24 Nov “Strega” di Johanne Lykke Holm
Un romanzo dalle atmosfere inquiete e alquanto gotiche, “Strega” è atipico anche in questo. La trama è quasi nulla: nove ragazze iniziano a lavorare per un albergo in cui non arriva però nessun ospite, fino a quando durante una festa di paese organizzata nella struttura una di loro scompare e tutto cambia nelle loro percezioni, fino alla fuga finale. Questa in sé la vicenda. E sebbene possa sembrare crudele un tale spoiler, effettivamente a saperlo non si perde nulla del romanzo. Gli avvenimenti vengono narrati da Rafaela, e già fin dall’inizio, ma ancor più dopo la scomparsa di Cassie, tutto appare trasfigurato dalle sue senzazioni. Ogni cosa passa attraverso i suoi sensi, si percepisce la realtà attraverso gusto, olfatto, tatto, vista, udito. Tutto è materia fisica e, allo stesso tempo, tutto entra nell’onirico, come se la protagonista si muovesse dentro un sogno o forse un incubo, dentro un’allucinazione. I personaggi sono reali eppure il paesaggio all’interno del quale si muovono ha tre punti cardinali che appaiono quasi irreali e legati tra loro solo dal fatto di essere percepiti dalle ragazze: il paese di Strega, l’albergo Olympic, il monastero. E appunto il legame sono loro, le nove ragazze, obbligate in rituali fisici a volte violenti, trattate come un unico corpo, identificate come una sola unità, che per questo svilupperanno anche una sincronia inquietante di visioni, sogni e sensazioni al di là della percezione sensoriale. Rimanere irretiti in questo incubo a occhi aperti è quasi naturale e involontario, senza rendersene conto la lettura diventa ricerca di una fuga per se stessi attraverso quella di Rafaela e Alba. Ci si ritrova a sollevare lo sguardo dalla pagina con la mente annebbiata, a chiedersi se fossero solo parole o se quell’oppressione fosse reale, se ogni sensazione provata fosse tangibile, se davvero stessimo scappando, se mai riusciremo a metterci in salvo. Un testo destabilizzante per i contenuti espliciti, per quelli sottesi, per lo stile: la sottomissione della donna, la sola salvezza nella sua fisicità, le frasi così slegate e allo stesso tempo intricate nel loro essere lapidarie. Si divora e lascia in bocca un sapore amaro, come di sangue, di ferro, di bocca impastata, negli occhi la nebbia di un risveglio narcotico, sulla pelle la sensazione di una coperta di lana grezza. Negli occhi parole sfocate. Si è davvero letto di Rafa o è stato tutto un sogno fatto mentre si teneva in mano quel libro fucsia? Lo si ripone sullo scaffale e ancora ci si interroga, come al risveglio quando si cerca di riportare alla mente i dettagli di un sogno che ci ha turbato.