A Casa di Lucia | Ludwing van Beethoven “Artista Eroico”
38097
wp-singular,post-template-default,single,single-post,postid-38097,single-format-standard,wp-theme-bridge,theme-bridge,bridge-core-1.0.2,no-js,woocommerce-no-js,ajax_fade,page_not_loaded,,vertical_menu_enabled,qode-title-hidden,side_area_uncovered_from_content,transparent_content,columns-4,qode-theme-ver-18.0.4,qode-theme-bridge,disabled_footer_top,wpb-js-composer js-comp-ver-5.7,vc_responsive

Ludwing van Beethoven “Artista Eroico”

Voglio afferrare il destino per la gola, non deve assolutamente piegarmi, oh no.
Oh, è così bello vivere mille volte la vita!

Ludwing van Beethoven, 1801

Dietro ad una maschera di uomo scontroso, spettinato e solitario batteva il cuore del più grande idealista della storia della musica, il primo vero “artista indipendente”: Ludwing van Beethoven.

Non è solo la storia di un musicista e compositore ma quella di un uomo che ha trasformato il proprio dolore in un linguaggio universale, capace di trasmettere attraverso la sua opera ogni sua emozione, esperienza personale o sentimento.

Beethoven nacque a Bonn il 16 dicembre 1770. Avviato alla carriera di musicista, ebbe un’infanzia segnata da un’educazione rigida e da un rapporto difficile con il padre Johann, autoritario, violento, dedito all’alcool e mosso dal desiderio di fare di Ludwig un bambino prodigio come il piccolo Mozart. Nel 1792 si trasferì a Vienna, allora capitale europea della musica. Qui Beethoven ricevette l’insegnamento dei grandi maestri dell’epoca, primo fra tutti Joseph Haydn, massimo musicista viennese. Il suo talento di assoluta originalità, di virtuoso e d’improvvisatore gli consentì di riscuotere numerosi successi. Impegnato in un’attività sempre più intensa di pianista e compositore, godette dell’apprezzamento e del sostegno economico di alcune personalità di spicco dell’aristocrazia viennese, circostanza che gli dette la possibilità di affermare la sua carriera d’interprete e di compositore indipendente. Godendo di una libertà a quei tempi eccezionale per un artista, Beethoven si distaccò dai contemporanei e compose una musica sempre più personale, svincolandosi dal servilismo verso la nobiltà che aveva caratterizzato l’epoca di Haydn e Mozart. Ma in quegli anni di grande popolarità si fece strada la consapevolezza della nascente sordità che si sarebbe in breve aggravata fino al punto di ritrovarsi costretto a ricorrere ad appositi quaderni, detti “di conversazione” per poter comunicare con gli interlocutori.  Lo sconforto per la propria situazione non impedì però a Ludwig di continuare a ricercare quella bellezza dei suoni, che pur non riuscendo più a percepire con l’udito, continuava a sentire nel profondo di sé stesso e che riconosceva nella magnificenza della natura. Forza di volontà, aspirazione, determinazione ad affrontare e superare i propri limiti  è quanto vi è di più sublime. Nasce così il “suono” di Beethoven: una musica appassionata e tendente all’astrazione. Opere come la Terza Sinfonia (Eroica) e la Quinta Sinfonia raccontano la lotta dell’uomo contro il destino, mentre il sentimento di stupore davanti alla bellezza della natura, riflessa dalla bellezza musicale se si ascolta la Sinfonia n. 6 “Pastorale”, in cui si riescono a percepire i canti degli uccelli, ricordi di musiche e danze popolari, il sopraggiungere di una tempesta, all’insegna di un naturalismo sonoro che suggestiona l’ascoltatore.

Quando il buio della sordità divenne totale, si fece strada in Beethoven la fase del misticismo e della sperimentazione che ritroviamo nella grandiosa Missa Solemnis in Re maggiore, al cui completamento seguì la composizione della Sinfonia n. 9, eseguita per la prima volta nel 1824 e accolta con strepitoso entusiasmo da parte del pubblico. Con questo lavoro la musica sinfonica, prettamente strumentale, conosce un’assoluta novità: la voce umana, attraverso il coro che dà voce all’Inno alla gioia del poeta Friedrich Schiller. Il messaggio di fratellanza universale, lanciato dal compositore ormai immerso nella propria sordità, rivela l’orizzonte di una bellezza che travalica i limiti dell’esperienza umana e che apre l’ascoltatore alla scoperta di una bellezza diversa, assoluta.

