15 Ago Grazia Deledda: un destino a lungo dimenticato
“Non è stata studiata bene la Deledda, era una scrittrice straniera, divenne perfettamente bilingue solo intorno ai trent’anni. E quindi forse per questo mi è cara, perché io oggi ho un bilinguismo pacificato, lei dovette lottare per guadagnarsi una lingua che le consentisse di raccontare il suo mondo. […] Ha gettato un ponte tra la cultura italiana e la cultura sarda e io cammino su quel ponte e ci camminano tutti gli scrittori sardi”
Michela Murgia
Grazia Deledda, scrittrice immaginifica e pittorica nel suo italiano appreso tardi da autodidatta, nasce il 27 settembre 1871 a Nuoro, tra le periferie culturali più remote d’Italia, da Giovanni Antonio e da Francesca Cambosu.
Pur formatasi all’interno di una famiglia discretamente abbiente, gli eventi della sua vita e il suo percorso letterario non possono essere disgiunti dalla particolare situazione storica della condizione femminile, non soltanto in Sardegna, ma in quasi tutto il resto d’Italia all’indomani dell’Unità nazionale. Contrariamente a un’altra scrittrice sua contemporanea, Sibilla Aleramo che già nel 1906 pubblicava Una donna, libro di rivolta e di rinascita coscienziale, Grazia Deledda non fu mai impegnata sul piano del femminismo, anzi è lecito supporre una sua istintiva avversione agli stessi termini. Ma accostandosi alla sua opera ormai a distanza di più di un secolo dalla nascita dell’autrice, risultano di importanza fondamentale alcuni eventi storici che tracceranno con solchi indelebili il suo destino personale e letterario. Uno di questi riguarda la formazione scolastica, che solitamente per le donne non andava al di là di alcune classi elementari. Grazia, infatti, frequentò sino alla quarta classe, così come l’Aleramo: entrambe furono accomunate dalla medesima insufficienza scolastica, oltre che dall’ostilità intellettuale, palese o sottaciuta, da cui era circondata una donna che si dedicava alla vita dell’arte. La Deledda, per giunta, poté ripetere la quarta elementare solo e unicamente perché i genitori le permisero di frequentare un altro anno scolastico, nella convinzione che le donne non dovessero studiare. Se non avesse avvertito, giusto al termine della sua esistenza, il bisogno di scrivere quella parziale autobiografia, nascosta nella forma del romanzo, nota col titolo di “Cosima”(1937, postumo), sarebbe pressoché impossibile ricostruire almeno alcuni momenti salienti della sua vicenda umana: tanto la sua vita fu povera di esperienza diretta del mondo nella misura stessa in cui fu ricchissima la produzione romanzesca.
Cosima, quasi Grazia fu il titolo con cui Antonio Baldini pubblicò quell’opera per la prima volta, poco dopo la morte dell’autrice, nei numeri di settembre e di ottobre 1936 della Nuova Antologia, e nelle note che vi appose rintracciò puntualmente tutti i nessi che legano il racconto alla realtà biografica della Deledda.
Pur sotto forma romanzesca, attraverso la figura di Cosima/Grazia vengono narrati gli anni che vanno dai suoi primi ricordi fino alla partenza da Nuoro, ponendo l’accento non sull’abbandono del luogo geografico e culturale della sua nascita (Nuoro), ma dalla casa paterna: obbligato topos dell’anima per una donna come la Deledda, che rimase sempre ancorata a una concezione patriarcale dell’esistenza. Molte pagine di Cosima sono dedicate all’esplorazione con occhi d’infanzia della rustica semplicità della sua casa nuorese, tema rielaborato più volte nelle trame romanzesche. La quiete domestica è dominata dalla figura del padre Antonio, verso cui Grazia dovette avere un importante trasporto, superiore a quello verso la madre, ritratta con velata stizza nei panni della più abulica sottomissione (la ritroviamo ne La Madre,1920), della più religiosa rassegnazione. In Cosima si scopre che gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza furono segnati da una ininterrotta catena di sciagure. Un fratello, Santus, precipita nell’alcolismo sino al delirium tremens; l’altro fratello, Andrea, viene arrestato, anche se per piccoli furti, provocando la morte di crepacuore del padre, e la conseguente perdita dell’agiatezza. La sorella Giovanna muore di angina in tenera età, e un’altra sorella, Enza, muore a ventun anni in un tentativo di aborto, attanagliata dal senso di colpa per aver sposato un uomo di condizione inferiore. Una terza sorella, Beppa, verrà invece atrocemente beffata dopo la promessa di fidanzamento fattale da un pretendente “continentale”. Si trova nel romanzo inoltre qualche fugace accenno ai difficili esordi sessuali di Cosima/Grazia, i quali danno la misura del clima di feroce arretratezza che incatenava l’esistenza della scrittrice. Si tratta dei casti baci ricevuti furtivamente da Fortunio “il figlio illegittimo della serva del cancelliere“, zoppo in Cosima, nella realtà guercio.
