15 Set I promessi sposi
«Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte…»
(I promessi sposi, capitolo I)
È questo l’incipit de “I promessi sposi”, il romanzo storico di Alessandro Manzoni più famoso e più letto, specie a scuola: una pietra miliare della letteratura italiana.
Preceduto dal “Fermo e Lucia”, spesso considerato romanzo a sé stante, fu pubblicato in una prima versione tra il 1825 e il 1827 (detta “ventisettana”); rielaborato in seguito soprattutto nel linguaggio, fu ripubblicato nella versione definitiva tra il 1840 e il 1842 (detta “quarantana”).
È ambientato tra il 1628 e il 1630 in Lombardia, durante il dominio spagnolo, e fu il primo esempio di romanzo storico della nostra letteratura. Il romanzo si impernia su una minuziosa ricerca storica e gli episodi del XVII secolo, come ad esempio le vicende della monaca di Monza (Marianna de Leyva y Marino) e la Grande Peste del 1629–1631, si basano su documenti d’archivio e cronache.
“I promessi sposi” è ritenuta l’opera più emblematica del romanticismo, caratterizzata dalla profondità dei temi. Inoltre, per la prima volta i protagonisti sono gli umili e non i ricchi e i potenti della storia.
La trama è scorrevole e può essere divisa in “quadri” a seconda dell’ambientazione delle scene.
Inizia tutto con l’incontro coi Bravi e la minaccia di don Rodrigo (capitoli I-II).
Dopo la vasta descrizione del paesaggio con cui il romanzo inizia, Manzoni data l’inizio della storia: è la sera del 7 novembre del 1628, al tempo della dominazione spagnola. I protagonisti sono Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, due giovani operai tessili che vivono nei pressi del lago di Como, allo sbocco del fiume Adda.
Ogni cosa è pronta per il matrimonio di Renzo e Lucia, quando un signore del luogo, don Rodrigo, scommette con il cugino Attilio che sarebbe riuscito ad avere Lucia. Don Abbondio, il curato del paese incaricato di celebrare il matrimonio, viene così minacciato durante la sua solita passeggiata serale da due Bravi di don Rodrigo, affinché non sposi i giovani. Pieno di paura don Abbondio cede e trova delle scuse per rinviare il matrimonio. Fin qui la storia come tutti la conosciamo. Ma andando avanti molti saranno gli avvenimenti e gli intrecci, che rendono la trama godibile in sé.
Il romanzo segue infatti con i capitoli III-VI, in cui Lucia e sua madre Agnese decidono di ascoltare il parere di un avvocato, detto Azzecca-garbugli; questi, simbolo di una giustizia ingiusta che usa parole vuote solo per aiutare i malfattori, dapprima promette di aiutare Renzo credendolo un Bravo, ma lo caccia appena capisce che in realtà chiede giustizia contro i soprusi di Don Rodrigo. In questa scena è più che evidente la critica all’uso corrotto della giustizia e all’utilizzo della cultura come strumento non di elevazione ma di vessazione nei confronti di chi non poteva avervi accesso in quanto impossibilitato a studiare. Come in diversi momenti del romanzo, anche qui Manzoni usa l’espediente della collocazione nel passato per criticare il tempo presente (e, ahinoi, possiamo dire che il romanzo è ancora oggi più che mai attuale sotto questo punto di vista). Entra in scena a questo punto fra Cristoforo, cappuccino di un convento poco distante che si era convertiro, da giovane, dopo aver ucciso un uomo. A lui si rivolgono i due giovani ed egli decide di affrontare don Rodrigo recandosi al suo palazzo. È proprio in questo frangente che si ha una delle famose frasi del romanzo, in cui il buon frate ricorda che bisognerà un giorno render conto davanti a Dio delle proprie azioni.
Fra Cristoforo tuona infatti contro don Rodrigo: «Ho compassione di questa casa: la maledizione le sta sopra sospesa. State a vedere che la giustizia di Dio avrà riguardo a quattro pietre, e suggezione di quattro sgherri. […] e in quanto a voi, sentite bene quel ch’io vi prometto. Verrà un giorno….» (I promessi sposi, capitolo VI)
Nei capitoli VI-VIII si assiste ad un tentativo di matrimonio a sorpresa architettato dai due infelici con la madre di lei, Agnese, al fallimento del rapimento di Lucia da parte dei Bravi e alla fuga separata dei due giovani sotto la guida di fra Cristoforo: Renzo si sarebbe rifugiato presso il convento dei cappuccini a Milano per cercare padre Bonaventura, mentre Lucia avrebbe trovato aiuto dal padre guardiano del convento nei pressi di Monza.
Il capitolo dell’ “Addio ai monti” segna un momento di grande liricità all’interno del romanzo, facendo da spartiacque tra un prima e un dopo fatto di avventure rocambolesche. Salendo sulla piccola barca sull’Adda in compagnia di sua madre, Lucia medita sull’addio ai monti, in una pagina intrisa di spiritualità dove domina fin dall’inizio un movimento verticale, che va dal cielo alla terra, per risalire di nuovo al cielo e che è come un preludio all’ascensione spirituale.
