17 Giu Viaggiare nell’Atlantico: un’avventura lunga secoli
Il vasto blu dell’oceano ha sempre attirato l’umanità con la sua promessa di avventura e scoperta. Molte civiltà antiche avevano una forte connessione con il mare, e la navigazione rappresentava un elemento fondamentale della loro identità. Questa eredità storica ha influenzato le generazioni successive, mantenendo viva la tradizione dell’esplorazione marina come parte integrante della cultura umana. La conquista dei mari rappresenta la volontà umana di superare le avversità, dimostrando la determinazione di fronteggiare condizioni difficili, quali tempeste, onde gigantesche e isolamento. Questa sfida costante fa emergere la resilienza umana e l’impulso a superare i limiti.
In particolare, la traversata dell’Oceano Atlantico ha rappresentato una sfida che molti uomini, e successivamente anche donne, hanno intrapreso sin dal Medioevo.
La storia racconta di traversate in molti modi diversi: in barca a vela, in barca a remi, in nave, in aereo e persino a nuoto. Il fascino dell’Atlantico ha una presa talmente forte da essere diventata meta di viaggio per eccellenza.
Prima del XIX secolo le traversate transatlantiche avvenivano a bordo di velieri; il viaggio richiedeva tempo ed era spesso pericoloso. L’attraversamento dell’Atlantico divenne col tempo più rapido e sicuro con l’avvento del battello a vapore e in seguito i grandi transatlantici iniziarono a compierne traversate regolari. Con l’avvento dei transatlantici l’attraversamento dell’oceano divenne un simbolo di status e di potere sia delle nazioni che delle compagnie che li producevano. Le compagnie navali iniziarono quindi a progettare imbarcazioni via via più larghe, veloci e lussuose. Stati Uniti, Inghilterra, Germania ed Italia costruirono i transatlantici oggi più conosciuti e celebrati. Celebri erano il Lusitania, il Mauretania, l’Olympic, il Rex, lo SS United States, l’Andrea Doria, l’RMS Queen Mary, il Normandie, il Queen Elizabeth, lo SS France, il Queen Elizabeth 2 ed il Queen Mary 2. Venne istituito un premio, denominato Nastro Azzurro, quale riconoscimento per il più veloce attraversamento dell’atlantico da parte di un transatlantico. L’attuale record appartiene allo SS United States che lo ha ottenuto nel luglio del 1952 percorrendo il percorso in direzione est: la nave realizzò l’attraversamento in un tempo di 3 giorni, 10 ore e 40 minuti.
Successivamente i voli transatlantici superarono i viaggi a bordo dei transatlantici come modo predominante di attraversare l’atlantico nella metà del ventesimo secolo. Nel 1919 il Curtiss NC-4 divenne il primo aeroplano ad attraversare l’Atlantico seppur con più scali. Appena un anno dopo l’aereo inglese Vickers Vimy, pilotato da Alcock e Brown, fece il primo volo transatlantico senza scali da Terranova all’Irlanda. Sempre nel 1919 gli inglesi furono i primi ad attraversare l’Atlantico a bordo di un dirigibile quando l’R33 capitanato dal maggiore George Herbert Scott della Royal Air Force assieme al suo equipaggio ed ai passeggeri volarono da East Fortune in Scozia a Mineola, Long Island, coprendo una distanza di 3000 miglia in circa quattro giorni e mezzo. Nel 1926 un idrovolante spagnolo, il Plus Ultra, compì la prima traversata transatlantica tra la Spagna e il Sud America partendo da Palos de la Frontera fino a Buenos Aires.
All’inizio degli anni ’50 la predominanza dei grandi transatlantici iniziò a svanire quando aeroplani di dimensioni sempre maggiori iniziarono a trasportare passeggeri attraverso l’oceano in un tempo sempre più breve. La velocità di attraversamento divenne così più importante rispetto allo stile della traversata. Negli anni ’70 il Concorde permetteva di attraversare l’Atlantico in un tempo inferiore alle quattro ore e un solo transatlantico, il Queen Elizabeth 2, percorreva la rotta transatlantica per i passeggeri che ancora preferivano questo lento modo di viaggiare.
Storicamente sono state tante le traversate dell’Atlantico e con modi tra i più diversi.
Una menzione speciale, legata all’ultimo secolo, va ai fratelli Amoretti, (Marco, Mauro e Fabio), che, insieme all’amico Marcolino De Candia, attraversarono l’oceano Atlantico nel 1999 a bordo di una Passat dell’87 e una Taunus dell’81, riempite di poliuretano espanso. Partiti dalle Canarie, dopo 119 giorni approdarono in Martinica, realizzando il sogno del padre malato: un’impresa indimenticabile.
