24 Apr Diario inglese: Stonehenge
Inghilterra sud occidentale, nella contea di Wiltshire, situato nella piana di Salisbury si trova uno dei siti archeologici più famosi al mondo, patrimonio dell’umanità dal 1986:
Stonehenge, “pietra sospesa” o “pietra incastrata”, come ci suggerisce la probabile discendenza dall’antico sassone “stan-hengen”.
Lo raggiungiamo una mattina tipicamente inglese, piovosa.
Il centro di accoglienza del sito è super funzionale. Comodo parcheggio, biglietteria, punto ristoro, un piccolo museo e, all’esterno, la ricostruzione fedele di tre abitazioni comuni di 5500 anni fa. C’è anche l’inevitabile negozio di souvenir.
Il centro è abbastanza lontano dal sito archeologico da non deturparlo e abbastanza vicino per poter essere comodamente raggiunto con un viaggio in bus navetta di pochi minuti.
La gestione del tutto è affidata alla English Heritage, una delle associazioni benefiche che si occupano della tutela dei siti storici e di cui sono parte attiva moltissimi volontari e, devo ammetterlo, ci sanno fare davvero. Niente è lasciato al caso, le ricostruzioni sono accurate, basate su ritrovamenti archeologici e, se vi sono, documenti.
Dopo aver fatto i biglietti, ci dirigiamo al museo. Qui sono esposti circa 250 reperti dell’età del bronzo, l’epoca a cui si fa risalire la nascita del cerchio di pietre.
Sono oggetti di uso quotidiano molto semplici: punte di frecce in bronzo, utensili di selce, piccoli monili, qualche scheletro umano quasi intatto e ossa di animali, probabilmente resti di banchetti degli abitanti o, forse, delle persone che hanno lavorato alla costruzione del sito, forse di rituali.
All’esterno ci attendono tre capanne, ricostruzione attenta di quelle in uso 3000 anni prima di Cristo in queste zone: sono circolari, di 4-5 metri di diametro, una muratura costituita da argilla e paglia mescolati, col tetto a cono di paglia intrecciata. All’interno, al centro, la zona per il focolare e lungo le pareti delle strutture per appoggiare oggetti e lettiere. Poi asce di selce, tazze d’argilla, testimonianze di vita primitiva.
Il volontario dell’English Heritage che accoglie i visitatori all’interno della capanna per rispondere ad eventuali domande, dopo averci sentito parlare e colto il nostro accento poco britannico, ci chiede da dove veniamo e alla nostra risposta: “Siamo italiani” risponde con l’immancabile: “Oh, Italy! Beautiful country!” e ci racconta, sognante, le sue avventure da turista a Firenze, Roma, Napoli… Poi si ricompone e, mostrandoci gli oggetti d’uso quotidiano, ci fa notare come mentre da queste parti si viveva in primitive capanne, a Creta si costruivano palazzi con tanto di acqua corrente nei bagni. Abituati come siamo al nostro tempo in cui il livello di civiltà è omogeneo, è strano accorgersi che c’è stato un periodo in cui il “tempo” storico correva a velocità così diverse sul territorio europeo. Ci dà anche un suggerimento riguardo Stonehenge: potrebbe essere stato costruito come luogo d’incontro pacifico per le numerose tribù che vivevano sull’isola sempre in lotta fra loro.
In effetti molte sono le ipotesi sull’uso del cerchio di pietre. Quella che lo vuole come luogo di culto per le preghiere durante il solstizio è solo una fra le tante ed è quella che più ha colpito la fantasia generale nel corso degli anni.
Gli scavi e le analisi archeologiche sono iniziate intorno al XVII secolo, ma l’esistenza del cerchio di pietre era conosciuta già da molto tempo e la sua costruzione era stata attribuita via via ai Druidi, ai Romani, a Mago Merlino legando i ruderi alla leggenda di re Artù.
Quel che si sa, ad oggi è che i primissimi pali di legno messi dentro buche in forma circolare su un perimetro molto più ampio del Cromlech attuale potrebbero risalire a 8000 anni fa. Le hanno chiamate le “Aubrey hole”, dal nome dell’archeologo John Aubrey che per primo le individuò nel 1600, e sono 56. Perché questo numero? Aveva un significato particolare per chi le ha scavate?
In alcune di quelle buche sono stati rinvenuti resti umani risalenti allo stesso periodo. Opere funerarie o tombe improvvisate per chi era deceduto sul posto durante il lavoro di scavo e posa dei pali?
Niente, per ora, conferma o smentisce le varie ipotesi. Non abbiamo documenti scritti o incisioni sulle pietre che ci diano spiegazioni.
Con queste riflessioni ci avviamo al bus-navetta che ci porta a ridosso del sito. Poche decine di metri a piedi ed eccole là, incuranti dei tanti occhi che le scrutano, maestose, consapevoli che se un giorno l’umanità sparisse loro resterebbero lì in attesa di qualcun altro bisognoso di quiete. È questo ciò che trasmette il Cromlech, nome del cerchio in lingua celtica: quiete, calma, possibilità di respirare lentamente. Le pietre sono imponenti ma non incombenti, non sgomentano ma chiedono rispetto. Sembrano dire: “Ora che sei qui, abbi cura di noi, abbi cura di ciò che ti circonda, abbi cura di te”, non chiedono venerazione per ciò che non c’è ma considerazione e riguardo per ciò che è.
Alcune di quelle pietre, secondo le analisi effettuate nel corso degli anni sempre più accurate, vengono dal Galles, altre dalla Scozia. Questo lascia pensare che diverse tribù da diversi luoghi del territorio si siano adoperate per costruire il sito con la speranza, forse, che nonostante la litigiosità del genere “homo” un luogo d’incontro fosse possibile, che il solstizio fosse un ottimo tempo dell’anno conosciuto e riconoscibile da tutti per avere un “appuntamento fisso” e che la preghiera all’astro portatore di luce e vita fosse un buon motivo per convivere pacificamente almeno per un po’.
Intorno a noi si estende la piana di Salisbury, un mare d’erba color smeraldo senza alberi né rilievi collinosi e capisco perché sia stato scelto questo luogo ampio e scevro per riunire tante genti. Le tribù che partecipavano ai raduni erano completamente allo scoperto, potevano ascoltarsi e guardarsi l’un l’altra durante le occupazioni quotidiane e, magari, scoprire di essere più simili di quanto pensassero nonostante le divergenze.
Nel pomeriggio, nel cielo nuvoloso si apre uno spiraglio da cui filtrano i raggi solari e una luce cristallina si estende sul piano, fa brillare il manto erboso, illumina le pietre che accolgono la carezza del sole con la loro sempiterna solidità.
All’improvviso, disturbato da un falchetto in cerca di prede, uno stormo di corvi, fino ad allora celato tra l’erba, si alza in volo riempiendo il cielo di un frullare di ali nere e richiami gracchianti. Sono loro, da sempre, i custodi del mistero di Stonehenge.