22 Apr La nostra iniziazione alla lettura
In occasione della Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore le blogger di In tutto Liber aprono una finestra sui loro ricordi e ci parlano della loro iniziazione alla lettura: qual è stato il libro che le ha rese le lettrici appassionate che sono adesso? Un tuffo in un passato sempre presente, di persona in persona, in un percorso vario che porta allo stesso approdo: l’amore per i libri e la lettura.
Assunta
La mia esperienza di lettrice è iniziata da piccina grazie alla mia mamma che amava leggere le fiabe e le favole insieme alla sua piccina. La prima è stata “Biancaneve e i sette nani“; custodisco ancora quel libro, anche se usurato dal tempo, che racchiude la fiaba insieme a tante altre. Poi, crescendo, a scuola il primo libro letto con la mia maestra in classe è stato “Cuore” di Edmondo De Amicis. Tra l’altro la mia mamma adorava leggere e rileggere la storia del “Tamburino sardo“!!! Ma devo confessare che da bambina non amavo tantissimo leggere, lo facevo più per accontentare la mia mamma che per il mio piacere. Poi, all’età di 14 anni, è avvenuto l’imprinting grazie alle offerte Euroclub “compri 3 libri al prezzo di 1” (o qualcosa di simile) e convinsi mia mamma ad abbonarsi. Scegliemmo un libro di cucina, una guida geografica dell’Europa e un romanzo rosa: “Dolce ostaggio” di Bertrice Small. Quella ragazzina che non amava leggere divorò un libro di oltre 300 pagine in 4 giorni: venni completamente rapita da quella storia d’amore, tanto da non riuscire a staccarmi da quelle pagine. Ricordo benissimo che si avvicinava l’estate, non dovevo andare a scuola e avevo tutto il tempo per dedicarmi alla lettura. Allo stesso tempo la mia professoressa di italiano mi diede la lettura di almeno 3 libri come compito per le vacanze ed io e la mia mamma ci catapultammo subito in libreria per acquistare 6 nuovi libri. E così le mie esperienze da lettrice continuarono con “I tre moschettieri” di Dumas, “L’isola del tesoro” di Stevenson, “Robinson Crusoe” di Defoe (che rischiò di farmi allontanare dai libri), “Il libro della giungla” di Kipling, “Zanna Bianca” e “Il richiamo della foresta” di London. Oggi gusti ed esigenze sono un po’ cambiati, ma non smetterò mai di dedicare tempo ai miei amati libri!

Donatella
Ho scoperto che esiste una magia particolare nel trovare rifugio tra le pagine di un libro, un’attrazione magnetica che è fiorita, inaspettatamente, solo con l’età adulta. Crescendo la mia casa non era piena di romanzi, ma di fumetti, che alimentavano la grande passione di mio padre. Per me, all’epoca, il libro era un oggetto quasi esclusivamente legato al dovere scolastico: una costrizione che percepivo come un limite insormontabile alla mia libertà da lettrice. Nonostante ciò, provavo una strana curiosità, quasi tattile, verso i libri, ma finivo sempre per giustificarmi, convinta di avere poco tempo o di distrarmi troppo facilmente. Rimandavo quel piacere a un futuro indefinito: “Chissà, forse da grande, magari quando andrò in pensione…” mi ripetevo. Il destino, però, ha deciso di non aspettare. Avevo meno di trent’anni ed ero già mamma quando, quasi per caso, accompagnando mio marito in un negozio di elettronica, mi ritrovai davanti a una parete di libri. Tra gli scaffali, una copertina e un titolo sembrarono chiamarmi: “La città perduta dei templari” di C. M. Palov. Sentii un impulso immediato, un richiamo che non potevo ignorare. È stato il primo di una lunga, lunghissima serie. Se all’inizio era il mistero a stregarmi, con una naturale predisposizione per l’adrenalina dei thriller, oggi, a distanza di oltre vent’anni, i miei gusti letterari si sono evoluti e stratificati. Ciò che è rimasto immutato, però, è quella passione che il tempo non ha fatto altro che consolidare, trasformandola in una parte essenziale della mia identità.

