A Casa di Lucia | Mare Nostrum: un tesoro da salvaguardare come la nostra umanità.
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Mare Nostrum: un tesoro da salvaguardare come la nostra umanità.

È l’inizio dell’anno 54 a.C.: in vista della seconda campagna in Britannia, Cesare fa costruire un’intera flotta e disegna egli stesso il modello di nave. Ha come obiettivo la maggiore rapidità delle operazioni di carico e scarico e perciò concepisce navi più basse «di quelle», scrive, «che siamo soliti usare in nostro mari». Cesare si riferiva al Mar Mediteraaneo quando parlava di mari, totalmente sotto l’egemonia dell’impero romano.

Un mare antico, ricco di storie, di lotte, guerre, leggende. All’inizio designava soltanto il bacino del Mar Tirreno e continuò a farlo almeno fino al 30 a.C, fino alla fine delle guerre puniche, combattute contro Cartagine, e alla conquista di Sicilia, Sardegna e Corsica. L’espressione mare nostrum, tuttavia, si andò ampliando subito dopo, nel momento in cui il dominio romano cominciò ad espandersi verso la Penisola iberica e l’Egitto. È in quel preciso istante che, padroni dell’intero vicinato, i romani cominciarono ad utilizzare questa definizione per riferirsi a tutto il Mediterraneo. A dirla tutta, chiamandolo anche Mare Interno, dal latino Mare Internum, per la sua peculiarità di essere “circoscritto“. Il nome di Mediterraneum Mare fu attestata per la prima volta, infatti, soltanto dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, nel 476 d.C, anno in cui Odoacre depose l’ultimo imperatore romano, Romolo Augusto

I conflitti nel Mediterraneo orientale ci sono noti dall’Iliade, da Erodoto, da Senofonte, da Demostene; i conflitti nel Mediterraneo occidentale soprattutto da Polibio.

Oggi questo mare eterogeneo e splendido è meta di vacanzieri di ogni nazione alla ricerca nei periodi estivi di refrigerio nelle bellissime isole greche, sulle coste della penisola sorrentina, desiderosi di visitare Napoli con il suo golfo, Capri, la Sicilia, la Puglia con le sue calette paradisiache.

Noi italiani, spesso troppo assuefatti dalle bellezze nostrane, preferiamo visitare il mare nostrum che lambisce le coste di altri paesi come quelle del Marocco, della Tunisia, della Dalmazia. I più giovani preferiscono dirigersi verso le spiagge rumorose di Ibiza o Formentera, i più alla page quelle della Sardegna o della Costa Azzurra.

Ovunque questo nostro mare sembra riflettere bellezza e opulenza.

Non solo per la bellezza oggettiva delle sue coste, ma anche soprattutto per quanto di stupefacente conserva all’interno di esso: il Mar Mediterraneo, nonostante rappresenti solo l’1% della superficie degli oceani, ospita tra il 4 e il 12% della biodiversità marina mondiale, con oltre 12.000 specie marine; purtroppo tra le principali minacce che gravano su questo enorme bacino di mare si annoverano l’inquinamento, il cambiamento climatico e lo sfruttamento eccessivo delle sue risorse. L’Italia gestisce 29 aree marine protette e 2 parchi sommersi, per un totale di circa 228 mila ettari di mare e 700 km di costa. Partecipa anche alla tutela del Santuario Pelagos, l’unica area protetta transfrontaliera dedicata alla protezione dei mammiferi marini del Mediterraneo, nella quale sono regolarmente osservate 8 specie di cetacei e persino la rarissima Foca monaca. Ma quante volte ci è capitato di imbatterci in turisti maleducati intenti nel voler portare a casa un souvenir tra le specie protette conservate all’interno dei nostri mari?

Per questi motivi è stata istituita la Giornata internazionale del Mar Mediterraneo, l’8 luglio, con l’obiettivo di far riflettere su queste problematiche e sensibilizzare le masse nell’adottare comportamenti più sostenibili.

 

 

Piccola postilla: il mare nostrum non è solo bacino di bellezze spesso violate, è molto spesso anche un “mare monstrum“.

Teatro di disperazione, di sbarchi, di gente che fugge da miseria e violenza alla ricerca di lidi più pacifici e ricchi. Così può capitare che, sulle onde di questo mare terribile e bellissimo, si trovino a correre veloci imbarcazioni lussuose e gremite di persone danzanti e goderecce e allo stesso tempo, a poche centinaia di metri più distanti, barchette, gommoni arrangiati stracolmi di gente emaciata, assettata, speranzosa di arrivare sana e salva dall’altra parte della costa.

 

Dall’inizio del 2025 almeno 233 persone sono morte e 225 risultano disperse sulla rotta del Mediterraneo Centrale. Lo rende noto l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) in Libia nel suo ultimo aggiornamento pubblicato su “X”. Nello stesso periodo, precisa l’agenzia dell’Onu, i migranti intercettati in mare e riportati in Libia sono stati 9.585, di cui 8.147 uomini, 960 donne, 333 minori e 145 di cui non si conoscono i dati di genere. Lo scorso anno sono state invece 2.452 le morti documentate nel Mar Mediterraneo. Una tragedia inaccettabile e prevenibile. Dietro ogni numero c’è un essere umano, qualcuno per cui questa perdita è devastante. Gli sbarchi e le tragedie dei migranti in mezzo al nostro Mediterraneo sono diventate una costante negli ultimi 15 anni a causa di clamorosi errori geopolitici compiuti dagli Stati circostanti.

 

Senza voler stare a cercare cause o alzare polemiche, forse dovremmo solo tornare a quel concetto di Humanitas che affonda le radici nel mondo che diede il nome a questo bellissimo nostro mare, nostro, di tutti, di un complesso di esseri umani che dovrebbero valorizzarlo nel suo essere ponte di scambi naturali, storici, culturali e anche economici, piuttosto che trasformarlo in un cimitero a cielo aperto, quel cielo che presto lo inonderà di lacrime silenziose come ogni estate, più “umano” della nostra assuefatta indifferenza.



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