A Casa di Lucia | La “quasi quadrilogia” di Pierre Lemaitre
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La “quasi quadrilogia” di Pierre Lemaitre

Anno nuovo, vita nuova per la consueta rubrica dedicata alla narrativa  dell’investigazione. Durante il 2025 ne abbiamo ripercorso il cammino dal suo inizio e conosciuto i maggiori maestri, da Edgar Allan Poe il padre del genere a Agatha Christie, da Rex Stout a Arthur Conan Doyle, da George Simenon a P.D. James, da Elleri Queen a J. D. Carr a Fruttero & Lucentini.

Quest’anno esploreremo questo genere letterario seguendo due filoni

  1. autori più vicini a noi dal punto di vista temporale che si distinguono per la loro appartenenza o per le ambientazioni dei loro romanzi a un’area geografica specifica;
  2. autori che hanno dato vita a trilogie che vedono agire lo stesso protagonista o gli stessi protagonisti, impegnati in indagini diverse.    

A questo proposito ho pensato di aprire l’anno di “Martedì… Giallo!” con una “quasi” quadrilogia (e il motivo per cui dico “quasi” lo capirete fra poco) di un rimarchevole autore francese: Pierre Lemaitre e le sue “Quattro indagini per  il commissario Verhoeven”.

Pierre Lemaitre nasce a Parigi nel 1951 e prima di dedicarsi alla scrittura lavora a lungo come insegnante.

Come spesso accade, il suo esordio letterario non è stato di immediata comprensione da parte degli editori: infatti la sua prima opera, “Travail Soigné“, viene rifiutata da una decina di Case Editrici prima di essere pubblicata dalla Édition du Masque con immediato successo di pubblico e critica.

È l’inizio di una carriera carica di successi, costellata da premi importanti di cui l’ultimo ottenuto nel 2013, il prestigioso Prix Goncourt, che lo consacra ai massimi livelli della narrativa francese.

Affascinato dalle trame poliziesche. Lemaitre è convinto che il finale di una storia sia fondamentale, quindi è solito creare prima questo per poi proseguire e costruire a ritroso la narrazione per quel preciso finale.

La quadrilogia che presento oggi, anzi la “quasi quadrilogia” come viene chiamata dallo stesso autore, vede la creazione del commissario Camille Verhoeven, o meglio “il comandante Verhoeven” come usano chiamarlo alla squadra omicidi, ed è una “quasi” quadrilogia perché il quarto romanzo, essendo più breve degli altri tre, potrebbe essere considerato un racconto lungo, ed è stato inserito come ultimo dopo il terzo della serie ma, credetemi, va letto come terzo.

Confusi?

Non preoccupatevi vi disporrò i romanzi in ordine di lettura così che non possiate sbagliare.

Camille Verhoeven ha una caratteristica fisica che lo distingue da tutti fin dal primo sguardo: è alto un metro e quarantacinque, dono congenito della madre, pittrice di fama, ma anche fumatrice indefessa che neanche in gravidanza rinuncia alla consueta nube di fumo azzurrino che la circonda, abitudine malsana che la porterà a morire di cancro non moltissimi anni dopo la nascita di Camille. Quest’ultimo da lei eredita anche un certo talento per il disegno, ma non abbastanza solido per poter essere un artista, così decide di fare il poliziotto. È quanto dice di sé stesso.

Disegnando a matita su taccuini o fogli sparsi, Camille esplora a memoria scene del crimine, movimenti di persone, posizione degli oggetti. Disegnando corpi in movimento ne intuisce inizio e fine di ogni azione, nota mancanze, dissonanze, presenze impreviste. Nei visi riportati dalle testimonianze, disegnati da diverse angolazioni, il commissario individua indizi, ripercorre la direzione degli sguardi.

Il disegno, però, non è dedicato solo al suo lavoro. Vergando su carta più e più volte il volto della donna che ama, la disvela sotto luci diverse, la tiene con sé quando lei non c’è.

La sua piccola statura lo costringe a usare sgabelli per stare all’altezza degli altri o a far ciondolare i piedi a venti centimetri da terra quando sta seduto, a saltar giù dalla sedia invece di alzarsi, ma tutto questo non intacca il rispetto e la stima dei colleghi che ben conoscono le sue indiscusse capacità investigative.

Camille è acutamente consapevole dello stupore, anche se dissimulato, di chi incontra per la prima volta il comandante Verhoeven aspettandosi forse un uomo fisicamente prestante e invece si trova davanti una “copia di Tolouse-Loutrec solo meno deforme”, ma sa come mettere a loro agio i suoi interlocutori con sguardi ironici e taglienti che dicono: “ora mi avete visto, tra poco saprete chi sono”.

