A Casa di Lucia | DELL’AMORE E DI ALTRI DEMONI
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DELL’AMORE E DI ALTRI DEMONI

Se vi è capitato di leggere anche solo una volta autori sudamericani come Isabel Allende e Gabriel Garcia Marquez, saprete sicuramente quanto i loro romanzi siano impregnati di realismo e magia, quanto questi autori siano intimamente legati alle leggende delle loro terre. Così quest’estate, nel corso delle meritatissime ferie estive, tra un tuffo ed un’escursione, ho potuto compiere un viaggio particolarissimo grazie ai miei amatissimi compagni di viaggio in formato cartaceo. Ho infatti attraversato le strade, le città, di una delle terre più particolari e mistiche del mondo: la Colombia. Attraverso l’immaginazione di Gabriel Garcia Marquez, scorrendo le pagine del romanzo Dell’amore e di altri demoni, ho ripercorso la storia di una ragazzina di 12 anni, Sierva Maria de Todos Los Ángeles, nella Cartagena de Indias nella Colombia del XVIII secolo. Per meglio intendere il libro in questione dobbiamo figurarci che, prima della conquista spagnola, il territorio colombiano era prevalentemente abitato dai Chibcha, indigeni sempre in guerra tra di loro e che favorirono la conquista da parte degli spagnoli. Questi ultimi, a loro volta, importarono nel Paese frotte di uomini schiavizzati dall’Africa, dando vita ad un melting pot di etnie notevole, non solo da un punto di vista squisitamente razziale ma soprattutto da un punto di vista sociale ed etnografico. La società colombiana riusciva a contenere in sé sia gli schiavi, gli Indios superstiti ancorati ai loro dèi ed alle loro superstizioni, rituali e canti, sia i cattolicissimi spagnoli, ancorati a loro volta alla loro Santissima Inquisizione. Come potevano un popolo immanente ed un altro trascendente mescolarsi? Non potevano. Ed un esempio calzante lo fornisce il nostro “Gabo” con la piccola Sierva Maria. La ragazzina è figlia di un nobile creolo, pigro e indolente, e di una contrabbandiera astuta quanto crudele, i quali rifiutano di crescere la piccola affidandola, sin dalla nascita, alle cure degli schiavi di casa, finendo così, Sierva Maria, per imparare i loro dialetti ed i loro rituali, crescendo sostanzialmente analfabeta e selvaggia. Sierva era bellissima ed eterea, con dei lunghissimi capelli rossi che non erano mai stati tagliati in virtù di un voto fatto agli dei dalla domestica che, come una madre, l’aveva cresciuta e che, come una madre, se ne era preoccupata, promettendo ai suoi dei di non tagliarle mai i capelli in cambio di una lunga vita. All’epoca, per le strade di Cartagena, sporche, caotiche e lerce, non solo era frequente il mescolarsi tra le varie culture e credenze ma era straordinariamente facile ammalarsi di rabbia, in special modo in seguito al morso di un cane. 

“Un cane cenerognolo con una stella sulla fronte irruppe nei budelli del mercato la prima domenica di dicembre, travolse rivendite di fritture, scompigliò bancarelle di indios e chioschi di lotteria e passando morse quattro persone che si trovavano nel suo percorso.”

Tra queste c’era Sierva Maria, che in seguito verrà creduta prima ammalata di rabbia e successivamente posseduta da diversi spiriti maligni. Il padre di Sierva, da sempre estraneo a questa figlia, in un moto di ravvedimento paterno proverà, a suo modo, a salvarla in hn primo momento attraverso il medico negromante Abuencio, successivamente attraverso il Vescovo e, infine, porrà la vita della figlia nelle mani del monastero di clausura delle Clarisse.

Sullo sfondo di questa storia Marquez mescola, in 120 pagine, una società lenta, antica, ancorata a superstizioni di varia natura insieme alla passione erotica che diviene malattia: il medico eretico, la madre bulimica di sesso, il prete esorcista che finirà per essere posseduto da un mal d’amore incurabile, una ragazzina cresciuta nella solitudine familiare alla stregua di un animaletto da cortile con dei lunghissimi capelli ramati. 

Come sempre Marquez calca la mano, sottolinea il tema della solitudine in ogni personaggio del libro: nessuno di loro è veramente legato ad altri se non a sé.

Con sottilissima ironia e ragionando come un moderno Calderon de la Barca, fornisce a suo modo un ritratto della Colombia coloniale reale e mistica, alternando pezzi di cruda verità a deliri di esoterismo.

San Tommaso D’Aquino diceva, in uno dei suoi tanti scritti, che “i capelli sembra che debbano resuscitare molto meno delle altre parti del corpo”: di Sierva Maria, di cui furono ritrovati i resti nella cripta del convento due secoli dopo, furono scoperti, con immenso stupore, anche i suoi capelli rossi fiammeggianti, intatti e splendidi, lunghi ben 22 metri ed 11 centimetri.

Erano cresciuti, di un centimetro al mese, per continuare a vivere, sopravvivendo, così come aveva chiesto la sua domestica.

 



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