A Casa di Lucia | Il Muro di Berlino: una storia fatta di persone, persone che hanno fatto la storia
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Il Muro di Berlino: una storia fatta di persone, persone che hanno fatto la storia

Siamo all’indomani della Seconda Guerra mondiale, quando ancora non si sono spente le rovine dei bombardamenti e già è nato un nuovo conflitto: la Guerra Fredda, un termine coniato per distinguerla da quella combattuta a suon di bombe, ma di certo non meno pericolosa. Il mondo veniva diviso ancora una volta, preda delle due super potenze il cui intervento era stato determinante per la sconfitta del Terzo Reich: da una parte gli Stati Uniti d’America e la loro ampia sfera d’influenza su tutti gli stati che si riconoscevano in una democrazia di stampo capitalista (il cosiddetto Occidente), dall’altra l’Unione Sovietica e i territori in cui, a partire dalla rivoluzione d’ottobre, si erano instaurati regimi dittatoriali a stampo comunista (ecco dunque la parte orientale). “Noi” e “loro“.

A questo proposito è celebre la frase pronunciata da Winston Churchill nel suo storico discorso del 5 marzo 1946 a Fulton: “una cortina di ferro è calata attraverso il continente”, cioè una cesura netta tra il mondo occidentale e quello sovietico, di cui in seguito il muro fu un confine tangibile.

La Germania divenne infatti il “campo di battaglia” di questo scontro bianco e la sua spartizione ne fu un riflesso evidente: le zone di influenza in mano a Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti divennero un unico blocco, la Repubblica Federale Tedesca, mentre la zona in mano all’URSS diventò la Repubblica Democratica Tedesca. Berlino, pur essendo geograficamente posizionata all’interno di quest’ultima, seguì la stessa divisione, e qui comincia la nostra storia.

 

Fu ben presto evidente a Konrad Adenauer, cancelliere della Germania Occidentale dal 1949 al 1963, che Stalin non aveva alcuna intenzione di abbandonare i territori tedeschi liberati sul campo di battaglia e amministrati in teoria solo temporaneamente.

I rapporti si deteriorano a partire dal blocco di Berlino Ovest da parte dei russi con il conseguente ponte aereo degli alleati, e tutto per bloccare la fuga da Est verso Ovest di lavoratori (anche molto qualificati) che abbandonavano il Paese. Il luogo in cui questa fuga avveniva più facilmente era proprio Berlino, dal momento che inizialmente il confine era una semplice linea bianca tracciata a terra. Da qui la situazione degenerò velocemente e nella notte tra il 12 e il 13 agosto fu costruito il primo abbozzo di quello che divenne il Muro di Berlino, una barriera che nel suo assetto definitivo aveva una lunghezza totale di circa 155 km, di cui 43,1 km separavano Berlino Est da Berlino Ovest e 111,9 km costituivano la barriera di confine con la Germania dell’Est. 3,6 m era l’altezza di questo muro in cemento armato; 68,42 i km di filo spinato usati; 124,3 km la lunghezza totale della strada per i pattugliamenti; 302 le torri di guardia. Ma il muro non era una costruzione semplice, perché in realtà era costituito da due fortificazioni parallele, e in mezzo tra i due sbarramenti la cosiddetta “striscia della morte“: è così che veniva chiamato lo spazio che separava i due muri, che poteva variare da pochi metri a diverse centinaia, una terra di nessuno caratterizzata da fossati, allarmi, armi automatiche e filo spinato, dove in tanti trovarono la morte nel tentativo di superare il muro. La stima ufficiale è di 138 persone, ma secondo altri calcoli il bilancio sarebbe di oltre 600 morti, gente che cercava di scappare, di ricongiungersi alla propria famiglia, di avere una vita migliore.

 

Perché la storia del muro non è una vicenda di mattoni e malta, non è una linea tracciata con l’inchiostro sugli atlanti. È la storia di uomini e donne, che meritano di essere ricordati.

Come Hans Conrad Schumann, il soldato immortalato dal fotografo Peter Leibing mentre, di pattuglia al confine, scappò il 15 agosto 1961, proprio durante la costruzione del muro, approfittando di un momento di distrazione.

Lo scatto di Peter Leibing

O come Günter Litfin, un giovane di Berlino Est, che fu la prima vittima uccisa a colpi di arma da fuoco dalle guardie di frontiera mentre cercava di fuggire attraversando l’Humboldthafen il 24 agosto 1961.

O ancora come Peter Fechter, la cui vicenda è specchio della tragica insensatezza del muro stesso. Il 17 agosto 1962 il ragazzo cercò di scavalcare il muro insieme all’amico Helmut Kulbeik: in un momento di distrazione delle guardie armate i due giovani scavalcarono il primo muro, attraversarono la striscia in mezzo e iniziarono a scavalcare il secondo. A questo punto, però, le guardie iniziarono a sparare nella loro direzione: Helmut riuscì a scavalcare il muro, Peter invece fu colpito e rimase abbandonato in quel lembo di terreno senza che nessuno intervenisse, fino a morire dissanguato.

