A Casa di Lucia | GLI INGLESI E I SALUTI
37067
wp-singular,post-template-default,single,single-post,postid-37067,single-format-standard,wp-theme-bridge,theme-bridge,bridge-core-1.0.2,no-js,woocommerce-no-js,ajax_fade,page_not_loaded,,vertical_menu_enabled,qode-title-hidden,side_area_uncovered_from_content,transparent_content,columns-4,qode-theme-ver-18.0.4,qode-theme-bridge,disabled_footer_top,wpb-js-composer js-comp-ver-5.7,vc_responsive

GLI INGLESI E I SALUTI

Come salutano gli inglesi?

Good morning (buongiorno) tassativamente fino alle 12.00, un minuto dopo scatta il 

Good afternoon (buon pomeriggio) se qualcuno si sbaglia e guardando l’orologio si accorge che è scattata l’ora X, subito si corregge.

Good evening 

sarebbe una specie di buon pomeriggio inoltrato, che va da circa le 16.00 fino alle 18.00.

Good night dalle 18.00 in poi, ché finalmente s’è fatta notte.

Poi ci sono i saluti meno formali:

Hi! 

Hello!

Hello there! Più o meno tutti stanno per “Ciao!”

Semplice, vero?

E invece no perché subito dopo il saluto viene lei, la terribile, insopprimibile, assolutamente inevitabile domanda:

How are you?

Are you ok?

How are you doing?

che più o meno vogliono dire “Come va?” o “Come te la passi?

Che c’è di strano? Direte voi.

È presto detto: a queste domande, nel 99.99% dei casi non si risponde e se lo si fa c’è un rito da rispettare.

Ma, io dieci anni fa, non lo sapevo.

Come me, molti immigrati non sapevano e non sanno una parola di inglese. 

Al mio arrivo qualcuno mi consigliò di fare volontariato in uno dei tanti charity shop che accettano volontari sempre, perché ne sono la spina dorsale (ma anche questo l’ho capito tempo dopo).

Lì stai con gli inglesi tutto il tempo – mi dissero – lo impari per forza“. Quello che non mi avevano detto era che i tanti volontari che lavorano nei charity provengono, letteralmente, da tutto il mondo: indiani, polacchi, africani, rumeni, la maggior parte dei quali facevano volontariato per il mio stesso motivo, cioè praticare l’inglese.

Potete immaginare il marasma di accenti diversi che tocca sentire, per cui davvero non so più quale inglese io parli al momento, perché al coloratissimo campo di “linguaggi inglesi” da cui ho attinto bisogna aggiungere pure l’accento di Leicester (dove vivo) e, ovviamente, il mio personale accento italiano, che loro, i Britons, si sbracciano a dire che è “so nice!” (ma mica lo sai se lo pensano davvero o se è solo un altro modo di essere “polite“, cioè “politicamente garbati”). 

All’inizio, quindi, non capivo niente da nessuno. Passavo il tempo lavorando, cercando di osservare le altre persone che lavoravano per capire cosa dovessi fare, spesso con un sorriso idiota stampato sulla faccia, soprattutto quando mi stancavo di chiedere per l’ennesima volta “Can you repeat, please?“.

Ma il saluto, eh gente mia, il saluto è stato lo scoglio più difficile da superare.

Succedeva praticamente ogni giorno che qualcuno mi passasse accanto: “Hi! How are you?

E io… avete presente l’atleta che fa il lancio del peso? Quello che dopo aver lanciato la boccia ne segue la traiettoria con lo sguardo saltellando su un piede per assorbire l’energia residua del lancio?

Ecco, quella ero io che mi voltavo per rispondere e rimanevo con le parole che mi saltellavano fra i denti mentre la persona era già lontana almeno cinque passi e io, ormai ne stavo guardando la schiena.

“Perché – pensavo – mi ha chiesto come sto se poi non ha aspettato la mia risposta?

Vuoi vedere che è una domanda a tempo, come nei quiz e siccome io sono diesel che il cervello mi si mette in moto ma prima che parta la bocca ci vuole un po’, non faccio in tempo?”

Ci ho messo un paio d’anni a capire che quelle domande sono solo rituali, non prevedono risposte (vere risposte intendo), perché alla persona che ti fa quella domanda non gliene può fregare di meno di come stai. Infatti se si vuole, o se si ha il tempo, di completare il rito si dice così:

A: Hello! How are you?

B (veloce, eh): I’m fine, thank you. You?

A : Fine, thank you.

B (in conclusione): Good!

Tutto questo in cinque secondi cinque, che le parole ti sibilano tra i denti perdendosi poi tra i rumori intorno.

A nessuno dei due frega nulla di come stia l’altro, ma tutti e due sono stati ligi alla politeness.

Una volta capita la filastrocca mi ci sono voluti un altro paio d’anni per ficcarmela in modo stabile nel cervello e rispondere a tono.

A fare la domanda, però, ancora non ho imparato, perché nella mia testa c’è uno schema antico e collaudato:

“Come stai?” si chiede se davvero vuoi saperlo, se umanamente ti interessa la persona a cui lo stai chiedendo e siccome per la maggior parte del tempo, lavorando in un negozio, saluto sconosciuti, questo “how are you?” senza senso proprio non mi viene.

Quindi, gente, how are you?

(Per favore, non siate polite)



× Ciao!