04 Mag IL VECCHIO E IL MARE
“Ora non è il momento di pensare a quello che non hai. Pensa a quello che puoi fare con quello che hai”.
“Il vecchio e il mare” di Ernest Hemingway può essere considerato un testamento sulla dignità umana e sulla resilienza. Un libro breve ma intenso, che nonostante la sua apparente semplicità, racchiude una profondità sorprendente.
Santiago è un anziano pescatore cubano che non riesce a prendere un pesce da più di 80 giorni. Suo unico amico è Manolin un giovane pescatore che si prende cura di lui. Considerato “salao” (sfortunato) dagli altri pescatori del villaggio, decide di spingersi oltre le solite rotte, nel mare più profondo. Lì, abbocca un gigantesco marlin, talmente forte che resta aggrappato all’amo e trascina nel suo viaggio per mare il vecchio e la sua barca. La lotta che segue dura tre giorni e tre notti: una sfida epica di resistenza fisica e psicologica tra un uomo alla fine della sua vita e la creatura marina. Santiago vede nel marlin lo stesso estremo istinto di sopravvivenza, e lo rispetta. Spesso si rivolge a lui, si confida, si scusa. A dividere Santiago e il pesce c’è il mare: l’unica dimensione che il protagonista conosce. Questo legame indissolubile determina la grande umiltà e devozione con cui il vecchio affronta la potenza della natura.
“Poi si guardò alle spalle e vide che la terra ferma era scomparsa. Non importa, pensò. Posso sempre rientrare con le luci dell’Avana. Ci sono ancora due ore prima che tramonti il sole e forse lui verrà fori prima. Se no, forse verrà fuori con la luna. Se no, forse verrà fuori con l’alba. Non ho crampi e mi sento forte. È lui che ha l’amo in bocca. Ma che pesce per tirare così. Deve avere la bocca stretta sul ferro. Mi piacerebbe vederlo. Mi piacerebbe vederlo un momento solo per sapere contro che cosa devo combattere”.
Finalmente il pescatore riesce a portare il grande pesce sottobordo e ad infilzarlo con un arpione. Ma sulla via del ritorno la scia di sangue del pesce attira gli squali. Inizia così una nuova lotta impari tra Santiago e i predatori. Anche quando tutto sembra perduto, Santiago continua a lottare, mostrando una forza interiore che va oltre il successo o il fallimento. Quando finalmente la barca ritorna al porto, del pesce non restano che pochi brandelli.
La tipica scrittura asciutta, incisiva ed essenziale di Hemingway, riesce ad essere evocativa anche limitandosi a riportare gli eventi, in uno stile diretto e privo di ornamenti, tipico della sua poetica. Il vecchio e il mare può essere considerato il testamento spirituale di Hemingway, un’opera che, come scrisse al suo editore, “gli pareva potesse fare da epilogo a tutto quello che aveva imparato o aveva cercato di imparare mentre scriveva e cercava di vivere”. Il testo fu pubblicato per la prima volta nel 1952 sulla rivista Life, probabilmente nel periodo più complicato della vita dello scrittore, schiavo di una depressione. Nel 1953 proprio grazie a questo libro vinse il premio Pulitzer e l’anno successivo, nel 1954, insieme agli altri suoi romanzi più famosi come Il sole sorgerà ancora, Addio alle armi e Per chi suona la campana, contribuì a insignirlo del Premio Nobel per la Letteratura: “Per la sua maestria nell’arte narrativa, recentemente dimostrata con Il vecchio e il mare, e per l’influenza che ha esercitato sullo stile contemporaneo “.
Hemingway disse: “Ho cercato di fare un vero vecchio, un vero mare e un vero pesce, ma se li avessi fatti abbastanza bene e verosimili, avrebbero significato molte cose”. Questa affermazione rappresenta al meglio l’essenza di Hemingway di scrittore realista. Inoltre Hemingway sosteneva che lo scrittore non dovrebbe raccontare troppo ma lasciare degli spazi bianchi affinché il lettore li possa riempire tramite la sua immaginazione e le sue emozioni e inoltre dovrebbe “far accadere un’emozione e non descriverla”. In questo modo Hemingway si distaccò dal rassicurante approccio descrittivo e didascalico della letteratura del XIX secolo e rivoluzionò il modo di scrivere dell’epoca.