Mariarosaria
Non ricordo esattamente che tempo facesse fuori, ma ricordo perfettamente la polvere che danzava in un raggio di sole sopra la poltrona di velluto di mio nonno. Avevo sette anni e per me i libri erano solo oggetti pesanti che servivano a rialzare le sedie o a decorare pareti che non potevo raggiungere. Poi, quasi per sfida, allungai la mano verso un vecchio volume rilegato con la copertina di pelle: “Il Piccolo Lord“.
Mentre sfogliavo quelle pagine ingiallite, accadde qualcosa di strano. La stanza intorno a me svanì. Non ero più in un appartamento di città, ma mi ritrovavo catapultata tra le nebbie di New York e i castelli d’Inghilterra, accanto a un bambino che parlava con la saggezza di un vecchio e la purezza di un angelo.
È stato Cedric Errol a insegnarmi che le parole potevano costruire ponti tra mondi opposti. Ricordo ancora quando lessi quel passaggio che mi fece sentire, per la prima volta, il peso della responsabilità di essere “buoni”:
“Essere un aristocratico non significa soltanto avere dei titoli, ma avere un cuore nobile e comportarsi con giustizia verso tutti.“
O ancora, la sua disarmante capacità di vedere il bene anche dove non c’era: “Tutti lo amano perché lui ama tutti.”
Quella sera non andai a dormire finché non ebbi chiuso il libro. Lo strinsi al petto come un tesoro rubato. Non avevo solo letto la storia di un bambino diventato conte; avevo scoperto che, aprendo una copertina, potevo diventare chiunque e viaggiare ovunque senza mai alzarmi da quella poltrona.
Rita
“Lettera a un bambino mai nato” di Oriana Fallaci.
Avevo tredici anni. Non è stata una lettura.
È stato un battesimo.
Ha acceso in me l’amore per i libri e mi ha insegnato che la parola può essere carezza o arma, che spesso è entrambe e che pensare costa.
Che essere libere costa di più.
Quel libro, che conservo gelosamente nella sua prima edizione del 1975, continua a camminarmi dentro.
Nel modo in cui penso.
Nel modo in cui scrivo.
In filigrana, vive anche nelle storie che racconto.
Per me leggere è un appuntamento fisso con il cuore. Irrinunciabile.

Francesca
Il libro che mi ha fatto scoprire l’amore per la lettura è “Fiabe della buonanotte” della Fabbri editori.
Ricordo come fosse ieri il momento in cui mi è stato regalato. Avevo cinque anni e mezzo ed avevo scoperto che Babbo Natale non esisteva. Quella scoperta era stata dolorosa, tanto che non riuscivo più a credere nella magia come fonte di stupore. Mio padre mi chiese cosa potesse regalarmi per non vedermi più triste ed io ricordo di avergli risposto che desideravo un libro, perché avevo bisogno di riscoprire la magia e lo stupore. Mi regalò le Fiabe della Buonanotte. Con quel libro ho imparato a leggere e ho scoperto che la lettura permette viaggi straordinari, sempre forieri di stupore e magia pura. Conservo ancora oggi il libro, malgrado sia decisamente vissuto. Ed è l’unico che non ho mai prestato né mai fatto toccare a nessuno.
Le mie Fiabe della buonanotte mi hanno salvato la vita portando alla scoperta più bella in assoluto: la lettura.

Loredana
La mia avventura nel mondo della Lettura, dei Libri, inizia proprio con un libro di avventura: “I Figli del Capitano Grant” dello scrittore francese Jules Verne.
La prima volta l’ho letto intorno ai sette anni e riletto almeno altre 5/6 volte negli anni successivi.
Con i suoi racconti di viaggi fantastici attraverso, dentro, sopra e sotto la Terra e il Mare con macchine che all’epoca non esistevano, ha intuito e ispirato invenzioni future.
Probabilmente la mia passione per i libri con trama movimentata, i gialli in primis, nasce proprio dall’aver letto Verne da bambina.
Conservo ancora lo stesso libro, un’edizione più datata di me del 1970 che ha subito i vari traslochi della mia famiglia, scarabocchi vari, l’usura del tempo, per poi una sera di pochissimi anni fa, farsi ritrovare (mai dimenticato ma convinta di averlo perso) nella libreria di mia madre e farsi portare nella mia di libreria. Libreria che forse ha ispirato proprio lui, piantando un seme nella me bambina che ha germogliato fino a farmi divenire la lettrice che sono.

