26 Nov I LUOGHI DEL GATTOPARDO
“Il palazzo Salina era attiguo alla Chiesa Madre. La sua breve facciata, con sette balconi sulla piazza, non lasciava supporre la sua smisuratezza che si estendeva indietro per duecento metri: erano dei fabbricati di stili differenti, armoniosamente uniti però intorno a tre vasti cortili e terminanti in un ampio giardino tutto cintato…”
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nato alla fine del XIX secolo, è stato uno scrittore e nobile siciliano, ultimo discendente di una prestigiosa famiglia aristocratica. La sua famiglia, come tutte le famiglie meridionali dell’epoca, visse il periodo di cesura a cavallo dell’unificazione d’Italia e dei cambiamenti che ne sono derivati. Tomasi avrà sentito probabilmente migliaia di volte discorsi riguardanti il Re Borbone, i privilegi di cui si godeva prima del 1861 e l’ineluttabile decadenza a cui erano destinati gli appartenenti al suo ceto con il nuovo stato unitario. Tra i privilegi di quella classe elitaria della società c’erano sicuramente le loro residenze, i luoghi in cui trascorrevano diversi momenti dell’anno, sapientemente descritti nella sua opera “Il Gattopardo“. Gli stessi luoghi che accolgono la storia, non di Leoni di Sicilia, bensì di gattopardi intenti a conservare le loro dimore vetuste, appesantite dallo sfarzo e dai secoli, così come il loro privilegio.
I luoghi descritti nel romanzo sono spesso trasposizioni dei luoghi vissuti dall’autore, come Palazzo Lampedusa a Palermo e la tenuta di Santa Margherita di Belice. Tomasi di Lampedusa ha saputo immortalare attraverso la sua scrittura l’anima della Sicilia, rendendo i luoghi veri e propri personaggi che interagiscono con la trama, conferendo all’opera realismo storico e profondità. In questo modo i palazzi nobiliari finiscono per incarnare il prestigio e la decadenza dell’aristocrazia, mentre le campagne siciliane rappresentano il legame profondo con la terra e le tradizioni. I paesi rurali, con le loro piazze e chiese, simboleggiano la comunità e la resistenza al cambiamento composto da secoli di sottomissione al padrone, al signore.
Nella capitale siciliana, Palermo, vi sono ad esempio:
-il Palazzo di Salina: residenza cittadina della famiglia omonima, simbolo dell’aristocrazia in declino, le cui stanze ampie e arredate con gusto riflettono lo stile di vita dell’epoca;
–Palazzo Ponteleone: scenario del celebre ballo finale, rappresenta il tentativo dell’aristocrazia di mantenere le apparenze nonostante il declino imminente;
-il Monastero: luogo di riflessione spirituale, che sottolinea il legame profondo tra la religiosità e la cultura siciliana.
Personalmente credo che il luogo che meglio riesce a descrivere e identificare il Gattopardo sia, però, il paese di Donnafugata. Il paese, fittizio nel romanzo, che non rappresenta il reale castello omonimo in provincia di Ragusa, è un piccolo borgo rurale che incarna la vita semplice e immutabile della Sicilia profonda, distante dalle dinamiche della modernità. L’autore descrive Donnafugata con una piazza, un palazzo del Sindaco (Don Calogero Sedara) e un palazzo maestoso dei Salina, che si contrappongono agli elementi borghesi. Proprio in questo borgo si manifestano i cambiamenti sociali, con la caduta delle barriere tra signori e borghesi e l’incontro tra i due mondi.
La stessa Villa Salina, posta al centro del territorio di Donnafugata, residenza estiva della famiglia, è circondata da giardini e terre coltivate e simboleggia il legame con le radici e il senso di appartenenza della famiglia nobiliare.
La campagna, con i suoi paesaggi aspri e solitari, rappresenta il cuore pulsante della Sicilia e il suo legame indissolubile con la natura. Le distese di campi, gli uliveti secolari e le colline brulle creano un panorama che sembra sospeso nel tempo, simbolo della permanenza delle tradizioni in un mondo in continua evoluzione.
I piccoli paesi, con le loro architetture semplici e le strade acciottolate, incarnano la vita quotidiana di una comunità legata alle usanze del passato. Ogni borgo conserva storie di generazioni che si sono susseguite, mantenendo viva un’identità collettiva che resiste ai cambiamenti imposti dalla modernità, in quel preciso caso dall’incombente unificazione d’Italia e dal cambio di regime non più sotto l’egida borbonica ma della monarchia sabauda, lontana anni luce, fisicamente e culturalmente, dall’immobilismo siciliano. L’autore sapientemente insinua, attraverso la maschera del Principe di Salina, questi luoghi in realtà destinati a non cambiare mai veramente.
Ma “Il Gattopardo” – nel nostro immaginario collettivo – viene spesso associato al viso altero e fascinoso di Burt Lancaster e allo sguardo malizioso di Alain Delon che, nell’omonimo film di Luchino Visconti, interpretavano rispettivamente il Principe di Salina e suo nipote Tancredi.
Proprio nel film di Visconti e nella sua mania di perfezionismo sono racchiuse diverse anime dell’isola più grande d’Italia, grazie anche ai luoghi, alcuni reali e altri ricostruiti.
Le costruzioni di Palermo, fra cui quella della Porta attraverso la quale fanno irruzione le Camicie Rosse, furono realizzate in quindici giorni.
In ventiquattro giorni vennero portati a termine i lavori alla villa Boscogrande: e per i restauri di questa villa si era dovuto impiantare un vero e proprio laboratorio di falegnameria e far venire da Roma un esercito di stuccatori e decoratori. Infatti tutti gli infissi, i pavimenti, i soffitti furono rimessi a nuovo; la facciata venne completamente restaurata; si ridipinsero i muri; si affrescarono e tappezzarono le pareti.
Ma questo fu niente in confronto a quello che fu fatto a Ciminna .
Il paese fu scelto perché la sua piazza, con la chiesa in fondo, corrispondeva “quasi” in tutto a quella dell’immaginaria Donnafugata. Quel “quasi” stava per l’assenza di un piccolo particolare: mancava infatti il palazzo del principe di Salina.
E il palazzo fu realizzato dalla troupe .
La sequenza della presa di Palermo fu girata in dieci giorni, quindi fu realizzata la scena iniziale del film (la recita del Rosario) “ambientando” Villa Salina nella villa Boscogrande, alle porte di Palermo. Furono necessari ventiquattro giorni di lavoro per rifare pareti, pavimenti, infissi, soffitti, stucchi esterni e interni, decorazioni e affreschi mentre la facciata venne ripristinata.
Grazie all’immenso lavoro scenico compiuto dalla troupe del film ecco quindi che quei luoghi immutabili sono per noi immagini tangibili ed eterne. Eterne come il giro di valzer in cui continueremo a rivedere il Principe di Salina e Angelica volteggiare, mentre tutto intorno cambia e tutto rimane com’è.