A Casa di Lucia | BOLOGNA E’ UNA REGOLA
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BOLOGNA E’ UNA REGOLA

La mia storia con Bologna si divide in due differenti periodi, che hanno costruito, nel tempo, quello che oggi è il mio profondo amore per una città colta, vibrante, gaudente, accogliente e sì anche sorprendente. Cresciuta in provincia, infatti, la mia prima conoscenza della città arrivò attraverso i racconti della mia famiglia e dalle poche ore trascorse in centro quando frequentavo il liceo, che raggiungevo con lunghi viaggi in corriera che ricordo come vere e proprie trasferte. 

Mio padre era quello che un tempo si sarebbe detto un “bolognese intramurario”, ad indicare chi viveva all’interno delle mura cittadine, in pieno centro. Pare che anche il dialetto qui sia leggermente diverso da altri quartieri, figuriamoci, poi, dalla provincia. 

Sono cresciuta con i racconti della sua infanzia in via Castiglione, delle sue passeggiate in Piazza Maggiore, delle antiche botteghe, dei singolari personaggi che animavano le strade del centro e resero la sua infanzia un mosaico di piccole storie minori che avrebbe ricordato per tutta la vita. 

Ho trascorso moltissimi sabato sera e domenica pomeriggio nei teatri dove recitava come attore dialettale e ho respirato il bellissimo dialetto e la sua preziosa tradizione, anche se alla fine non ho mai imparato a parlarlo, troppo giovane, allora, per comprenderne l’inestimabile valore culturale. 

La seconda fase della mia storia d’amore con Bologna risale a poco più di dieci anni fa quando, dopo avere trascorso tutta la vita in provincia, mi sono trasferita in città, a circa mezz’ora a piedi dal centro storico. 

Questo trasferimento, di una manciata di chilometri, ha rappresentato, a tutti gli effetti, l’inizio della mia vita di bolognese ed è così che oggi mi sento: la privilegiata cittadina di una città di cui mi innamoro ogni giorno. 

È difficile raccontare cosa significhi Bologna senza inciampare nella retorica della colta città universitaria, della sua identità politica (o del colore dei suoi tetti, a seconda delle interpretazioni) e della sua gaudente passione per il cibo: Bologna la dotta, la rossa e la grassa si dice

Tento, allora, a raccontarla attraverso le piccole e quotidiane sensazioni che provo ogni volta che, dopo la mia passeggiata veloce da casa, arrivo sotto ai primi portici di Via Santo Stefano e inizio ad avvicinarmi al centro storico. 

I  portici. Si dice che a Bologna potresti anche fare a meno dell’ombrello, perché i portici ti accompagnano quasi ovunque e ti proteggono anche nelle giornate di pioggia più intensa. I pavimenti si fanno lucidi e scivolosi, il cielo basso che nasconde il sole crea un’atmosfera cupa ma familiare mentre, attenta a non finire in terra, procedo con finta sicurezza. Quando, invece, splende il sole in città, allora sotto ai portici si creano giochi di luce che sono vere opere d’arte: le colonne formano ombre che, solo in parte, ostacolano il sole in una sorta di battaglia tra luce e buio. I soffitti decorati obbligano a tenere la testa alzata e io non resisto mai dal fare qualche fotografia, ancora e ancora. 

E poi c’è il pavimento di ciottoli di Piazza Santo Stefano, la più bella piazza della città, quella dove porto sempre gli amici che vengono da fuori, con il complesso delle Sette Chiese che, giuro, contiene proprio sette chiese e racchiude secoli di storia. Se arrivando in questa piazza vedrete qualcuno camminare in modo strano, quasi a zig zag, sappiate che è in cerca delle sottili strisce di pavimento liscio, soprattutto d’estate, quando con i sandali o con le scarpe con il tacco, è difficilissimo affrontare il bellissimo e sconnesso pavimento della piazza. 

E che dire dei portici più antichi, quelli di legno, che sembrano pronti a crollare da un momento all’altro, così come la torre Garisenda, la sorella meno famosa e bassa ma più pendente della torre Asinelli. Mi perdo spesso tra le vie del centro in cerca delle altre torri nascoste tra i palazzi, meno alte delle due regine della città, ma altrettanto belle: una sorta di caccia al tesoro tra la storia delle ricche famiglie bolognesi che, nel medioevo, ostentavano il proprio potere erigendo una torre che fosse più alta di quella del vicino, per poi vedersela distrutta notte tempo, una lotta di potere a suon di  picconate. 

Mi emoziono ogni volta che arrivo in Piazza Maggiore, soprattutto la mattina poco dopo il sorgere del sole. Silenziosa, vuota, imponente e fiera con la sua San Petronio, che voleva fare concorrenza a San Pietro a Roma, la torre del campanile, la statua del Nettuno. Ciò che però mi emoziona sempre è il ricordo della signora dei piccioni, che quando ero bambina vendeva il granturco da dare da mangiare ai piccioni. Ogni volta che lanciavi un pugno di semi, questi si alzavano in volo e ti venivano vicino. Penso sempre che sia un peccato non vedere più i bambini felici come ero io. 

