02 Mar CLAUSURA E VITTORIALE DI GABRIELE D’ANNUNZIO
“…..Piove su le tue ciglia nere
sìche par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli con come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c’intrica i ginocchi
chi sa dove, chi sa dove!…..”
(Cit.“La pioggia nel pineto” Gabriele D’annunzio)
Gabriele D’Annunzio è un fautore del Decadentismo italiano. Esteta e superuomo, è uno dei poeti che più hanno caratterizzato la poesia in Italia.
Noto come “Il Vate”, nacque il 12 marzo 1863 e scomparve il 1° marzo 1938. La sua poetica si basa su due concetti: l’estetismo e il superomismo.
L’estetismo è quella corrente di pensiero che ha come obiettivo il raggiungimento e la celebrazione del Bello in opere d’arte perfette, formalmente e stilisticamente. L’arte per Gabriele D’annunzio è paragonabile alla vita: non ci sono differenze tra ciò che l’artista vive e ciò che l’artista realizza.
L’estetismo si compie nell’attenzione al piacere, nell’edonismo, che si realizza sia nella produzione dell’Arte e nell’appagamento del Bello, sia nelle scappatelle erotiche. La vita di Gabriele D’Annunzio è sempre stata intrisa di episodi fuori dagli schemi, basti citare l’impresa della presa di Fiume: infatti il poeta abruzzese voleva vivere come un Superuomo, in opposizione all’omologazione borghese e ai ragionamenti della logica comune.
E il Vittoriale, la sua residenza sul Lago di Garda, simboleggia appunto il “monumento alla sua vita inimitabile“.
Costruito tra il 1921 e il 1938, il Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera nasceva come monumento a memoria di Gabriele D’Annunzio e delle imprese degli italiani durante la Prima Guerra Mondiale. Posto sulle rive del Lago di Garda, oggi offre uno sguardo peculiare sulla sua vita. Comprende un complesso di edifici, vie, piazze, giardini, corsi d’acqua e persino una Nave arenata, progettati dall’architetto Giancarlo Maroni secondo il desiderio di D’Annunzio.
È considerato come la casa del Vate. Il complesso si estende per oltre 100 ettari di parco e annovera alcuni monumenti di impareggiabile bellezza storica, architettonica e artistica.
L’ingresso alla sua dimora presenta il cancello dorato, i sette scalini, gli stalli di un coro seicentesco alle pareti, un pastorale e un’acquasantiera, la colonnina francescana in pietra di Assisi sormontata da un canestro in cemento con melograni, frutto che d’Annunzio ha designato come icona di sé, poiché segno di abbondanza e fertilità. Due porte, sormontate da due lunette del pittore salodiano Angelo Landi e raffiguranti santa Chiara e san Francesco d’Assisi conducono a due differenti anticamere, una per le visite ufficiali (o per ospiti “indesiderati”) e una per gli amici del poeta.
La stanza del Mascheraio è così denominata dai versi sopra lo specchio del camino, composti in occasione della visita di Mussolini al Vittoriale nel maggio del 1925: “Al visitatore / Teco porti lo specchio di Narciso? / Questo è piombato vetro, o mascheraio. / Aggiusta le tue maschere al tuo viso / ma pensa che sei vetro contro acciaio”.
Questa anticamera era la sala d’attesa per le visite ufficiali.
Nella stanza della musica in particolari occasioni suonava il quartetto del Vittoriale. Le pareti sono rivestite da preziosi damaschi neri e argento raffiguranti bestie feroci e sostenuti da fermacorde a forma di lira: è un cenno ad Orfeo che con la musica riesce a placare le fiere. Nella sala sono conservati due pianoforti e altri strumenti musicali: un clarino, uno zufolo e un arciliuto.
La sala del mappamondo è la biblioteca principale della casa. Qui sono collocati seimila libri d’arte. Il nome della stanza deriva dalla grande sfera geografica ubicata sopra un tavolo al centro della stanza.
La Zambracca deve il suo nome ad un antico vocabolo provenzale che significa “donna da camera”. Anticamera alla stanza da letto e guardaroba (negli armadi e nei cassettoni è riposta la biancheria del poeta), in questa stanza d’Annunzio sbrigava le ultime faccende della giornata e qui, seduto al tavolo, fu trovato morto la sera del 1º marzo 1938.
