A Casa di Lucia | Atene e Santorini a modo mio
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Atene e Santorini a modo mio

Ci sono viaggi che sembrano avere una propria vita. Tu fai un programma, mesi prima di partire, e poi tutto si stravolge, le carte si scompigliano, la tua vita prende una strada che mai avresti immaginato solo pochi giorni prima. Tutto cambia e sembra che quel viaggio si plasmi e si metta al tuo servizio, come a dirti: ci sono io. Andrà tutto bene. E tu non puoi far altro che lasciarlo andare, senza aspettative e abbandonarti.

Ma torniamo all’inizio.

Quest’anno sento il bisogno di ripartire da sola. Dopo alcuni meravigliosi viaggi in compagnia, la mia anima richiama la solitudine e scelgo di ascoltarla. Ho solo dieci giorni quindi preferisco restare in Europa. Così una sera, aprendo la mia guida Isole della Grecia, trovo il biglietto che mi ha scritto Anto, la mia amica sorella, nel 2021 quando me l’ha regalata per la mia laurea. Le parole che mi ha scritto sono lì per me e così decido che Grecia sarà. Prenoto subito il volo per Atene pensando di passarci solo un paio di giorni, poi sceglierò due o tre isole da visitare. Intanto fermo una bellissima casa cicladica a Santorini, sul mare, lontana dalle rotte turistiche. Per il resto ci sarà tempo.

Solo che poi papà entra in ospedale. Sembra una cosa da nulla e invece tutto precipita come una valanga e dopo un mese che è uno dei più difficili della mia vita, papà muore. Ed io mi ritrovo a non essere più figlia, a sentirmi persa. Tra pochi giorni compirò gli anni e lui non mi farà gli auguri.

Non riesco a fare programmi, fatico a fare le cose più semplici. E quando decido che è venuto il momento di rimettere mano al mio viaggio, provo una confusione così inaspettata che mi sento persa.

Amorgos? No Naxos. Forse meglio un’isola piccola. Forse, forse, forse. Non ce la faccio. Io che organizzo viaggi da anni, che sono brava a inventare itinerari, non so cosa fare. E allora lascio andare. Decido di fermarmi ad Atene qualche giorno in più e di chiudere il viaggio con tre giorni a Santorini, che tanto la casa c’è già. Non so fare di più, questa volta.

Parto contenta ma con la sensazione di avere scelto un ripiego. Sei giorni ad Atene saranno troppi, penso. Magari faccio una gita in barca. Magari visito qualche sito nelle vicinanze. Vabbè, quest’anno è andata così.

Eppure c’è una voce dentro di me, un sussurro direi, mi piace pensare sia la voce di papà che mi dice che è proprio da qui che tutto ricomincia. Ascolto questo bisbiglio e mi accorgo che, giorno dopo giorno, passo dopo passo nella capitale greca, questo sussurro diventa voce e poi grido: quello della storia millenaria di questa città, ma anche della sua giovinezza, della sua sfacciata allegria, della sua creativa anarchia.

Così mi lascio portare da questa voce, i passi si susseguono quasi senza che io decida nulla. Mi portano in cima all’Acropoli, a guardare il tramonto sulla collina di Filopappo dove, se ascolti bene, puoi sentire la voce di Pericle e l’ultimo respiro di Socrate. Mi portano tra gli studenti e i murales di Exarchia, sulle scale dello stadio olimpico da cui se chiudi gli occhi potrai vedere i primi campioni della storia. Poi mi conducono sul Monte Licabetto, dove il vento è sgarbato e il sole rosso fuoco colora tutta la città. E ancora sorseggio un succo di frutta del creativo quartiere di Psirri e faccio amicizia con una ragazza di New Orleans, mi perdo nell’allegra confusione di Plaka e Monastiraki, dove un musicista cubano mi dedica una canzone, per poi andare a cena nel quartiere di Petrallona, in una deliziosa taverna che ormai sento come casa. Chiacchiero con un ragazzo turco davanti a un cafè che entrambi abbiamo trovato chiuso perché è ferragosto.