Continuo a passeggiare, spesso senza una meta precisa, la macchina fotografica pronta a fermare una luce particolare, un ragazzo che passa in bicicletta sotto al sole, una prospettiva che non avevo mai notato prima, un nuovo disegno sul muro, come quello di Don Matteo in via San Vitale 114, o una nuova frase su quanto è bello vivere a Bologna. 

Mi affaccio da un cancello aperto per ammirare un giardino che di solito è nascosto: ricordo che mia nonna amava infilarsi in queste corti e farsi raccontare storie. Percorro il vecchio ghetto ebraico, ricco di storia e di locali di ogni etnia, in un melting pot che è una delle anime di Bologna, capace di accogliere studenti da tutta Italia e da tutto il mondo. Sorrido ripensando ai miei anni di università, al piccolo bar palestinese dove mangiavo i falafel tra una lezione e l’altra. 

Poi ci sono i musei, le meravigliose biblioteche, la casa di Lucio Dalla, la sala anatomica dell’Archiginnasio, dove gli inquisitori spiavano da una piccola fessura per controllare che le dissezioni venissero fatte nel rispetto delle regole della Chiesa. 

Ci sono le antiche trattorie, i banchi del pesce e di frutta e verdura nel quadrilatero, c’è l’antica Libreria Nanni dove ogni studente trascorreva i pomeriggi di settembre sperando di trovare qualche libro usato per risparmiare un po’, con il sollievo dei genitori. 

C’è il profumo di cibo, ci sono gli “umarell” che controllano i lavori del tram e danno preziosi consigli agli operai, quando non sono troppo impegnati a commentare l’ultima sconfitta (o vittoria) del Bologna. 

Ci sono le note degli artisti di strada quando il centro diventa pedonale nei fine settimana, poi c’è il Cinema Modernissimo che ha riaperto da pochi anni riportando alla città un pezzo di storia. Ci sono i film in lingua originale alla Cineteca. Adoro andare alla matinée quando, con il prezzo del biglietto è compresa anche la colazione!

Potrei dire delle insegne di antiche botteghe che non ci sono più, della parlata con quella esse così spiccata che mette di buon umore. O dei grandi glicini che quando è stagione riempiono l’aria di un bellissimo lilla, o della lunga e faticosa passeggiata fino a San Luca, lungo i portici Patrimonio dell’Unesco, che si percorre con le scarpe da ginnastica o il rosario tra le dita. Ogni volta che salgo mi ricordo di quando da ragazzi si diceva “Se vengo promosso vado a San Luca a piedi” e poi si faceva davvero perché questo era un voto serio. 

E, infine, non posso non tornare all’inizio di questo racconto, a mio padre, che oltre ad essere un colto e appassionato bolognese, era anche il Dott. Balanzone, la maschera del carnevale bolognese: come la sua città gaudente, dotto fino alla saccenza ma sempre con grande ironia, bonario e pungente, proprio come siamo noi bolognesi. 

Papà non c’è più. E mentre sto seduta sui gradini di San Petronio, un libro in mano e lo sguardo verso la piazza, mi sembra ancora di sentirle le sue “tirate” (i famosi discorsi di Balanzone alla cittadinanza) davanti a grandi e bambini il giovedì grasso, nel suo costume nero, il naso finto e il grande cappello. Vedo i carri colorati passare tra la folla, i coriandoli, le caramelle lanciate e prese con foga. 

Lo immagino bambino, la mano in quella della sua mamma, gli occhi al cielo a vedere i piccioni, un dolce nell’altra mano e il sorriso di chi sa che vive nella città più bella del  mondo. 

Mi alzo. Asciugo una piccola lacrima, arrivo a Piazza del Nettuno e da lì intravedo l’inizio di Via Indipendenza. Poco prima di Natale, hanno accesso le nuove luci: sono le parole della canzone di Luca Carboni, che di Bologna è uno dei grandi orgogli. Le percorro con lo sguardo e penso che papà aveva proprio ragione: non esiste altra città dove potrei sentirmi a casa come mi sento qui.

“C’è una regola per cui

L’infinito sembra un otto sdraiato per terra, per terra

Come me

Quando guardo le stelle è così normale pensare che

Questa vita è bellissima

Anche se a volte ci tira giù

Qualcosa ci tira giù

E che Bologna è una regola

Che hai provato a spiegarmi tu

Non lo dimentico più

Mi ricordo le strade

In cui ti ho promesso che sarei cambiato

Ma non ho capito come si fa

Come si fa

Non ho capito come si fa

Come si fa”

(BOLOGNA È UNA REGOLA, LUCA CARBONI)



× Ciao!