A Casa di Lucia | Diario inglese: Io e la Brexit
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Diario inglese: Io e la Brexit

Cosa ha condotto gli inglesi ad averne abbastanza di far parte dell’Unione Europea dopo che erano occorsi dodici anni, dal 1961 al 1973, per far parte dell’allora CEE (Comunità Economica Europea)?

 

Fondamentalmente tre cose:

 

– L’immigrazione

L’eccessiva burocrazia delle regole UE dettate da Bruxelles

Il sostanzioso versamento che il Regno Unito doveva ogni anno alle casse europee.

 

Quando sono arrivata sul suolo britannico, nel 2013, l’emigrazione verso il Regno Unito era esplosa da non molto tempo e riguardava maggiormente i Paesi dell’est Europa: Romania, Bulgaria, Polonia, più un buon numero di spagnoli, portoghesi e, ovviamente, italiani.

Ci trovavamo tutti nei centri appositi a richiedere il NIN (National Insurance Number), una specie di codice fiscale senza il quale non si poteva avere un conto corrente bancario né affittare un appartamento né trovare un lavoro (per lo meno un lavoro legale).

Una massa di persone confuse, quasi nessuno sapeva una parola di inglese, ma avevamo imparato da siti (allora in gran numero on line) come rispondere alle domande standard degli addetti ad accoglierci. Ce ne stavamo zitti, concentrati nel cercare di capire quando avrebbero chiamato il nostro nome, insicuri di riuscirci. Loro, gli impiegati, ci lanciavano sguardi di rassegnazione che parevano dire: “Cosa sperate di trovare qui?”.

 

Dei tre motivi per cui gli inglesi ne avevano abbastanza dell’UE, il problema dell’immigrazione era di certo quello che pesava di più sul loro bilancio emotivo.

Col senno di poi, come dar loro torto?

 

Naturalmente, di questa realtà non ero a conoscenza allora. È curioso come quando ci si trova in una situazione di estrema difficoltà si ha la percezione di essere gli unici a trovarvisi mentre la si vive. Dopo un po’ di tempo ci si accorge che si era in moltissimi fin dall’inizio. Mi torna in mente la partenza dall’Oklahoma della famiglia Joad in Furore di Steinbeck: partiti con tante speranze, non sapevano che ce ne erano altre centinaia di migliaia come loro. All’arrivo le belle speranze divise tra tutti davano un risultato risicato.

 

Avuto il NIN, tutto il resto rimaneva da fare, compreso il capire come funziona la vita in Gran Bretagna poiché, nonostante sia un paese territorialmente occidentale ed europeo, la vita non funziona affatto come in Italia. Concentrati come eravamo nello sbarcare il lunario, le voci del malcontento che avrebbe potuto portare all’uscita della Gran Bretagna dall’UE le sentivamo a malapena, avevamo necessità impellenti a cui pensare, che assorbivano la maggior parte delle nostre energie.

 

Quindi percepimmo come una svolta improvvisa la decisione dell’allora primo Ministro David Cameron che, forte dall’aver rintuzzato le velleità secessioniste degli scozzesi sventolando loro sotto il naso la certa possibilità di dover abbandonare la sterlina come moneta ufficiale in caso di vittoria, indisse il referendum popolare lasciando al popolo britannico la scelta di restare nell’UE o uscirne: “Leave or Remain”. Il giorno stabilito era il 23 giugno 2016.

 

A questo punto è arrivata per me la prima sensazione alquanto bizzarra. Da quando avevo raggiunto l’età per poter votare non avevo mai mancato una tornata elettorale, anzi, ero anche stata candidata in una lista elettorale al paesello natio.

Per il referendum inglese, nonostante mi riguardasse da vicino, potevo solo stare a guardare ciò che i britannici avrebbero deciso per me. Dopotutto era giusto così, noi immigrati eravamo e siamo, ospiti in questa Nazione, non avevamo né abbiamo alcun potere decisionale sul suo destino. Perché dovremmo?

 

Nonostante questa consapevolezza, quesiti preoccupanti ci agitavano.

Se avesse vinto il “leave”, cosa ne sarebbe stato di noi immigrati regolari?

Avremmo perso dei diritti? Se sì, quali?

Come si sarebbero comportati gli inglesi con noi stranieri?

 

Non so bene quale amena congiunzione astrale vi fosse in quel periodo, forse un Mercurio retrogrado aveva reso la circolazione di idee e propositi incerta e caotica, fatto sta che c’era nell’aria la sicurezza che avrebbe vinto il “remain”, tanto che il partito conservatore, promotore del referendum, fece una campagna referendaria tiepida e nebulosa mentre Nigel Farage, capo dell’allora Ukip, fu piuttosto aggressivo, facendo leva sullo stop all’immigrazione, ovvio, ma anche sulla pochissima simpatia degli inglesi per la farraginosa burocrazia europea e promettendo che il cospicuo versamento annuo dell’UK alla UE, lasciandola, sarebbe stato risparmiato e ridirezionato verso l’NHS, il servizio sanitario nazionale in forte affanno.

 

Intanto, in barba all’aria che tirava, il 24 giugno 2016 ci svegliammo in un paese diverso da quello in cui eravamo arrivati due anni e mezzo prima: il Regno Unito era fuori dall’Unione Europea.

 

Cameron e i suoi parevano dei sacchi da palestra che avessero preso troppi pugni. Erano sbigottiti, risvegliati dal sogno pieno di unicorni rosa, si erano ritrovati tra gli orchi della terra di mezzo.

