29 Set Il Gattopardo: un mondo al tramonto incapace di resistere.
Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, celeberrimo romanzo che conta una famosa riproduzione cinematografica nata dal genio di Luchino Visconti, è da sempre un libro che offre notevoli e variegati spunti di riflessione.
Giuseppe Tomasi da Lampedusa compone Il Gattopardo nel 1956, anno che precede la sua morte: il romanzo narra della vita di don Fabrizio Corbera, Principe di Salina, negli anni compresi fra il 1860, data dello sbarco dei Garibaldini in Sicilia e il 1883, anno della sua morte.
Non è stato semplice pubblicare Il Gattopardo per Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Lo scrittore presenta il dattiloscritto alle case Editrici Mondadori ed Einaudi nel 1957, ed entrambe ne rifiutano la pubblicazione. Fu lo stesso Elio Vittorini, al tempo editor di Mondadori, a rifiutarlo. Il romanzo è stato pubblicato nel 1958, un anno dopo la morte di Tomasi, per volere di Giorgio Bassani editor della Feltrinelli e rivisto successivamente per l’edizione del 1969, che è quella definitiva.
Il Gattopardo è ad oggi considerato uno dei più grandi classici della nostra cultura e della letteratura del ‘900. Vincitore del Premio Strega 1959, conosce una meravigliosa trasposizione cinematografica nel 1963, diventando nel 1967 anche opera musicale.
Da sempre l’opera di Tomasi è catalogata come romanzo storico, definizione ad oggi considerata errata. Gli accadimenti storici sono sicuramente presenti, ma non rappresentano il filo conduttore del racconto. Gli eventi storici fanno da sfondo alla narrazione che si percepisce solo attraverso la vita dei personaggi, attraverso i loro dialoghi e le loro vicissitudini. Si può quindi ritenere l’opera un romanzo di vita, considerando che il protagonista fa della propria esistenza un intreccio di pensieri e domande, dandosi a volte delle risposte, su ciò che gli succede e su come probabilmente si evolverà la realtà che lo circonda. Gli anni vissuti da don Fabrizio costituiscono un periodo di profonda trasformazione. Il protagonista si ritrova a vivere a cavallo tra due tempi, uno vecchio e malandato e l’altro nuovo, che deve accettare, ma nel quale non si riconosce. Don Fabrizio si ritrova a vivere tra due generazioni, una che muore e l’altra che nasce, ma sente di non appartenere a nessuna delle due, né riesce a trovare la sua giusta collocazione, pur acquisendo la consapevolezza della decadenza della classe nobiliare, un ceto che viene lentamente e inarrestabilmente sradicato dai nuovi accadimenti sociali e dai nuovi ricchi e che sente di aver perso ogni stimolo e ogni ideale per cui combattere. Don Fabrizio si sente profondamente apatico, senza più alcuna voglia di reagire. Il romanzo si articola attorno al suo disagio come persona, al suo animo travagliato, da cui nasce il pessimismo profondo che è tutto dell’autore e che rimanda al pessimismo leopardiano.
La visione della vita, in tutta la sua negatività, e la consapevolezza dell’immensa sproporzione tra il desiderio di felicità e la difficoltà legata alla realtà e alla possibilità di poterlo realizzare accomunano Leopardi e Tomasi. Un esempio lo si trova nelle prime pagine in cui il Principe, all’ora del tramonto, si ritrova nel bellissimo giardino del Palazzo dei Salina, circondato dalle meraviglie della natura e dai suoi profumi, ma l’impressione che egli ne sa ricavare è ben diversa: “da ogni zolla emanava la sensazione di un desiderio di bellezza presto fiaccata dalla pigrizia e l’odorato poteva trarre da esso un piacere forte benché non delicato. Persino le piantine di rose acquistate a Parigi e lì trapiantate erano degenerate e per la calura implacabile si erano trasformate in enormi cavoli carnosi e maleodoranti.”
Una descrizione molto simile a quella che si ritrova ne “Il giardino della sofferenza” di Leopardi, in cui il patimento della natura è descritto dal poeta recanatese con lo stesso procedimento: “…dove lo spettacolo di tanta copia di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra l’anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vista è triste e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale.”
La narrazione ha inizio con la recita del rosario in una delle bellissime sale di Palazzo Salina, abitato dal principe Fabrizio, il Gattopardo, da sua moglie Stella e dai loro sette figli. Don Fabrizio è un signore dotato di grande fascino, studioso di astronomia, uomo molto riflessivo e osservatore della ormai progressiva e inevitabile decadenza del proprio ceto. Il nobile Fabrizio ha un nipote, Tancredi, alla continua ricerca del potere .Il ragazzo è particolarmente esuberante ed è innamorato, ricambiato, di sua cugina Concetta. Il principe trascorre le vacanze, in compagnia della sua famiglia, nella residenza estiva di Donnafugata, il cui sindaco è un uomo ambizioso e scaltro, che cerca subito di entrare nelle simpatie della nobile stirpe. La sua merce di scambio più preziosa è sua figlia Angelica, che non può competere per bellezza e portamento con Concetta, ma ha sicuramente molte più ricchezze e per questo Tancredi decide di cedere al suo fascino e sposarla. Arriva il momento del voto, quello che deciderà l’annessione della Sicilia al Regno di Sardegna. In seguito all’annessione, arriva a palazzo Salina il cavaliere Chevalley di Monterzuolo, un funzionario piemontese che offre al principe la carica di senatore del Regno, prontamente rifiutata da don Fabrizio, che si definisce legato al vecchio regime. Il principe decide così di condurre una vita solitaria, circondato dall’affetto dei suoi cari, tra pensieri e riflessioni, guardando la morte lenta del suo ceto sociale e di pari passo la propria.
Un capolavoro, Il Gattopardo, che ha suscitato clamore ed entusiasmo e che mi ha rapita completamente. La solidità del libro risiede prevalentemente nella scrittura, che a tratti può rendere la lettura impegnativa, ma è talmente ben studiata nella sua perfezione, da regalare tutti gli elementi per una giusta interpretazione. Una penna magistrale, quella di Tomasi, nell’esaltare e sottolineare le emozioni e le più vive sensazioni dei personaggi attraverso i loro dialoghi e i pensieri. Belle le descrizioni dettagliate della natura e dei luoghi, capaci di far arrivare al lettore i profumi e i colori della terra sicula, contornati dalla mestizia e dalle difficoltà del tempo in cui è ambientato.
Insieme a “Cristo si è fermato ad Eboli”di Carlo Levi e “Il resto di niente” di Enzo Striano, “Il Gattopardo” rappresenta un’analisi dettagliata e completa della questione meridionale, in cui il dito è puntato sempre verso lo stesso problema: l’ignoranza. Ignoranza dei propri diritti e quindi l’incapacità di difenderli, il compromesso come unica strada per arginare il problema: compromesso con chi promette, disinteresse verso il modo in cui si cerca di mantenere gli impegni presi. Nel romanzo di Tomasi di Lampedusa è descritta la società di un secolo e mezzo fa, in cui la cultura era privilegio di pochi e la religione carceriere di libertà impronunciabili.
Il tutto racchiuso in una frase simbolo del romanzo:
“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”