalla stessa folla, e oggi quello che rimane è la struttura di splendidi edifici che ad un secolo di distanza continuano ad essere tremendamente moderni.
A differenza di ciò che accadeva negli altri regimi totalitari, in Italia l’esaltazione del classicismo fu alimentata senza però esagerare e accentuare gli eccessi. L’utilizzo di materiali nobili come travertino e marmo aiutò inoltre a rendere più eleganti e meno “militaresche” le progettazioni tipiche dell’architettura fascista.