31 Ott “It” di Stephen King
Un palloncino che galleggia, un clown che attira bambini e li uccide: se si pensa ad “It” sono queste le immagini che vengono subito in mente. E un unico colore: rosso. Rosso come il palloncino, che da solo diventa motivo di puro terrore; rosso come il naso di quel clown, che sembra sorridere mentre è solo un ghigno che suppura male; rosso come il sangue, che scorre da secoli in una Derry infestata dal male puro. La vicenda, infatti, è ambientata nel Maine (come la maggior parte delle storie di King), nella cittadina di Derry, ispirata alla città natale dell’autore, Bangor. Protagonisti sono 7 adolescenti (Ben Hanscom, un ragazzino obeso; Eddie Kaspbrak, l’ipocondriaco; Bill Denbrough, balbuziente; Richie Tozier, un ragazzo irruento e con la battuta sempre pronta; Stan Uris, ebreo; e infine Beverly Marsh, l’unica ragazza del gruppo), i quali si ritrovano a stringere un forte legame di amicizia e a formare quello che viene chiamato il Club dei Perdenti. Ognuno di loro ha avuto un incontro ravvicinato con questa “entità”, ognuno di loro ha un trauma che lo ha avvicinato al Male. Insieme cercheranno di capire chi, anzi cosa è questo “essere”: ecco perché l’uso di questo pronome neutro. “It” è infatti il pronome neutro inglese, utilizzato per riferirsi a oggetti o animali, ed è il pronome che nel testo originale i ragazzi usano tra di loro per nominare il mostro che infesta la città, motivo per cui, nella trasposizione linguistica, si è scelto di lasciarlo come nome di riferimento. Come delineare la vicenda senza cadere nella banalità di un riassunto tipico da racconto dell’orrore? Si potrebbe dire che tutto prende le mosse dall’omicidio del piccolo George, il fratello di Bill, che inseguendo la barchetta di carta fatta per lui dal fratello maggiore finisce per avvicinarsi al canale di scolo dove la barchetta è stata trascinata dall’acqua e dove una creatura spaventosa travestita da clown lo attira, strappandogli il braccio e uccidendolo. Ma in realtà tutto affonda nel passato della cittadina, anzi tutto questo male che la permea È la stessa Derry, in un certo senso nata dalla creatura, il cui arrivo risale a prima della comparsa dell’uomo stesso.
«Può una città intera essere posseduta?
Posseduta come si dice che siano certe abitazioni?
Non una singola casa in quella città, o l’angolo di una determinata via, o quell’unico campo di pallacanestro in un certo piccolo giardino, con il cerchio privo di rete che si staglia al tramonto come un oscuro e insanguinato strumento di tortura, non solo una zona ma tutto. La città nella sua interezza.
È possibile?»
Insomma, usando le parole di Eddie “Derry è It“, ed ecco perché non solo trasuda male, ma non accoglierà atti di ribellione ad esso da parte della gente che da questo male è nata, che in questo male è vissuta.
Per sommi capi, si può dire che nelle oltre mille pagine si intersecano due piani temporali, quello della fanciullezza e quello della maturità, quando i sei dei sette ragazzi di un tempo, ora adulti, si ritrovano a Derry al ricomparire della creatura per completare quello che avevano iniziato 27 anni prima (che diventano 30 nella versione cinematografica), quando erano riusciti solo a farla tornare nelle viscere della terra, tra quei cunicoli sotterranei, le fogne che si sviluppano nell’area dei Barrens dove i Perdenti hanno creato il loro quartier generale.
Il collante di tutto è la scrittura di King, a mio parere semplicemente spettacolare nel suo dire nei dettagli cose che quei dettagli rendono non solo più tangibili ma addirittura fondamentali quando li riprenderà più avanti. La parte propriamente fanciullesca è molto scorrevole e direi appunto “leggera”, come gli incubi di un bambino. Man mano la parte adulta si insinua però nella storia, occupando più spazio e portando a galla un grande interrogativo, almeno per me: cosa significa crescere? Si cresce davvero? O rimarremo sempre dei ragazzini dentro, in quella parte che in pochi conoscono o hanno conosciuto? E cosa accade quando quella parte torna nel passato e da dentro esce fuori nel presente?
