A Casa di Lucia | Marinetti e il Manifesto Futurista
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Marinetti e il Manifesto Futurista

“In aeroplano, seduto sul cilindro della benzina, scaldato il ventre dalla testa dell’aviatore, io sentii l’inanità ridicola della vecchia sintassi ereditata da Omero.” 

(Filippo Tommaso Marinetti)

 

 

Agli inizi del Novecento nasce in Italia un movimento che coinvolgerà tutte le arti sovvertendo completamente i canoni estetici in voga nell’Ottocento: il Futurismo. Questo movimento artistico si presenta immediatamente come una rottura rispetto all’immobilismo della fine del secolo precendente. Cavalcando i progressi scientifici e tecnologici si mette subito in chiaro nel Manifesto del Futurismo di Marinetti (apparso su Le Figaro nel 1909) come, partendo dall’Italia, si tratti di un movimento internazionale che coinvolgerà tutte le arti destrutturandone le forme, inneggiando al progresso e al cambiamento, alla guerra e all’uomo nuovo. Siamo ancora lontani dai totalitarismi degli anni ’30, eppure appaiono già in nuce tematiche che verranno piegate a livello politico dai fascismi all’indomani della Prima Guerra mondiale. La violenza verbale e metaforica del testo del Manifesto, la forte caratterizzazione nazionalista, la metafora della guerra come “sola igiene del mondo saranno infatti capisaldi del Futurismo strumentalizzati per far presa sugli intellettuali e sulla gente.

 

Ma cosa dice questo Manifesto?

 

“1. Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.

2. Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.

3. La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.

4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. (…)

5. Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.

6. Bisogna che il poeta si prodighi, con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali.

7. Non v’è più bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo.

8. Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!.. Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’Impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente.

9. Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.

10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria.

11. Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, (…); le officine (…); i ponti (…); i piroscafi (…), le locomotive (…), e il volo scivolante degli aereoplani, (…).

È dall’Italia, che noi lanciamo pel mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria, col quale fondiamo oggi il « Futurismo », perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologhi, di ciceroni e d’antiquarii. Già per troppo tempo l’Italia è stata un mercato di rigattieri. Noi vogliamo liberarla dagl’innumerevoli musei che la coprono tutta di cimiteri innumerevoli.

(…)”

 

Già da una veloce lettura dei suoi punti focali, è facile individuare come il concetto di Superuomo, la velocità che si andava affermando grazie alle nuove invenzioni tecnologiche e il bisogno di rompere con i vecchi equilibri e l’immobilismo che ne era seguito siano i punti cardine di questa vera e propria rivoluzione culturale.

 

Cosa comporta questa teoria a livello pratico nella produzione letteraria che ne segue?

 

Viene in aiuto a questo proposito un secondo manifesto, pubblicato sempre da Tommaso Marinetti l’11 maggio del 1912 con il titolo “Manifesto tecnico della letteratura futurista“, in cui venivano definite le regole tecniche nelle composizioni letterarie futuriste.

La destrutturazione della logica stessa del testo punta sull’uso massiccio dell’analogia, sull’eliminazione degli aggettivi, degli avverbi e della cosiddetta “letteratura dell’io” per ottenere il massimo del disordine creativo.

Lo scopo ultimo è quello di liberare le parole dalla “prigione del periodo latino” per creare uno stile sintetico e aggressivo, in cui possa riflettersi il progresso, simboleggiato dalla macchina e ancor di più dalla velocità. L’idea stessa di questo secondo manifesto viene infatti a Marinetti mentre, in volo sopra Milano, osserva ed ascolta l’elica in movimento dell’aereo: sarà proprio questo dialogo veloce e meccanico a suggerire al massimo rappresentante del movimento quali saranno i canoni dei testi futuristi.

La sintassi scompare. Il verbo è sempre e solo all’infinito, proprio per comunicare il movimento continuo della vita che non è conclusa. Gli aggettivi, le similitudini, qualsiasi forma di meditazione: tutto questo è bandito dal testo, perché imporrebbe all’occhio e alla mente di fermarsi, mentre nella velocità l’oggetto è semplicemente percepito senza sfumature.

Il fine ultimo è la velocità, che diventa il metro di misura della bellezza. Ecco quindi che persino la punteggiatura salta, perché ostacolerebbe il flusso continuo di uno stile che non prevede pause.

Celebre esempio di poesia futurista è “Zang Tumb Tumb” (1914), opera di Marinetti stesso, in cui descrive la Battaglia di Adrianopoli usando proprio queste nuove regole, o ancora “E lasciatemi divertire” (1910) di Aldo Palazzeschi. Quest’ultimo, pur iniziando nel solco della poetica marinettiana, procede discostandosene, volgendosi ad un approccio più giocoso, ludico e meno aggressivo, come si desume dalla poesia sopracitata:

 

“Tri, tri tri

Fru fru fru,

uhi uhi uhi,

ihu ihu, ihu.

Il poeta si diverte,

pazzamente,

smisuratamente.

Non lo state a insolentire,

lasciatelo divertire

poveretto,

queste piccole corbellerie

sono il suo diletto.

Cucù rurù,

rurù cucù,

cuccuccurucù!

(…)” 

 

Legato profondamente alla figura del suo fondatore, il Futurismo conobbe una vita che coincise con quella di Marinetti e che può essere divisa in tre fasi:

Fase Eroica (1909-1916): La fase più creativa e originale, segnata dal primo conflitto mondiale e dalla morte di figure chiave come Boccioni e Sant’Elia.

Secondo Futurismo (1918-1944): Dopo la guerra, il movimento si è legato al fascismo, passando attraverso l’aeropittura negli anni ’30.

Chiusura ufficiale: La morte di Marinetti nel 1944 è considerata la conclusione del Futurismo, sebbene una formale riunione di scioglimento sia avvenuta a Milano nel 1950.

 

Un movimento dunque che ha segnato un’intera epoca, che artisticamente ne ha rappresentato gli sconvolgimenti sociali e che ci ha traghettati nella contemporaneità, rappresentando la cesura con un passato che non tornerà.



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