Il pianto segreto di Lucia su tutto ciò che deve abbandonare è il momento tra i più belli che la poesia italiana abbia saputo attribuire alle donne.
I capitolo dedicati alla monaca di Monza (capitoli IX-X) mostrano Manzoni alle prese con gli avvenimenti storici propriamente detti, prendendo spunto dalla tragica storia documentata di Marianna de Leyva, forzata alla vocazione per motivi di eredità familiare e, durante la vita al monastero benedettino di Santa Margherita, unita in una relazione clandestina con il nobile Gian Paolo Osio, segnata a sua volta da numerosi crimini per evitare lo scandalo. Indimenticabile la descrizione di Gertrude nelle parole di Manzoni:
«Il suo aspetto, che poteva dimostrar venticinque anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta»
(I promessi sposi, capitolo X)
Il riferimento ai fatti storici continua anche nei capitoli che seguono, dedicati a Renzo che si trova ad entrare a Milano durante i tumulti per la rivolta del pane fino alla fuga nella bergamasca (capitoli XI-XVII).
Il giovane rimane infatti coinvolto nei tumulti scoppiati in quel giorno per il rincaro del pane, meglio conosciuti come tumulti di San Martino, perché scoppiati per l’appunto l’11 di novembre. Renzo si fa trasportare dalla folla e pronuncia un discorso in cui critica la giustizia, che sta sempre dalla parte dei potenti; è tra i suoi ascoltatori un «birro» in borghese, intenzionato a trovare il modo per arrestarlo. Renzo si ferma in un’osteria dove, con inganno, il poliziotto conosce il suo nome. Renzo, ubriacatosi la sera prima, viene poi arrestato al mattino seguente, ma riesce a fuggire dopo aver incitato la folla contro le poche guardie e si ripara nella zona di Bergamo, nella Repubblica di Venezia, da suo cugino Bortolo, che lo ospita e gli procura un lavoro sotto falso nome. Intanto la sua casa viene perquisita e viene fatto credere che sia uno dei capi della rivolta. Queste disavventure ritorneranno alla fine del romanzo come parte della lezione di vita imparata.
I capitoli XIX-XXIV vedono fare il suo ingresso una figura importantissima del romanzo: l’Innominato.
«Di costui non possiamo dare né il nome, né il cognome, né un titolo, e nemmeno una congettura sopra nulla di tutto ciò: cosa tanto più strana, che del personaggio troviamo memoria in più d’un libro (libri stampati, dico) di quel tempo.»
(I promessi sposi, capitolo XIX)
Dal rapimento di Lucia su richiesta di Don Rodrigo, questo potentissimo e violento signore, che da un po’ di tempo riflette sul male che ha fatto e sul senso della sua vita, porta all’estremo la sua crisi interiore. Mosso a pietà dalle suppliche della giovane ragazza che, spaventata, lo implora di lasciarla libera e lo esorta a redimersi dicendo che «Dio perdona molte cose per un atto di misericordia», ne consegue una notte in preda ai rimorsi che sembra culminare nel suicidio, finché la visita pastorale del cardinale Federigo Borromeo (altra figura storica) lo porta al passo conclusivo della conversione: in preda al suo tormento, l’Innominato la mattina si presenta in canonica per parlare con il cardinale e sarà proprio questo colloquio, arrivato dopo una crisi di coscienza che egli maturava da tempo, a sconvolgerlo dando il colpo di grazia alla sua anima. Con la conversione arriva, dunque, anche la decisione di liberare Lucia, che verrà mandata presso due aristocratici milanesi, don Ferrante e donna Prassede.
Nei capitoli che seguono (capitoli XXV-XXX) sarà innanzitutto centrale il colloquio tra il cardinale Federigo Borromeo e Don Abbondio, in cui verranno palesati i due volti del clero: quello della vera vocazione, della santità, e quello della pavidità, del profitto, della debolezza che necessita semplicemente di protezione, piaga diffusa al tempo in cui la storia è ambientata, per cui molti trovavano nella tonaca una rendita sicura e una vita senza problemi.
Ma la storia continua ad essere protagonista del romanzo e questi capitoli vedono la discesa in Italia dei Lanzichenecchi, mercenari tedeschi che combattono nella guerra di successione al Ducato di Mantova, i quali saccheggiano il paese di Renzo e Lucia e diffondono la peste.