Queste difficoltà ambientali, unite al clima di soffocante pregiudizio verso la sua nascente vocazione letteraria, fecero maturare in Grazia Deledda quei fermi propositi di fuga dall’ambiente nuorese e sardo, che in seguito si realizzeranno soltanto grazie all’unica soluzione possibile per una donna del suo tempo: il matrimonio. La meta della fuga, il luogo del sogno, è Roma. Proprio a una rivista romana inviò la sua prima novella, cui seguirono generosi incoraggiamenti e l’invito a inviarne altre. Ma non saranno ancora questi primi, fuggevoli successi a consentirle il sognato abbandono dell’isola. Dovette aspettare ancora, fino a quando a Cagliari incontra “l’uomo della salvezza“: l’impiegato romano Palmiro Madesani, che sposerà nel giro di pochi mesi, trasferendosi con lui finalmente a Roma.
Cosima è un libro di ricordi espressi in modo lirico con spiccata tendenza al meraviglioso e al miracolistico, come se la scrittrice rendesse grazie alle tragedie che l’hanno circondata perché le pene della vita sono la gioia dell’arte. Nessuna vena di amarezza, nessun moto di condanna di quell’universo chiuso e reazionario che una certa cultura del Novecento insegnava a leggere in termini del tutto nuovi.
La storia di Cosima/Grazia si ferma con l’arrivo a Cagliari, preludio al matrimonio, alla partenza definitiva dall’isola, al trasferimento a Roma.
È il 1900, l’anno in cui Grazia Deledda brucia le tappe facendo il salto che una volta era solo un sogno e che viene descritto in Cosima: Roma, meta del sogno letterario della giovanissima Grazia, all’inseguimento della fama e del riconoscimento nella società letteraria nazionale.
Grazia vive tra due poli: da una parte, all’orizzonte, il continente, Roma, la vita dedicata ufficialmente e interamente alla scrittura ed il riconoscimento; dall’altra la Sardegna, sua terra d’origine, che la scrittrice non smette mai di raccontare.
Roma, città che la scrittrice definisce “La Gerusalemme dell’arte”. È proprio nella capitale che Grazia scrive i suoi romanzi di maggior successo: Elias Portolu (1903), Cenere (1904), da cui nel 1916 è tratto l’omonimo film interpretato da Eleonora Duse, L’edera (1908) e Canne al Vento (1913). Il successo si corona nel 1927, anno in cui le viene conferito il Premio Nobel per la Letteratura (prima donna italiana e seconda a livello internazionale dopo Selma Lagerlöf):
“per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi”, questa la motivazione del premio, che sottolinea la volontà di Grazia di rappresentare la vita partendo dalla sua esperienza sarda e non quella di stereotipare un’isola ed i suoi abitanti. Grazia continuerà per tutta la sua carriera letteraria a raccontare le verità più intime dell’essere umano perché, come afferma in Cosima, “Io racconto di uomini e di donne”.
Grazia Deledda si spegne nell’agosto del 1936 e ad oggi rimane l’unica donna italiana ad aver vinto il Premio Nobel per la Letteratura.