«L’energia che si scialacqua con tanta profusione da ragazzi, l’energia che si ritiene non debba mai esaurirsi, si dilegua fra i 18 e 24 anni per essere sostituita da qualcosa di assai più opaco, una sensazione fittizia (…). Niente di sconvolgente. Non se ne va tutta d’un colpo, con un grande scoppio. E forse è proprio questo l’aspetto più inquietante, pensa adesso. Non si smette di essere piccoli tutt’a un tratto, con una grande esplosione, come uno di quei palloncini pubblicitari con gli slogan. Il bambino che hai dentro cola fuori, trapela come aria da una foratura in una gomma. E un giorno ti guardi allo specchio e ti trovi faccia a faccia con un adulto. Puoi continuare a portare i jeans, puoi continuare ad andare ai concerti di Springsteen e Seger, ti puoi tingere i capelli, ma la faccia che c’è nello specchio è lo stesso quella di un adulto. Ed è successo tutto mentre dormivi, forse, come la visita della fatina dei denti.»
Sì , perché questo è anche un romanzo di formazione, in un certo senso, che affronta tra i suoi temi centrali la crescita dell’individuo, l’importanza delle stagioni della vita nel percorso di ognuno. E ancora di più è un romanzo sull’amicizia. Non è la prima volta che King rende l’amicizia tra ragazzi il perno attorno a cui gira la storia, basti pensare al racconto “Il corpo” (da cui è stato tratto il film “Stand by me“), contenuto nella raccolta “Stagioni diverse” del 1982. Qui però c’è uno step in più, perché quel patto di amicizia si riverbera poi nell’età adulta, costituendo il vero ponte tra i due piani temporali: non il clown, ma il legame tra i Perdenti.
«Forse, considerò, non esistono nemmeno amici buoni o cattivi, forse ci sono solo amici, persone che prendono le tue parti quando stai male e che ti aiutano a non sentirti solo. Forse per un amico vale sempre la pena avere paura e sperare e vivere. Forse vale anche la pena persino morire per lui, se così ha da essere. Niente amici buoni. Niente amici cattivi. Persone e basta che vuoi avere vicino, persone con le quali hai bisogno di essere; persone che hanno costruito la loro dimora nel tuo cuore.»
E poi c’è la paura. Perché King, che viene chiamato il Re dell’Horror, in questo libro non spinge ad aver paura di qualcosa nello specifico. Qui la creatura assume di volta in volta un aspetto diverso, dando corpo alla paura del singolo. E così, più che aver paura, leggendolo mi sono chiesta cosa sia la paura. In fondo ognuno di noi la prova in momenti diversi e per cose diverse e mosso da vissuti e sentire diversi. E la paura è collegata davvero al male o “solo” a quello che ognuno percepisce come male? Ecco, penso che questi dettagli siano fondamentali nella comprensione dell’universo di It. È la paura della paura stessa quella che si rivela, che si manifesta in simboli (il pagliaccio, il corvo, il vagabondo, ecc…), un meccanismo che irretisce soprattutto l’immaginazione dei più piccoli, i quali quindi sono le “prede” preferite del mostro.
Mai come in questo caso, chi vuole semplificare vede un romanzo dell’orrore con un pagliaccio assassino, ma io che l’ho letto vi svelo che c’è dentro un universo intero, che sfocia in una ricostruzione dello stesso, arrivando a Maturin, la gigante tartaruga cosmica da cui tutto è scaturito, entità con cui si viene in contatto nel Macroverso e che si oppone a Pennywise.
Insomma: amicizia, crescita dell’individuo, il male insito nell’uomo, l’essenza della paura, i principi alla base della creazione (una dualità che ricorda l’yin e yang dell’antica filosofia cinese)… Come si può incasellare banalmente nella categoria “horror”?
Lasciatemelo dire: mai giudicare un libro dalla copertina.