Tutto nasce con Giorgio Amoretti, fotoreporter e spirito libero che già nel 1978 aveva tentato di varcare l’oceano con un Maggiolino Volkswagen riempito di polistirolo, ma le autorità lo fermarono. Vent’anni dopo, quando gli venne diagnosticato un tumore, i figli Marco, Mauro e Fabio decisero di realizzare il suo sogno.
Il 4 maggio 1999, all’alba, i quattro avventurieri lasciarono La Palma, nelle Canarie. Per sfuggire alla Guardia Civil scelsero il silenzio: pochi colpi di motore fuoribordo, poi via, solo vento e correnti a guidarli. L’idea di usare un paracadute ascensionale come vela trainante si rivelò impraticabile, così fu Marcolino a montare alcune vele di fortuna recuperate in Liguria. Dopo dieci giorni quasi immobili a causa delle correnti, il morale crollò: il 14 maggio, Fabio e Mauro abbandonarono l’impresa, soccorsi da un elicottero. Restarono solo Marco (23 anni) e Marcolino (21), pronti a sfidare l’oceano con la forza della giovinezza e l’incoscienza dei visionari.
Lontani da tutto, si sentirono liberi da una società che non li rappresentava. Ma la traversata non fu idilliaca: le auto imbarcavano acqua, il telefono satellitare si spegneva, e le tempeste atlantiche minacciavano ogni giorno la loro rotta. Nel frattempo, a terra, la famiglia Amoretti affrontò il dolore: il 28 maggio Giorgio morì. Al 108° giorno di mare, i due incontrarono la petroliera Chevron Atlantic: il comandante, colpito dalla loro impresa, gettò in mare viveri e acqua che Marco recuperò a nuoto. Questo fu il segnale che la terra era vicina.
Il 31 agosto 1999, dopo 119 giorni di oceano, Marco e Marcolino approdarono a Port Tartane, in Martinica. Li attendevano giornalisti increduli e familiari commossi. In quell’occasione, la madre Serenella decise finalmente di rivelare a Marco la morte del padre. L’accoglienza fu trionfale, ma la gloria durò poco: la loro impresa, priva di sponsor e troppo fuori dagli schemi, venne presto dimenticata dai media.
Quella dei fratelli Amoretti non fu una gara né un record: fu un atto di amore e libertà, un regalo a un padre visionario. Dimostrò che anche un’idea folle come quella di attraversare l’Atlantico con due automobili, poteva diventare realtà.
Come i fratelli Amoretti, tanti altri uomini e donne hanno tentato imprese, ma soprattutto hanno permesso di scoprire il fascino dell’Atlantico. Tanto che oggi sono molteplici i viaggi organizzati.
Navigare a vela nell’Oceano Atlantico a bordo di uno yacht o catamarano significa veleggiare su acque meravigliose in alcune delle isole paradisiache più stupefacenti al mondo. Le Isole Vergini Britanniche, Martinica, le Grenadine, Guadalupa nel Mar dei Caraibi, sono le destinazioni perfette per godersi una rilassante crociera in barca a vela, effettuando immersioni, snorkeling o semplicemente godendosi il sole mentre ci si sposta da una spiaggia all’altra. Altra meta ambita sono le Azzorre. Ma in molti audaci e amanti del mare si sono dedicati e si dedicano alle immersioni per scoprire le acque dell’Atlantico.
Il mare, questo mare, offre storia, natura, racconti e avventure continui. Da Colombo a Magellano, fino ai giorni nostri, l’Oceano Atlantico ha regalato emozioni, scoperte, difficoltà, disagio e tanta magia per gli occhi. Ed oggi, in qualsiasi sito di viaggio, di crociere, di avventura, qualcuno parla dell’Atlantico o suggerisce percorsi in esso, su di esso e sotto lo stesso mare.
L’Atlantico fa paura, ma diventa atto di coraggio, segno di infinito che ricorda all’uomo che la natura non può essere dominata, ma non deve essere neanche temuta.
Proprio come dice Khalil Gibran nella poesia “Il fiume e l’oceano”:
Dicono che prima di entrare in mare
Il fiume trema di paura.
A guardare indietro
tutto il cammino che ha percorso,
i vertici, le montagne,
il lungo e tortuoso cammino
che ha aperto attraverso giungle e villaggi.
E vede di fronte a sé un oceano così grande
che a entrare in lui può solo
sparire per sempre.
Ma non c’è altro modo.
Il fiume non può tornare indietro.
Nessuno può tornare indietro.
Tornare indietro è impossibile nell’esistenza.
Il fiume deve accettare la sua natura
e entrare nell’oceano.
Solo entrando nell’oceano
la paura diminuirà,
perché solo allora il fiume saprà
che non si tratta di scomparire nell’oceano
ma di diventare oceano.