La stanza della Leda era la camera da letto del poeta e prende il nome da un grande gesso posto sul caminetto raffigurante Leda amata da Giove trasformatosi in cigno. Sulla porta si legge il motto “Genio et voluptati, al genio e al piacere”, e dall’altro lato è appesa una piastrella proveniente dal palazzo Ducale di Mantova con il motto “Per un dixir, per un solo desiderio”.
La veranda dell’Apollino fungeva da saletta di lettura direttamente affacciata sui giardini. Il nome deriva dal gesso di un kouros arcaico decorato dal poeta con occhi azzurri, un prezioso perizoma e un fascio di spighe dorate.
Nel bagno blu, suddiviso alla francese in sala da toilette e ritirata, sono collocati oltre 600 oggetti i cui toni dominanti sono il blu e il verde. Sul soffitto si legge il motto tratto da Pindaro “Ottima è l’acqua”.
La stanza del lebbroso, chiamata anche zambra del misello o cella dei puri sogni, fu concepita da d’Annunzio come luogo di meditazione.
Il corridoio della Via Crucis trae il suo nome dalle formelle in rame smaltato che rappresentano le quattordici stazioni della Via crucis, opera di Giuseppe Guidi.
La sala delle reliquie è la stanza dove d’Annunzio raccoglie simboli delle diverse fedi: una miriade di divinità e idoli orientali sormontata da una teoria di santi e martiri della religione cristiana.
La stanza del giglio è uno studiolo contenente circa tremila volumi di storia e letteratura italiana.
L’oratorio dalmata era la sala d’aspetto riservata agli amici ammessi all’interno della prioria ed è caratterizzata da stalli cinquecenteschi .Una colonnetta romanica sorregge un leone proveniente dalla città dalmata di Arbe.
Lo scrittoio del monco trae il suo nome dalla scultura di una mano sinistra tagliata collocata sull’architrave della porta con il motto “Recisa quiescit” (Tagliata riposa). Era la saletta adibita alla corrispondenza: d’Annunzio, non potendo o non volendo rispondere, ironicamente si dichiarava monco per non scrivere.
L’Officina era lo studio di d’Annunzio, al quale si accede salendo tre alti scalini e passando sotto un basso architrave che costringe chi entra ad abbassarsi.
IL corridoio del labirinto prende nome dall’emblema del labirinto, che si ripete sulle porte e le rilegature dei libri, ricavato da quello del palazzo Ducale di Mantova.
La sala della Cheli terminata nel 1929, “l’unica sala non triste della casa” (come d’Annunzio sosteneva), deriva il suo nome da una grande tartaruga in bronzo opera di Renato Brozzi, ricavata dal carapace di una vera tartaruga donata a d’Annunzio dalla marchesa Luisa Casati.
Vi è infine la Clausura: è questa un’area nascosta tra l’Officina e il Corridoio del Labirinto che solitamente era esclusa dal percorso di visita del Vittoriale. Qui, dove tutto è rimasto intatto da quando Gabriele D’Annunzio è morto il primo marzo 1938, si possono trovare le stanze delle amanti del Vate. Attraverso il Corridoio del Labirinto si accede agli appartamenti della pianista e amante Luisa Baccara e della governante Amélie Mazoyer, consigliera del Vate. Le stanze erano divise da una piccola porta di legno e condividevano un sontuoso bagno in comune.
La Clausura contiene inoltre anche un’altra stanza che ospitava le privilegiate a cui era concesso dormire nella Prioria, la stanza del Vate, come l’artista Tamara de Lempicka ed Elena Sangro, la diva del cinema muto. Questa stanza aveva un bellissimo bagno ma senza vista sul lago, probabilmente a caratterizzare la temporaneità della sistemazione.
Visitare il Vittoriale è dunque un’esperienza che al suo interno racchiude la storia, ma anche il bello dell’arte e il fascino che la figura di D’Annunzio, pur tra scandali e polemiche, continua ad esercitare.