I successivi capitoli XXXI-XXXVI sono quelli dedicati alla peste, in cui si parla dell’arrivo del morbo in Lombardia e di come inizialmente fosse stato sottovalutato dalle autorità. Ovviamente ci si riferisce alla peste bubbonica, che colpì Milano e le zone circostanti tra il 1629 e il 1630. Nella narrazione assume un ruolo fondamentale in quanto diventa il simbolo della disgregazione sociale e della fragilità dell’uomo, impotente di fronte alla malattia e alla morte, laddove solo la Provvidenza divina (tema caro a Manzoni) può intervenire per la sua salvezza. Alla precisa descrizione della peste e dei suoi sintomi, Manzoni affianca quella della psicosi sociale che dilaga al dilagare del morbo (basti pensare alle accuse ai famosi “untori”, persone additate di diffondere volontariamente la malattia tramite unguenti spalmati su oggetti e vestiti) e quella del crollo dell’ordine pubblico dovuto alla disgregazione sociale come conseguenza della fuga dei ricchi e della paura del contagio.
In questo scenario i pochi sprazzi di vera umanità risaltano come gemme preziose. Paradigmatico è l’episodio della madre di Cecilia: una bambina ormai morta viene posta sul carro dei monatti dalla madre, che li implora di non toccare il piccolo corpo composto con tanto amore e chiede poi di tornare dopo a «[…] prendere anche me e non me sola». La donna è presentata piena di dignità umana e di amore materno, riuscendo a impietosire anche il “turpe monatto” che le voleva strappare la bambina.
La peste, infine, spazzerà via anche il male, uccidendo il Griso e don Rodrigo. Quest’ultimo, moribondo nel Lazzaretto di Milano, riceverà prima il perdono di Renzo, una delle ultime prove che il ragazzo supererà prima di coronare il suo sogno d’amore. L’ultima sarà trovare Lucia, che nel lazzaretto cerca di alleviare la sofferenza dei malati, e scoprire il suo voto di castità, pronunciato quando era prigioniera dell’Innominato, ma fra Cristoforo, saputo di tale ostacolo, la scioglie dai voti pronunciati. Il seguente arrivo della pioggia purificatrice annuncia la prossima fine della pestilenza.
La fine della pestilenza, il ricongiungimento dei due innamorati e la morte di coloro che li avevano perseguitati, conduce alla conclusione del romanzo, che negli ultimi capitoli vedrà ricomporre la vicenda iniziale con la celebrazione del matrimonio da Renzo e Lucia e il loro trasferimento nella bergamasca, dove Renzo acquista con il cugino una piccola azienda tessile e Lucia, aiutata dalla madre, si occupa dei figli.
Alla fine del romanzo Manzoni spiega «che [i mali] quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore».
Ecco quindi esplicitato il ruolo della Provvidenza, o meglio ancora, con le parole di Manzoni, della “Provvida Sventura”, centrale nella visione manzoniana. Le disgrazie che capitano agli umili della storia non sono eventi casuali ma fanno parte di un disegno divino più ampio, di crescita e di maturazione dell’individuo, che grazie alla Fede supera le difficoltà e giunge infine ad un esito positivo: attraverso le sofferenze essi giungono alla Redenzione. La Provvidenza trova altresì persone ed eventi cruciali attraverso cui manifestarsi, come Padre Cristoforo o la conversione dell’Innominato. Non sempre è lineare e a volte è incomprensibile all’uomo, tuttavia bisogna affidarsi ad essa, vedendovi un principio supremo che guida gli eventi fino alla salvezza finale.
Come si è visto, i personaggi manzoniani rappresentano i vari aspetti dell’animo umano. In virtù del genere compositivo adottato da Manzoni, si distinguono in due tipologie: quelli inventati dall’autore, di cui la storia dei grandi non ha lasciato traccia, ovvero gli umili; e i grandi personaggi della storia – quali il cardinale Federigo Borromeo, la monaca di Monza, il governatore Gonzalo de Cordova – che sono posti a far da contorno ai protagonisti.
Dei primi fanno parte appunto Renzo Tramaglino, Lucia Mondella, Agnese, don Abbondio, fra Cristoforo.
Oltre ai personaggi storici citati con nome e cognome, ne compaiono poi degli altri che sono stati creati prendendo spunto dalla realtà. Così come Suor Gertrude, personaggio creato sul modello di Marianna De Leyva dei feudatari di Monza, ad esempio anche l’Innominato viene identificato con una figura storica realmente vissuta: Bernardino Visconti, nobile che si dedicava a guerreggiare con gli spagnoli.
Insomma, “I promessi sposi” è un romanzo dalle mille sfaccettature che permette diversi livelli di lettura, dal semplice godimento della storia narrata con le sue vicissitudini, all’approfondimento storico, alla morale cristiana della lettura in chiave provvidenziale: il tutto intrecciato in maniera magistrale, come solo un grande autore del calibro di Alessandro Manzoni poteva fare.
Per concludere, ci permettiamo di prendere in prestito le parole con cui si chiude lo stesso romanzo e ci scusiamo se ci siamo dilungate in quest’analisi, nonostante tutto superficiale…
«La quale, se non v’è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l’ha scritta, e anche un pochino a chi l’ha raccomodata. Ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta.»
(I promessi sposi, capitolo XXXVIII)