A Casa di Lucia | Diario inglese: Io, gli inglesi e i charity shop
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Diario inglese: Io, gli inglesi e i charity shop

La C.R.A. (Charity shop association) ci informa che almeno l’88% della popolazione inglese compra nei charity shop.

Per questi negozi, che un tempo erano l’immagine di vendita di roba vecchia, fuori moda, bizzarra, ancora oggi il 90% della merce proviene da donazioni di chi si disfa di vestiario, oggetti e mobili non più desiderati ma ancora in ottime condizioni, tanto da poter essere ancora usati con soddisfazione risparmiando.

Ma quando sono nati i charity shop?

Un primo esempio di raccolta fondi per famiglie povere lo si trova intorno alla metà del ‘700. In questo periodo divennero popolari i “Bazar di beneficenza” o “Fiere di fantasia” che offrivano spettacoli di marionette, predizioni del futuro, musica e la vendita di una gran quantità di oggetti usati. In breve tempo Londra si trovò a ospitare più di mille di questi eventi all’anno.

Ma non erano ancora negozi, solo eventi programmati ogni volta in zone diverse della città che, spesso, vendevano specifici generi di merci per determinate esigenze come, ad esempio, la vendita di cesti per raccogliere fondi per una chiesa in difficoltà.

Uno tra i primi enti ad aprire un charity shop fu la Salvation army, che combinò i due obiettivi: offrire merce di qualità a prezzi bassi e dare un lavoro ai propri dipendenti con uno stipendio equo.

La seconda guerra mondiale fu un periodo di vero e proprio boom dei charity shop. La Red cross aprì il primo negozio nel 1941, seguito da altri 150, la cui condizione di licenza di vendita era il divieto di acquistare prodotti: la merce poteva provenire solo da donazioni

Nel 1943 nacque a Oxford l’Oxford committee for famine relief (Comitato di Oxford per il sollievo dalla carestia) per supportare il difficile momento della Grecia dopo l’invasione nazista raccogliendo tonnellate di vestiario da inviare alla sfortunata nazione.

Quando, nel 1947, lentamente si ristabilì un po’ di pace, l’Oxfam (ormai conosciuto così) convertì il suo surplus di donazioni in prodotti da vendere aprendo il suo primo charity shop.

Dagli anni ’60 decine di altri enti seguirono l’esempio di Oxfam, aprendo punti vendita dell’usato selezionato a prezzi bassissimi.

E veniamo ai giorni nostri.

Oggi i charity shop sono delle vere e proprie Company con tanto di CEO al vertice e tutto il management a scendere fino alle Sales assistant del negozio.

Mantengono la loro funzione di vendita dell’usato a prezzi appetibili e, come abbiamo sottolineato all’inizio, non sono certamente solo le famiglie meno abbienti che comprano nei charity.

I generi in vendita vanno dal vestiario agli oggetti per la casa, libri, mobili, oggetti elettrici, quadri, scarpe, borse,  e chi più ne ha più ne metta.

I prodotti che arrivano ogni giorno sono accuratamente selezionati, gli oggetti elettrici testati e ogni altro oggetto controllato e messo in vendita solo se integro e in ottime condizioni.

I charity shop, però, hanno oggi anche altre funzioni.

Dentro questi negozi lavorano migliaia di volontari, ognuno con i suoi personali motivi che si affiancano alla volontà di aiuto. Ma chi sono questi volontari?

– Le persone anziane trovano la possibilità di passare qualche ora in compagnia, nella certezza di rendersi ancora utili per una buona causa.

Persone che perdono il lavoro e vogliono impiegare il tempo trascorso nella ricerca di uno nuovo in qualcosa di utile (senza tralasciare che le ore impiegate nel volontariato fanno curriculum).

Giovani in cerca del primo impiego fanno intanto volontariato nei charity acquisendo “skill” (capacità) che potranno aggiungere al CV.

– Persone disabili che sono supportate da schemi economici statali ma vogliono comunque rendersi utili.

Studenti inviati dai college a fare le cosiddette “work experience“.

– E poi ci siamo noi, gli stranieri, che andiamo nei charity a cercare di conoscere questo popolo di cui pensiamo di sapere tutto fino a quando non ci viviamo insieme, ad imparare la lingua districandoci tra mille accenti diversi e ad acquisire skill che fanno curriculum perché, dopotutto, siamo qui per lavorare, non per stare in vacanza.

Io ho iniziato la mia vita lavorativa e di apprendimento dell’inglese proprio in un charity shop e mi è piaciuto così tanto che per quasi dieci anni è diventato il mio lavoro.

Ogni giorno offre sfide diverse, se bisogna preparare le vetrine, ad esempio, si sceglie un tema o un colore e poi parte il lavoro di ricerca e abbinamento tra le migliaia di articoli presenti in negozio, un vero frullatore mentale.

Moltiplicate questo per ognuna delle decine di azioni necessarie in un giorno lavorativo di selezione, cura ed esposizione dei prodotti, oltre a servire i clienti naturalmente e rapportarsi con i volontari, e avrete giornate intense e vivaci, in cui si è messi alla prova in ogni momento.

Amo il profumo di sfida quotidiana, sa di vita.

W i charity shop!



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