Il commissario Verhoeven comunque non è un supereroe: è un uomo che sbaglia, ama, insiste, si dispera e ricomincia, conoscendo momenti durissimi di dolore e depressione da cui si rialza, piccolo di statura, altissimo nella personalità.

Nelle storie di Lemaitre i colpi di scena si susseguono al pari dei momenti di riflessione sul mondo, sulla violenza, sul fatto ineluttabile che un episodio sanguinoso può sembrare lontano da noi ma è sempre troppo vicino, e alle scene caotiche di fughe o corse a perdifiato dietro a un sospetto si alternano gli approfondimenti psicologici dei personaggi, le loro scelte obbligate o volute, le loro idiosincrasie, i loro dolori.

Il tutto reso con una scrittura agile, costruita con un fraseggio privo del superfluo ma in grado di portare il lettore dentro una stanza, dandogli la percezione dell’atmosfera in essa, e trasmettere l’umore di ogni persona presente al suo interno.

Le quattro indagini del commissario Verhoeven in ordine di lettura

– I – “Irene

Camille Verhoeven è abbastanza felice, soddisfatto della sua vita. Il suo lavoro che lo porta ogni giorno a contatto con violenza e soprusi, gli fa capire quanto sia fortunato a svolgere una professione che, dopotutto, gli piace e ad avere una moglie innamorata da cui tornare ogni sera e che tra non molto gli darà un figlio. 

Ma la vita, a volte, riserva le prove più dure proprio quando si pensa d’aver raggiunto un ambito traguardo, un’esistenza soddisfacente.

Quello contro cui si trova a combattere Camille è un assassino spietato, che lo trascina con sé nella sua follia sanguinaria e, peggio, è un assassino che sembra conoscere tutto, ma proprio tutto, del commissario e usa questa conoscenza per il più terribile dei confronti. Una lotta che farà finire Verhoeven in una clinica psichiatrica.

– II – “Alex”  

Camille Verhoeven si è ripreso dalla profonda depressione in cui era precipitato quando nessuno, colleghi e superiori, ci credeva più. È tornato al lavoro ma a una condizione: non ne vuole sapere di indagini che riguardino persone rapite, preferisce indagare su defunti, lì almeno la gara contro il tempo è già persa.

Implacabile, il suo capo gli telefona, c’è il caso di una donna rapita e carenza di personale. Camille è tornato, quindi bando alle ciance: deve occuparsi dell’indagine.

Il commissario, dapprima ne è nauseato, ma poi si lascia andare al suo istinto, alla sua attenzione per i dettagli e si immerge nel caso che non è “un” caso ma due o tre, uno dentro l’altro, e stavolta il comandante Verhoeven non può far altro che seguire il disegno di chi ha previsto e preparato il finale in ogni particolare.

– III – “Rosy & John

Non ci sono rapimenti, ma la terribile minaccia di una bomba, anzi di più bombe, che mettono in pericolo la vita di due milioni di bambini nelle scuole di Parigi.

Questo l’orribile ricatto ai danni delle forze dell’ordine parigine di un figlio che vuole a tutti i costi far uscire di prigione sua madre, accusata di omicidio per aver ucciso la sua ragazza. Sei bombe da far esplodere una al giorno finché non faranno ciò che chiede.

Chi meglio di Camille Verhoeven può risolvere questo caso? Lui, che di rapporto amore/odio con la madre ne sa più che abbastanza, inizia una lotta psicologica e muscolare che sfinisce e che porterà ad un finale doloroso e inevitabile.

– III – “Camille

Un caso all’apparenza semplice: un’esplosione in un centro commerciale per commettere una rapina. Lineare ma, c’è un “ma”: la compagna di Camille, Anne, si trova in quel centro commerciale proprio in quel momento e vede i rapinatori che non hanno altra alternativa che tentare di ucciderla. La feriscono in modo grave, ma Anne sopravvive. Il comandante Verhoeven non può occuparsi del caso, è troppo coinvolto personalmente, però riesce con uno stratagemma a infilarsi nell’indagine.

I colleghi diffidano della sua lucidità investigativa per ovvi motivi, i capi a loro volta lo ostacolano, ma Camille “sente” che qualcosa non torna nella ricostruzione dei fatti: sensazioni, intuizioni difficili da spiegare, da corroborare con prove, ma Camille vuole seguirle, e ancora una volta dovrà fare i conti con la propria vita, il proprio carattere e il bisogno d’amore di Camille, un essere umano. Quando il cerchio si chiuderà, non sarà piacevole.

I romanzi di Pierre Lemaitre non sono scritti per togliere il sonno notturno a chi legge ma per indurci a osservare il mondo intorno e dentro di noi, le nostre fragilità e le nostre ombre, da affrontare con la dovuta paura e il necessario coraggio.

Buona lettura!

 

(fonte immagini: www.arcanestorie.it)

 



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