A Casa di Lucia | Pizzica e tarantismo nel Salento: musica, rito e costruzione culturale della crisi
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Pizzica e tarantismo nel Salento: musica, rito e costruzione culturale della crisi

Articolo a cura di Galati Pierfrancesco, musicologo e professore

 

La pizzica salentina, spesso oggi percepita come una vivace danza folklorica, affonda le proprie radici in un sistema rituale ben più complesso: il tarantismo. Questo fenomeno, documentato per secoli nell’Italia meridionale, costituisce un caso esemplare di intersezione tra musica, antropologia e pratiche terapeutiche tradizionali. Il contributo di Ernesto De Martino (antropologo, storico delle religioni e filosofo) ha rappresentato un punto di svolta nello studio del tarantismo, sottraendolo a interpretazioni meramente patologiche o superstiziose e restituendolo alla sua dimensione storico-culturale.

 

Il tarantismo come dispositivo culturale

Nel suo studio fondamentale, La terra del rimorso (1961), Ernesto De Martino analizza il tarantismo come un “istituto culturale” volto alla gestione della crisi della presenza. Il presunto morso della taranta — lungi dall’essere causa reale del disturbo — funziona come elemento simbolico attorno al quale si struttura un complesso rituale di reintegrazione.

Il soggetto colpito, spesso una donna appartenente a classi subalterne, manifesta sintomi che includono prostrazione, agitazione e stati di dissociazione. La risposta comunitaria non è l’isolamento, ma l’attivazione di un rituale pubblico che coinvolge musicisti, familiari e spettatori. In questo contesto, la musica non è un semplice accompagnamento, ma un agente attivo nel processo terapeutico.

 

Struttura musicale della pizzica tarantata

Dal punto di vista musicologico, la pizzica associata al tarantismo presenta caratteristiche specifiche:

Struttura iterativa: cellule ritmiche e melodiche brevi, ripetute ciclicamente per sostenere la trance.

Tempo e metro: prevalenza di metri binari (2/4) o composti (6/8), con accentuazioni marcate.

Strumentazione: tamburello (strumento guida), violino, organetto, chitarra battente; talvolta fiati popolari.

Il tamburello svolge un ruolo centrale: non solo mantiene il ritmo, ma stabilisce un dialogo diretto con la tarantata. I musicisti osservano attentamente le reazioni corporee della paziente, modulando intensità, tempo e variazioni melodiche in funzione della risposta.

 

Coreutica e semantica del corpo.

La danza della pizzica tarantata si distingue dalla pizzica “ricreativa” per la sua funzione e per alcune caratteristiche formali:

Movimento centrifugo e centripeto: il corpo oscilla tra espansione e contrazione, spesso a terra.

Ripetitività gestuale: sequenze motorie reiterate che facilitano l’alterazione dello stato di coscienza.

Assenza di coreografia codificata: la danza è individuale e improvvisata, guidata dalla relazione con la musica.

Il corpo diventa il luogo di manifestazione del conflitto e, allo stesso tempo, lo strumento della sua risoluzione simbolica. In termini demartiniani, si tratta di una “tecnica del corpo” finalizzata alla ricostruzione della presenza.

 

Simbolismo cromatico e sinestesia rituale

Un elemento distintivo del tarantismo è l’importanza attribuita ai colori. Ogni taranta è ritenuta sensibile a specifiche tonalità, e la reazione della tarantata alla loro esposizione guida l’andamento del rituale.

Questo aspetto evidenzia una dimensione sinestetica: musica, movimento e colore concorrono alla costruzione di un ambiente terapeutico totale. La diagnosi e la cura si realizzano attraverso un processo performativo condiviso.

 

Trasformazioni contemporanee

Con il declino del tarantismo nel corso del XX secolo — dovuto a mutamenti socioeconomici e alla medicalizzazione del disagio — la pizzica ha subito un processo di rifunzionalizzazione. Da pratica rituale è divenuta forma spettacolare e simbolo identitario.

Eventi come La Notte della Taranta (che considero ormai commerciale e privo del suo nobile scopo iniziale) hanno contribuito alla diffusione globale della pizzica, ma anche alla sua standardizzazione. La dimensione terapeutica e simbolica originaria tende a essere sostituita da una estetica della performance.

 

Discussione critica 

La rilettura di Ernesto De Martino invita a considerare il tarantismo non come residuo arcaico, ma come risposta culturalmente organizzata a condizioni di marginalità e sofferenza. La sua scomparsa non implica necessariamente la risoluzione delle dinamiche che lo generavano, ma piuttosto una loro trasformazione.

In ambito musicologico, ciò solleva interrogativi sulla perdita di funzione della musica tradizionale e sulla sua reinvenzione in contesti contemporanei. La pizzica odierna conserva elementi strutturali del passato, ma ne modifica profondamente il significato.

 

L’analisi della pizzica e del tarantismo richiede un approccio interdisciplinare che integri musicologia, antropologia e storia culturale. Il lavoro di Ernesto De Martino resta imprescindibile per comprendere come la musica possa operare non solo come espressione estetica, ma come pratica sociale capace di dare forma e contenimento alla crisi umana.



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