A Casa di Lucia | Miss Islanda
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Miss Islanda

Quella di Audur Ólafsdóttir è una prosa asciutta e lineare che trasporta nell’Islanda degli anni Sessanta senza muoversi dal divano. Questo romanzo mi ha accompagnata in treno durante un piccolo viaggio e anche nei giorni seguenti, perché, sebbene breve (appena 196 pagine nell’edizione Super ET Einaudi che ho letto), l’ho voluto sbocconcellare senza ingurgitarlo, gustandomelo pian piano. E così eccomi assistere alla nascita di Hekla e alla sua vicenda di giovane donna che porta in sé la forza del vulcano di cui ha il nome, calma in superficie ma con una fuoco magmatico che le ribolle dentro. Cresciuta a Dalir, un piccolo paesino della provincia islandese, si trasferisce a Reyjjavík; la seguiamo a partire dal suo viaggio in corriera fino all’arrivo nella capitale. Qui sono presenti due figure fondamentali, due amici d’infanzia, che danno il quadro di quella che è la realtà dell’isola in quegli anni: l’amica Isey e l’amico Jon John. Una realtà che sta stretta ma a cui i tre amici reagiscono in maniera differente. La figura della donna è quella di colei che deve occuparsi della casa e dei figli e seguire il marito: pur avendo altre aspirazioni, simili a quelle di Hekla, Isey si adatterà a questo modello femminile, sposandosi con Lydur e avendo due figli. Anche Jon John ambisce ad altro: in una società in cui gli omosessuali sono visti come dei pervertiti che fanno del male ai bambini e vengono perseguitati, dovendo vivere in clandestinità la propria natura nascondendola dietro a infelici matrimoni di facciata, lui cercherà di ribaltare la situazione scappando dalla nave su cui si è imbarcato per crearsi una nuova vita sul continente, finendo per ripetere gli stessi schemi da cui ha cercato di fuggire. Ed Hekla? La vita cercherà di ingabbiare anche lei in uno schema che la vuole moglie e madre o al massimo reginetta di bellezza (unica possibilità prevista dalla società per realizzarsi al di fuori della sfera familiare), ma lei rifiuterà entrambe queste opzioni spinta dal suo bisogno di scrivere. Perché Hekla sogna di diventare una scrittrice, ha bisogno di scrivere, non riesce ad impedirselo, pur essendo talmente malvisto che deve nascondersi.

 

“Glielo dico allora.

Che scrivo.

Ogni giorno.

Che ho cominciato scrivendo del tempo come mio padre, e delle sfumature luminose sul ghiacciaio dall’altra parte del fiordo; che avevo descritto il modo in cui una nuvola bianca si era posata come un fiocco di lana sul ghiacciao; che in seguito avevo aggiunto gente, fatti e luoghi.

– Ho come l’impressione che tante cose accada o tutte in una volta, come se vedessi tante immagini e provassi tanti sentimenti nello stesso tempo, come se mi trovassi in un punto originario e fosse la prima giornata del mondo e tutto fosse nuovo e puro. (…) In quel momento io tengo in mano la bacchetta del direttore d’orchestra e concedo al mondo il permesso di nascere.”

 

Non riesce a fermarla il poeta con cui ha una storia, che le prospetta un matrimonio in cui si sentirebbe stretta, né tantomeno le continue e pressanti offerte per partecipare al concorso di Miss Islanda. Per questo era fuggita dal paesino alla capitale. Per questo fuggirà ancora, lasciando la capitale via mare.

Lì, sulla nave, mentre si allontana dalla sua terra natìa, sentiamo di respirare con lei, finalmente, quando una notte sul ponte si stende a guardare il cielo e pensa:

 

“Sono viva. 

Sono libera. 

Sono sola.” 

 

Una volta attraccata, ritroverà il suo amico e continuerà ad andare avanti, sempre scrivendo, il ticchettio della sua macchina da scrivere come sottofondo all’intera vicenda.

Non si arrende Hekla, eppure capisce di dover scendere a compromessi: fuggire non basta quando il mondo non è pronto. Allora bisogna aggirare gli ostacoli, sposarsi per coprire la facciata, pubblicare sotto nome maschile.

 

In questo romanzo ci si scontra fin dall’inizio con una società maschilista, tanto che da subito sarà un uomo a prendere le redini: la madre partorisce e scompare dalla scena, mentre sarà il padre a decidere il nome della figlia e in un certo senso il suo destino, a portarla per la prima volta fuori dal paesino per assistere proprio ad un’eruzione, a mantenere con lei un rapporto epistolare. Allo stesso modo saranno sgradevoli ma assolutamente tollerati a livello sociale gli atteggiamenti degli uomini che importunano Hekla sul lavoro.

 

Ed Hekla sopporta in silenzio. Ascolta. Sempre narrando in prima persona, assiste e riporta tutto. E nella necessità di scrivere, di allontanarsi per appuntare una frase, si scorge il suo posto nel mondo: perché lei ha trovato nella scrittura la sua via d’uscita a questo maschilismo imperante, il modo per far sentire la sua voce.

 

Grande protagonista del romanzo è anche la natura. Silenziosa tranne che per le improvvise eruzioni che la sconvolgono, attraverso la protagonista ne cogliamo la poesia. Le atmosfere che evoca sono estremamente vivide, si sente il freddo intenso di quella terra e lo stupore di fronte alla sua forza, simboleggiata da questo magma che buca la crosta facendo addirittura nascere nuove isole; sembra di avere davanti i paesaggi, sembra di camminare per le strade grigie della capitale; ci si sente persino il sapore del dolce natalizio in bocca e si spera di trovare la mandorla di buon auspicio. Allontanandosene, si sente già la nostalgia delle sue lunghe notti invernali e dei suoi lunghi giorni estivi.

Così come, chiudendo il libro, si sente nostalgia della calma di Hekla, quella calma apparente che copre il ribollire interno di chi non si arrende, di chi lotta per il suo posto nel mondo. Un mondo che, a distanza di tanti anni dall’ambientazione della vicenda, sembra ancora tanto (troppo) simile a quello narrato, con donne che devono lottare come vulcani silenziosi per far sentire la propria voce, per trovare la propria strada, sfuggendo a ruoli che uomini insicuri impongono per tranquillizzarsi, così minacciati da chi sentono diverso dal modello che si sono costruiti nella loro mente.



× Ciao!