A Casa di Lucia | “Come la follia nell’occhio di una donnola” di Elena Pivetti
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“Come la follia nell’occhio di una donnola” di Elena Pivetti

Cosa c’entra la scenata di Bugo e Morgan a Sanremo con la pandemia? E lo schiaffo di Papa Francesco alla donna cinese con questi due eventi? E se dicessi che tutto ha a che fare con una donnola ed uno strano incidente avvenuto al Cern di Ginevra nel 2016? O meglio, non tutti questi eventi, ma i loro corrispettivi in una realtà altra… O forse non mi sto spiegando bene. Insomma, la trama è intricata, le storie sono tante, sono talmente tante che ad approfondirle verrebbero fuori più libri, eppure tutto è condensato qui, in queste 231 pagine del primo romanzo di Elena Pivetti: “Come la follia nell’occhio di una donnola“. Partendo da una teoria che circola su internet, infatti, che ha a che fare con una donnola trovata fulminata dopo aver masticato i cavi di alimentazione dell’acceleratore di particelle del Cern, Elena Pivetti immagina un mondo slittato su una linea temporale altra in cui il male non esiste e tutto è bello e buono. Eppure qualcosa stona in questa pseudo realtà così perfetta, e ad accorgersene è Fabien, un hikikomori che, chiuso da anni nella sua stanza, guarda il mondo dall’esterno e nota come l’assenza del male non sia il percorso naturale di noi esseri umani. Dal suo sguardo attento, tra salti temporali (e non solo) e fughe avanti e indietro tra piani che slittano e si inseguono, partirà una cyber indagine che, anche grazie al suo amico Sante, porterà a scoprire quanto il mondo sia in pericolo. Quest’opera prima ha il pregio di essere leggera e profonda insieme: i capitoli brevi fanno macinare pagine senza sentirne il peso, il diramarsi della vicenda secondo due sentieri (riconoscibili dalla numerazione dei capitoli in numeri per quello principale e in lettere per il suo necessario percorso affiancato) è stimolante, i personaggi non sono macchiette, le tematiche (non facili) sono affrontate senza appesantire la trama. E così il lettore si ritrova con pezzi di puzzle da dover incastrare per capire il quadro d’insieme, mentre sotto i suoi occhi si mescolano storie di coraggio, di disperazione, di paura, di bullismo, di sensi di colpa, di vita. A far da sfondo l’Emilia Romagna, terra della scrittrice, con le campagne attorno a Reggio Emilia, la Pietra di Bismantova che domina il territorio, la città di Parma, la riviera romagnola, le realtà di odori, sapori e pillole dialettali che riemergono proprio dal suo vissuto e attorno a cui aleggia un sentore di legame affettivo, quasi una carezza fatta di inchiostro. I refusi, ahimè presenti, tendono a distrarre e questo dispiace: basterebbe una piccola accortezza per non guastare una lettura scorrevole e niente affatto banale. Tante sono le citazioni musicali, brani interi riportati per rendere l’intento stesso per cui vengono citati: ecco, forse questo punto un po’ duole, nel senso che la citazione della canzone è corretta, il fatto che ne venga di volta in volta riportato l’intero testo anche lì è un’interruzione che spezza. Quanto sarebbe più bello far smuovere il lettore alla ricerca del pezzo citato, per ascoltarlo in sottofondo mentre si legge, che si tratti di De Gregori o di Lucio Dalla. Io ammetto di aver ascoltato “Cara” di Dalla per sentirmi dentro ad uno dei climax più emozionanti del libro, come se anch’io fossi lì, tra quelle pagine, a guardare le palpebre di Costante, a dire addio ad Anna, a stringere la mano ad Uberto, ad abbracciare Gilda ignara di quanto ancora la aspettasse.

Bisogna accostarsi a questo romanzo come attingendo ad una fonte a cui si rischierebbe di affogare se tutto fosse approfondito: ecco quindi che il protagonista è un hikikomori, ma il romanzo non parla degli hikikomori; viene affrontata la questione del testamento biologico, ma senza che sia il perno della narrazione; si intravedono i limiti etici della scienza, senza che questo divenga un argomento palesemente trattato; e poi ancora realtà virtuale, legami familiari, bullismo, il suicidio assistito, le sette… Un calderone, si direbbe, o forse semplicemente la vita.

La stessa vita, bastarda e magnifica, che viviamo anche noi tutti i giorni, noi che non siamo romanzo, noi che in chissà quale realtà viviamo. Noi che come Gilda inseguiamo attimi di trascurabile felicità che diano un senso a tutto.

 

“Capita, a volte, che non ci sia bisogno del ricordo, per captarla, la felicità. Capita di rado. Ma succede. E quando accade, ecco che tutto sembra d’un tratto acquistare un senso. I puntini si uniscono, e la linea che li congiunge ci svela il significato di tutte le tribolazioni che ci hanno condotto lì. Nulla accade per caso. Tutto ha un senso.”

 

Leggete gli articoli di questo fil rouge ai link sotto:

https://www.acasadilucia.org/2026/01/25/hikikomori-ridurre-la-propria-vita-sociale/



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