Respiro l’aria di mare al Pireo, mi immergo tra i libri della biblioteca nazionale mentre ascolto ragazzi bellissimi che suonano il pianoforte.

Trascorro qualche serata con il mio nuovo amico Simone che rende il mio tempo qui ancora più speciale, tra conversazioni belle e grandi risate.

Ci abbracciamo forte quando lo saluto per partire. Mi mancherà lui, mi mancherà questa città, penso mentre un traghetto bellissimo mi porta a Santorini. Dopo giornate lunghissime fatte di moltissimi passi, è il momento di rallentare, godermi l’alba mentre faccio yoga sul patio della mia casa vista mare. Sento che qui ritroverò un respiro lungo, dopo mesi di apnea. Qui mi connetterò di nuovo con i miei desideri, con il mio sentire, e forse troverò qualche risposta.

Visito i bellissimi villaggi accecata dal bianco e dal blu sotto il sole. Faccio un faticoso trekking da Fira a Oia partendo con la nebbia e trovando il sole all’arrivo. Non posso fare a meno di pensare che sia di buon auspicio, metafora della mia vita degli ultimi tempi. Mi dico che, forse, sto davvero ricominciando da questa nebbia che si dirada e da un nuovo sole, più caldo e brillante. Pranzo in una taverna defilata sotto un grande mulino a vento. Scappo dai turisti e vado in cerca di piccoli scorci meno conosciuti. Faccio un bellissimo bagno nella spiaggia quasi privata della mia casa che condivido con 5 esseri umani e un Golden Retriever. Medito al tramonto facendo lunghi respiri pieni di gratitudine.

Ripenso ai nove giorni trascorsi, agli incontri che ho fatto, alle coincidenze fortunate, ai cambi di programma improvvisi e provvidenziali, ai sorrisi silenziosi, agli scatti rubati e regalatimi. Ripenso alla lentezza, alla mia cercata solitudine, ai gatti che mi sono diventati amici, al vino buono, al purea di fave che faceva sempre mio papà.

Ripenso al giorno in cui sono partita con poche aspettative e molti dubbi. E in quel momento, mentre l’unico rumore che sento è quello del vento e degli aghi di pino che cadono a terra, mi rendo conto che torno con più domande che risposte, con una nostalgia che non provavo da tempo, con la certezza che tutto questo ha a che fare con mio padre. So che c’entra lui se questi giorni greci sono stati una sorta di incantesimo continuo.

E ne ho la certezza mentre, a poche ore dal mio volo di ritorno, apro la mappa e scelgo a caso l’ultimo villaggio da visitare. Emporio. Ha un bel nome. Mi arrampico tra le viuzze strette e candide, il sole bollente, gli stranieri pochissimi, giro l’angolo ed eccolo il piccolo caffè con tavolini di legno dove il titolare, un signore non più giovane con i capelli legati in una coda, scrive le ordinazioni con il gesso bianco su una lavagnetta. Ordino uno yogurt greco con frutta fresca e una limonata allo zenzero. E mentre mi godo l’ombra fresca leggendo La mia Grecia di Nikos Kazantzakis mi dico che ho trovato il mio posto del cuore a Santorini.

Ho solo un’ultima ora da passare qui. Arrivo con la macchina ai vecchi mulini a vento, di nuovo l’istinto mi dice di continuare fino alla fine della strada. All’ombra di una piccola chiesetta bianca, un uomo vestito di nero, in compagnia del suo piccolo cane, sta scrivendo su un taccuino anch’esso nero. Chiacchieriamo, gli faccio qualche scatto e mentre lo saluto alzo lo sguardo per un attimo e ringrazio papà con un sorriso accennato.

“Grazie papà per tutto questo. Ricomincio da qui”

 



× Ciao!