 

Per fortuna, nonostante i continui pattugliamenti, ci furono anche coloro che riuscirono a fuggire: ad esempio Günter Wetzel e Peter Strelzyke, che fuggirono con le rispettive famiglie costruendo un rudimentale pallone aerostatico (dopo aver acquistato pian piano le stoffe, averle cucite insieme e aver fatto numerose prove) nella notte tra il 15 e il 16 settembre 1979;

Foto del primo pallone aerostatico

oppure Horst Klein, che nel 1962 si lasciò scivolare per 70 metri su un cavo elettrico fino a Berlino Ovest, dove arrivò cadendo e fratturandosi entrambe le braccia; o i due fratelli, Holger e Michael Bethke, i quali il 31 marzo 1983 lanciarono una freccia alla quale era attaccato un cavo d’acciaio verso un edificio situato a Berlino Ovest, creando una sorta di zip line lungo la quale scivolarono verso la libertà; senza dimenticare che il 5 dicembre 1961 il macchinista Harry Deterling portò la sua famiglia ed alcuni amici a bordo del suo treno e, invece di fermarsi nell’ultima stazione di Berlino Est come da programma, sfrecciò a tutta velocità su un binario abbandonato che portava a Berlino Ovest (ovviamente il giorno seguente furono immediatamente smantellati tutti i binari che collegavano i due lati di Berlino). Molte persone fuggirono poi scavando tunnel sotterranei (ad esempio il Tunnel 57, che nel 1964 permise la fuga di 57 persone, la più grande fuga di massa tramite un tunnel; o il Tunnel del cimitero di Pankow oppure il Tunnel degli anziani del 1962).

Impossibile non citare a questo proposito Luigi Spina e Domenico Sesta, i nostri due connazionali che guidarono l’impresa di ben 12 studenti italiani: il cosiddetto Tunnel della Libertà o Tunnel 29, chiamato così perché da lì riuscirono a fuggire 29 persone. Lungo 135 metri, furono necessari circa 6 mesi per scavarlo, fino al 14 settembre 1962, data in cui finalmente la fuga fu portata a termine. L’impresa fu resa memorabile dalla presenza degli operatori della BBC, che ripresero i lavori di scavo e la fuga dopo che l’emittente aveva anche contribuito con dei finanziamenti.

Fermo immagine del filmato della BBC sullo scavo del tunnel

Parlando delle persone legate alla storia del muro di Berlino non si può non citare Thierry Noir, lo street artist che ha dipinto sul muro non per abbellirlo ma per demistificarlo e i cui dipinti, col passare degli anni, sono diventati il simbolo della nuova libertà acquisita in seguito all’unificazione: disegni semplici e veloci i suoi, perché da realizzare in fretta prima che i soldati se ne accorgessero e potessero reagire, ma allo stesso dai colori sgargianti, perché si notassero ed evidenziassero la valenza politica di un atto di ribellione simbolico come quello.

Graffiti sul Muro di Berlino

E infine una menzione speciale tocca a Günter Schabowski, il funzionario della DDR e portavoce del governo, a cui si deve l’apertura delle frontiere e lo smantellamento del muro. E tutto per un errore. Durante la conferenza stampa del 9 novembre 1989 sulla nuova regolamentazione per i viaggi all’estero, infatti, rispondendo alla domanda del giornalista italiano Riccardo Ehrman su quando sarebbero state revocate le restrizioni per viaggiare dalla zona Est alla zona Ovest, preso alla sprovvista rispose “immediatamente” (“ab sofort“). Questo semplice errore fu interpretato come l’annuncio dell’immediata apertura del muro. Migliaia di persone si recarono lungo il confine, ai posti di blocco, e pretesero di passare per riunirsi a familiari ed amici e le guardie di frontiera, prive di ordini precisi, furono costrette ad aprire i varchi in una delle scene che hanno fatto la storia del mondo.

La riunificazione ufficiale avvenne però il 3 ottobre 1990, quando la Germania Est cessò di esistere e i suoi cinque Länder confluirono nella Repubblica Federale di Germania, quasi un anno dopo la caduta del Muro di Berlino nel novembre 1989. Ma questa è un’altra storia.

 

Ripercorrere la storia del Muro di Berlino mi ha fatto pensare a come per me, da piccola, fosse normale vivere in un mondo diviso. Sono infatti figlia di quegli anni ’80 in cui su tutti gli atlanti e i libri di scuola la Germania era divisa in due e Berlino era attraversata da un confine di pietra, prova tangibile di quella netta separazione tra “noi” e “loro”, da qualunque delle due parti la si guardasse. Nello stesso decennio ho assistito alla breccia in quel confine, non alla caduta del muro, espressione che oggi come allora mi lascia titubante, ma alla volontà di uomini e donne fatta gesto, al suo abbattimento. Quel muro non si è sbriciolato, eroso dal tempo, ma è stato volontariamente abbattuto. Ed io quel momento di speranza l’ho visto, ne sono stata invasa attaverso uno schermo che (meraviglia!) comunicava senza accuse, urla o bombe: l’emozione di quella gente che si mescolava e si abbracciava, non più “noi” e “loro” ma solo un unico grande “noi”. A distanza di 36 anni quelle immagini, quei gesti, quella speranza echeggiano ancora dentro di me e mi rendono l’utopica sognatrice che sono: sogno un mondo senza muri e senza rivalse immaginarie su confini che sono solo linee tracciate su una carta, sogno che l’umanità comprenda come questa sarebbe l’unica vera via per evitare che questo mondo diventi un’unica desolata terra di nessuno, un’enorme striscia della morte.



× Ciao!