Beethoven amava la libertà. Fu ispirato da Kant e dalla sua legge morale, del principio secondo cui la sacralità dei doveri non nasce né da imposizioni sociali né da principi religiosi, ma dalla stessa libertà dell’uomo che, proprio perché libero, non può fare a meno di scegliere la più razionale e la più necessaria delle leggi. Non si curò mai troppo dei giudizi degli altri e delle aspettative del pubblico. Scrisse quello che desiderava e che sentiva, così come esprimeva le sue idee, in modo schietto e onesto. I ritratti di Beethoven lo raffigurano spesso con l’aspetto quasi invasato a causa della capigliatura scomposta, non desiderava essere raffigurato “come se dovessi presentarmi a corte”. Beethoven sapeva amare profondamente, disprezzava la disonestà e la prepotenza.

Il 26 Marzo 1827 morì a Vienna all’età di 57 anni. Al suo funerale, una folla oceanica si riversò in strada per dare l’ultimo saluto al “titano della musica”.

Concludo questo mio omaggio a Ludwing van Beethoven “Artista Eroico”, considerato tra i massimi geni della storia della musica e uno degli artisti più rivoluzionari ed influenti di tutti i tempi, con un estratto della lettera nota come Testamento di Heiligenstadt: una straordinaria confessione che il musicista scrisse ai suoi fratelli nel 1802.

Per i miei fratelli Kaspar Karl e Nikolaus Johann Beethoven. Da leggersi dopo la mia morte.

O voi uomini, che mi ritenete astioso, scontroso o misantropo, quale torto mi fate! Voi non sapete la ragione segreta di ciò che l’apparenza vi mostra. Il mio cuore e il mio pensiero furono fin dalla fanciullezza per il dolce sentimento della benevolenza e io sono sempre stato propenso a compiere grandi azioni. Valutate però che da sei anni sono colpito da un male senza speranza, peggiorato da medici incapaci […], alla fine costretto ad accettare la prospettiva di una malattia perenne […] Se a volte son riuscito a non preoccuparmene, con quanta durezza mi riportava alla realtà l’esperienza del mio debole udito; eppure non mi era ancora possibile dire agli uomini: parlate più forte, gridate, perché sono sordo […] Devo vivere come un bandito: se mi avvicino alla gente mi assale un terrore violento, avendo il timore di essere esposto al pericolo di lasciar scorgere il mio stato […] Ma quale umiliazione ho provato se qualcuno, standomi vicino, udiva un suono da lontano e io nulla, o se sentiva il canto del pastore e io di nuovo nulla. Questi episodi mi hanno spinto sull’orlo della disperazione: poco ci è mancato che non la facessi finita – solo l’arte mi ha trattenuto. Ah, mi sembrava impossibile lasciare questo mondo prima di aver espresso tutto ciò per cui mi sentivo chiamato […] Pazienza, così è, devo sceglierla come guida e rimaner saldo nel proposito […] Tu, essere divino, sai che in me è radicato l’amore per l’umanità e il desiderio di fare del bene. – O, uomini, se un giorno leggerete queste parole, pensate che mi avete fatto torto, e l’infelice si conforti di trovare un suo simile in me, che, nonostante la Natura gli sia stata avversa, ha comunque fatto tutto quanto era in suo potere per essere considerato e accolto nella schiera degli artisti e degli uomini degni. Voi, fratelli miei, quando sarò morto, chiedete a nome mio al dottor Schmidt, se sarà ancora in vita, di descrivere il mio male e allegate questo documento manoscritto al suo resoconto, affinché il mondo, dopo la mia morte, possa riconciliarsi con me. – Al tempo stesso vi dichiaro eredi del mio piccolo patrimonio (se così può definirsi); dividetelo equamente, siate tolleranti e aiutatevi l’un l’altro. Raccomandate la virtù ai vostri figli: essa soltanto può rendere felici, non il denaro, parlo per esperienza. Grazie ad essa e alla mia arte, non ho posto fine alla mia vita con un suicidio. – Addio; amatevi! […]

 

 



× Ciao!