A Casa di Lucia | QUALCOSA DI INFANTILE MA DI MOLTO NATURALE
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QUALCOSA DI INFANTILE MA DI MOLTO NATURALE

“Leggere, o rileggere dopo molti anni e molti libri, questi racconti, dà una sensazione di letizia dolorosa, la felicità severa di incontrare qualcuno che scriveva avendo in mente una sorta di perfezione, una scrittura elusiva ed impossibile, una letteratura esigente, rigorosa, spietata; e con quella idea della letteratura scriveva pagine di una lievità, una illusionistica inconsistenza, tra essere, alludere, cessare di essere; pagine che non vogliono voce per essere lette, ma non più di un sussurro interiore, una parlata di ombre, un chiacchierio di pure immagini che hanno rinunciato al corpo, ma non a quella lancinante illusione che è l’esistere, il consistere in una instabile e rapinosa corrente di oggetti, cose, calore, acqua, fiori, ricordi, errori, amori e disamori.

(Giorgio Manganelli)

I racconti di Katherine Mansfield (neozelandese, una delle più celebri scrittrici del movimento modernista, dalla vita movimentata e breve, amica di Virginia Woolf e D. H. Lawrence che morì a soli 34 anni di tubercolosi) mi hanno accompagnata per buona parte della mia estate. Le protagoniste sono donne, spesso comuni, che raccontano storie comuni e che riflettono l’ambivalenza, l’imperscrutabilità, il raro dono letterario di saper esprimere le “ambiguità del cuore”, la vibrante umanità, con insieme uno sguardo ironico. La scrittura di Katherine è cristallina e raffinata, l’unica di cui Virginia Woolf, come confessò nel suo diario, sia mai stata invidiosa.

Nell’opera della Mansfield si ha la sensazione che la vita passi attraverso gli oggetti da lei minuziosamente descritti, oggetti inanimati che diventano protagonisti dei racconti, proprio per la capacità della scrittrice di rendere pieno di vitalità ogni particolare, come se ciascuno di questi oggetti si trasformasse in catalizzatore ed elemento rivelatore di sentimenti e di sensazioni.

Cristina Campo scrisse: “Ciò che interessa a Katherine Mansfield è creare un’atmosfera che sia rappresentazione plastica di uno stato d’animo o di uno stato di cose, (…) come se la realtà circostante, fusa nell’emozione a ciò che l’ha determinata, fosse la più importante verità, la sola giustificazione”.

Nei suoi racconti emergono elementi tali da concentrare la felicità del vivere anche nelle giornate più grigie: quella sensazione di letizia dolorosa come l’ha definita Giorgio Manganelli. Non risulta mai sentimentale, nel senso svenevole della parola. Al contrario emerge la spontaneità e la freschezza delle emozioni intense, le percezioni immediate, spesso attraverso prospettive che possono apparire di una profonda semplicità; la rivelazione e la complessità dei sentimenti umani attraverso un linguaggio diretto. I suoi racconti sono documenti di grande fascino umano e letterario e testimoniano un’intelligenza e una sensibilità al quotidiano capaci di sublimarlo. La loro narrazione frammentaria evidenzia elementi di vaghezza più vicina a un sussurro e a immagini pure che a una struttura solida. 

Katherine Mansfield portò a una perfezione rara e complessa il genere elettivo del racconto rinnovando l’eredità raccolta soprattutto dal suo amato Čechov che considerava il suo mentore e la sua influenza è evidente soprattutto nella profondità psicologica e nella delicatezza con cui esplora le emozioni umane nelle sue opere. Fu il suo grande maestro di scrittura, ma anche di vita.

“Ecco come aspiro a scrivere. Niente effetti di stile, niente virtuosismi. Solo la nuda verità, come soltanto un bugiardo sa dirla.”  K.M.

La casa editrice Adelphi, che aveva già pubblicato per la prima volta in traduzione italiana negli anni 1978-1979 il corpus di tutti i racconti, ha riproposto nel 2023, anno del centenario dalla morte della scrittrice, la pubblicazione di tutti i racconti in “Qualcosa di infantile ma di molto naturale” nella seriazione stabilita da John Middleton Murry (marito della scrittrice e curatore delle sue opere post mortem) con le traduzioni originali di Giulia Arborio Mella, Floriana Bossi, Cristina Campo, Giacomo Debenedetti e Marcella Hannau.

 



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