Cameron si dimise immediatamente e noi italiani, abituati a ministri e imprenditori che non si dimettono nemmeno per il più tragico dei motivi, plaudimmo alla coerenza del primo ministro. Non potevamo sapere che dieci anni dopo, per motivi ancora più pesanti della sconfitta referendaria, il governo britannico sarebbe somigliato moltissimo a quelli italiani di cui sopra, con tanti saluti alla coerenza della politica british.

 

Iniziarono le analisi del voto e si scoprì che i giovani inglesi avevano, in gran parte, disertato le urne.

Perché?

Vennero ipotizzati tre motivi:

 

A) I giovani inglesi favorevoli al “leave” avevano confidato nel voto degli anziani favorevoli a lasciare l’UE risparmiandosi la fatica di partecipare al voto.

 

B) I giovani inglesi favorevoli a rimanere nell’UE erano convinti che il “remain” avrebbe vinto quindi non erano andati a votare. A risultato pubblicato hanno reagito con un flemmatico “Sorry” e sono tornati alle loro usuali attività.

 

C) Ai giovani britannici non gliene poteva interessare di meno del quesito referendario quindi l’hanno ignorato.

 

Quale delle tre ipotesi fosse più vicina alla realtà dei fatti non è stato mai accertato, anzi, fiorivano da ovunque spiegazioni di ogni sorta. Per noi immigrati un solo fatto era indubbio: la totale incertezza per il futuro, in quanto non eravamo più cittadini europei che si erano spostati da uno Stato all’altro ma stranieri europei che erano immigrati in Gran Bretagna. Non più emigrazione interna tra Stati ma emigrazione verso l’esterno.

Avremmo avuto la possibilità di restare?

Per noi che in Italia non avevamo più niente, la domanda dava i brividi.

 

L’efficienza britannica in queste circostanze fu da manuale. La risposta non si fece attendere a lungo. Potevamo restare se avremmo provato, documenti alla mano, di aver vissuto consecutivamente in UK nei cinque anni precedenti la data ufficiale dell’uscita della Gran Bretagna dall’UE il 31 gennaio 2020.

Come?

Con la compilazione del “Settlement status”.

 

Questa fu la seconda circostanza che vissi in modo singolare. Normali attività quotidiane, routine settimanali o mensili che si svolgono senza pensarci, all’improvviso andavano dimostrate. In pratica si doveva provare di essere vivi e di esserlo stato sul territorio britannico documentando le usuali attività umane: visite mediche, pagamento tasse comunali, aver frequentato un corso, far parte di un club… Bisognava farlo per ognuno dei cinque anni precedenti il 31 gennaio 2020 e non a proposito di un solo giorno ma per almeno sei mesi per ognuno dei cinque anni. Un lavoraccio.

 

Avremmo potuto non compilarlo quel documento?

No, era obbligatorio; ma anche non lo fosse stato, non adempiere a quel dovere ci avrebbe resi immediatamente dei clandestini, scivolando nella zona grigia dei lavori e degli affitti in nero (sì, ci sono anche qui): noi non avevamo lasciato la nostra Nazione per diventare clandestini in un’altra.

 

Intanto nelle offerte di lavoro on line (qui la maggior parte degli impieghi si cercano tramite siti web, quelli legali intendo) era comparsa una nuova domanda in calce alle capacità tecniche e umane richieste: “hai il diritto di lavorare in UK?”.

Rispondere con un sì non era sufficiente, dovevamo poter esibire un numero di codice rilasciato dallo Stato previa approvazione del Settlement status.

 

Se si era regolarmente assunti, il datore di lavoro doveva richiedere al dipendente il numero magico per poter continuare il rapporto di lavoro. Lo stesso valeva e vale per gli affittuari di abitazioni.

Quel numero è la prova che abbiamo il diritto legale di vivere, lavorare, studiare in Gran Bretagna per tutto il tempo che vogliamo. Almeno è così fino ad oggi, cosa ci riserva il domani sta di nuovo nell’incertezza.

Pochi giorni fa, al rientro da un viaggio in Europa, al controllo passaporti dell’aeroporto l’impiegato, leggendo la comunicazione sullo schermo, ha informato me e mio marito che per poter tornare dovevamo provare di essere immigrati legali. Vi assicuro che essere fermati come fossimo alieni, mentre le altre persone della fila andavano avanti senza intoppi, non è stata un’esperienza piacevole.

Per fortuna, un altro impiegato più disponibile ci ha mostrato come trovare via cellulare il numero del nostro codice a barre e abbiamo potuto proseguire, ma è stato davvero un brutto quarto d’ora.

 

Dopo dieci anni dal referendum sulla “Brexit” si può affermare con tranquillità che nessuna delle promesse fatte in suo nome è stata mantenuta, men che meno quella che riguarda un minor numero di immigrati, ed ora c’è un nuovo partito, Restore UK, il cui programma prevede l’espulsione di tutti gli immigrati, legali e non.

Non so se vincerà mai un’elezione, nonostante il consenso popolare cresca di mese in mese, con una maggioranza tale da dargli la possibilità di mettere in pratica il suo programma, ma se avvenisse, a noi immigrati legali cosa verrebbe richiesto per darci la possibilità di restare?

Esisterebbe questa alternativa?

Varrebbe la pena restare in un Paese i cui cittadini esacerbati dagli eventi non vogliono più distinguere tra immigrati regolari e irregolari?

Ancora una volta, possiamo solo continuare a vivere e vedere cosa ci porterà il futuro.



× Ciao!