Monica
Il libro che ha dato il via alla mia passione per la lettura, il mio vero libro di iniziazione, è stato “Ragione e sentimento” di Jane Austen, letto a 17 anni, che mi ha colpito profondamente e rimane ancora oggi il mio preferito di tutta la produzione della scrittrice. In questo libro mi ci sono rispecchiata sin da subito, soprattutto nelle sorelle Dashwood: Elinor, razionale e composta come la “ragione”, e Marianne, passionale e sensibile come il “sentimento”. Quelle dinamiche familiari, le delusioni amorose e la ricerca di equilibrio tra cuore e testa mi hanno parlato direttamente, facendomi sentire capita nei miei conflitti interiori di ragazza.
Mi ha appassionato il modo in cui Austen esplora con delicatezza e ironia i temi dell’amore, del sacrificio e della crescita personale, senza scadere nel melodrammatico. È un libro che celebra la resilienza femminile in un mondo rigido, e ogni rilettura mi regala nuove sfumature.
Raffaella
Il mio primo libro è stato Pollyanna, regalo della prima comunione della signorina Rosa, una compaesana zitella che faceva la maestra alla vaccheria in una pluriclasse di 8 bambini (questa cosa mi era sembrata stranissima, perché, venendo da Caserta, le classi non erano formate con meno di 30 bambini).
Il libro mi piacque tanto e l’ho spesso ricordato come mio vademecum per affrontare la vita, convinta che i libri servissero a questo.
Silva
Il mio primo libro… non fu un libro.
Era il 1965, la gran varietà di libri per bambini a cui siamo abituati oggi non esisteva, poi io ero la prima nuova nata in quella famiglia e chi avrebbe potuto aspettarsi che una bimba di tre anni avrebbe chiesto di imparare a leggere?
Eravamo a casa dei miei nonni materni, mio nonno era un gran lettore e scriveva poesie ma niente che potesse essere utile a… me!
Così mi aggrappai a quello che trovai: il catalogo dei premi delle figurine dei prodotti Miralanza.
La Miralanza era un’azienda che produceva detersivi e dentro ogni confezione c’era una figurina con relativo valore in punti. Una volta raggiunto il punteggio desiderato si sceglieva il premio relativo tra quelli messi a disposizione per quella media punti sul catalogo.
Io imparai a leggere lì.
È impresso nella mia memoria il ricordo di mio nonno seduto in un angolo della cucina con il catalogo sulle ginocchia ed io in piedi di fronte a lui che indicavo col ditino le figure sulle pagine, ma non mi accontentavo di quelle, no: io volevo che mi dicesse cos’erano quelle cose scritte in calce alle figure, i loro nomi, e volevo ripeterli lettera per lettera.
Al primo vero libro arrivai un paio di anni dopo. Era anche quello di mio nonno, un volumetto piccolo dalle pagine un po’ ingiallite, rilegato col filo di cotone: “Un piatto di ciambelle e un libro di novelle” di Maria Bersani. Ricordo la sensazione che mi dava il suo titolo: mi sembrava di sentire il profumo di quelle ciambelle, mi faceva sentire al sicuro.
Purtroppo è andato perso. Sono anni che lo cerco senza riuscire ad averlo, ma non mi arrendo: prima o poi lo troverò.
Da allora, e sono ormai 60 anni, siamo sempre stati insieme, i libri ed io, nella buona e nella cattiva sorte.
Deborah
Come tante bambine della mia età, vivere l’infanzia negli anni ’80 è significato crescere in compagnia di raccolte di favole, fiabe e racconti vari prima del vero e proprio approccio alla “creatura romanzo”. Ricordo le “Favole” di Esopo, le fiabe di Andersen (mille volte ho letto e riletto “La piccola fiammiferaia” e “Il soldatino di piombo“) e nel cuore mi sono rimaste “Le favole al telefono” di Rodari: ancora da adulta mi accompagna l’immagine del Paese con la S davanti.
È con questi trascorsi che sono arrivata in terza elementare al mio primo romanzo, imposto dalla maestra come compito delle vacanze: il libro “Cuore” di Edmondo De Amicis. Ho trascorso un’estate in compagnia di questi ragazzini che andavano a scuola all’alba di un’Italia che faceva gli italiani proprio attraverso l’istruzione. Ricordo che uno dei compiti era riassumerne i racconti mensili e farne il disegno. Io avevo (e conservo tuttora) questa vecchissima edizione, era appartenuta ad una delle mie zie: tenuta ancora insieme da scotch e delicatezza, le pagine già allora ingiallite di quel romanzo hanno sancito il mio ingresso tra le schiere di lettori, l’inizio di una “malattia” da cui mi auguro di non guarire mai.
Da lì all’emozionante acquisto di un romanzo scelto da me il passo è stato breve, ma questa è un’altra storia.
