A Casa di Lucia | Intervista ad Anna Mallamo, autrice di “Col buio me la vedo io”
38501
wp-singular,post-template-default,single,single-post,postid-38501,single-format-standard,wp-theme-bridge,theme-bridge,bridge-core-1.0.2,no-js,woocommerce-no-js,ajax_fade,page_not_loaded,,vertical_menu_enabled,qode-title-hidden,side_area_uncovered_from_content,transparent_content,columns-4,qode-theme-ver-18.0.4,qode-theme-bridge,disabled_footer_top,wpb-js-composer js-comp-ver-5.7,vc_responsive

Intervista ad Anna Mallamo, autrice di “Col buio me la vedo io”

Intervista di Silvia Lenzini ad Anna Mallamo autrice diCol buio me la vedo io(Einaudi), realizzata con la collaborazione del Centro Culturale Connessioni.

 

Ciao Anna, e grazie per avere acconsentito a questo incontro. Sono davvero felice di poter parlare con l’autrice di un libro che mi ha emozionato come non accadeva da tanto tempo. Cominciamo subito, ché sono impaziente.

Partiamo dalla prima impressione: inizi a leggere e pensi che sia un racconto dai contrasti forti, nettissimi – la luce e il buio, le piastrelle bianche e nere, il nome della protagonista Lucia (la luce) Carbone (l’oscuro). Il male e il bene. Ma presto scopri che i contorni non sono così definiti, anzi – avremmo detto pochi anni fa – smarginano uno dentro l’altro. Emerge una società matriarcale in cui le figure femminili non sono tutte positive, e le figure maschili non tutte negative. E allora riconsideri i nomi, l’ossimoro nascosto in quello della protagonista, poi quello del ragazzo rapito, appartenente alla parte ritenuta oscura della storia – la malavita, il crimine: Rosario Cristallo (la preghiera, la purezza).

Dove sta la verità? Dove la menzogna?

“Eh, se lo sapessi, se questo confine tra le cose non mi tormentasse ogni giorno non scriverei romanzi. Il punto è proprio questo: che succede alla tua ansia di verità, quando scopri quanto sia scivolosa la verità, e doppia, anzi multipla, e capace di celarsi dentro, o esporsi anche fuori, da ogni bugia, ogni nascondimento? E pensa all’ansia di verità in purezza: chi la possiede, se non una sedicenne appassionata che vive di contrasti assoluti, di emozioni manichee? I contrasti ci sono sempre, perché la protagonista li vive (l’adolescenza è il luogo fisico e psichico del contrasto), la sua terra li vive, ma c’è un modo di viaggiare dentro i contrasti, di capovolgersi e ritornare, che credo sia la cosa più interessante che sono riuscita a mettere a fuoco, che mi urgeva capire meglio. Perché i romanzi sono ipotesi, domande, modi per mettere a fuoco quello che ti assilla. Mica per risolverlo. Ecco le matriarche potenti senza potere, i maschi inetti e sterili ma in mezzo ai quali poi svettano figure come Carmine, come il professore Castelli. Non ci sono abbastanza gradi di separazione – per riprendere una cosa che si è detta molto, in giro, in questi anni – tra colpevoli e innocenti, tra potenti e sottomessi, tra buoni e cattivi. Forse il senso è questo”.

A proposito della malavita: mi affascina un aspetto delle donne del Sud, che credo fosse ancora più forte nel periodo di cui ti sei occupata in questo romanzo: donne sottomesse ai maschi di casa, eppure indubbiamente potenti, curatrici e torturatrici, culle di conoscenze arcaiche. Ecco questo mi fa venire in mente un dubbio: le organizzazioni mafiose, tutte mi sembra, sono profondamente patriarcali, anzi sono tra i fenomeni più patriarcali che mi vengono in mente. Eppure, sappiamo che alcune donne delle cosche hanno avuto e hanno un ruolo importantissimo, in alcuni casi fondamentale, anche dalla prigione o dall’estero. Come si spiega, secondo te? E questa caratteristica lambisce la storia che racconti?

“Ahinoi, il patriarcato ha sempre avuto ampio sostegno dalle donne. Le “mie” matriarche sono esempi magnifici di poteri immensi… sottomessi al maschile. Matriarche che insegnano la sottomissione, praticandone l’affrancamento ma solo limitato, temporaneo, domestico, consortile, carbonaro. Silenzioso. Un affrancamento che doveva restare privato e gestito senza mettere in discussione l’architettura familiare maschilista. Una contraddizione? Certamente. Una delle mie preferite. Quanto alle organizzazioni mafiose, è pure capitato che una donna avesse ruoli apicali, ma senza mai mettere in discussione la sostanza patriarcale di quel mondo, che si esprime in tutto ciò che lo riguarda: è solo una delle forme di manovalanza, in questo caso femminile. Non ne tocca la struttura di potere”. 

Una delle mie fissazioni, quando leggo, è quella dei personaggi “non biologici”: in questo caso c’è ovviamente Lo Stretto, che divide e unisce, dipende come si guarda, e che custodisce i segreti; ci sono le strade di un mondo di sopra inondate di sole che forse è troppo forte e perciò abbacina, non fa più vedere la verità, e c’è il mondo di sotto, la cantina, il buio che dovrà far emergere la verità. I muri della stanza che respirano, mangiano, potrebbero uccidere. E poi c’è la natura, quella amata dalla zia Rosa (anche qui, il nome…), descritta nei suoi appunti con tanta precisione, che però è anche la terra a cui viene abbandonato il suo corpo ferito a morte. A me sembra di vedere un filo conduttore tra questi ambienti, e un loro agire non casuale, un po’ come in certe storie di Buzzati. 

“Mi piace questa definizione di personaggi “non biologici”, ma perfetti personaggi, con azioni, caratteristiche, capacità di portare avanti la narrazione. Io non ho mai considerato lo Stretto, la stanza, la città unicamente dei set, degli scenari in cui muovere i burattini del personaggi: una scena è un organismo, dove si muovono tutte le cose che menzioni, descrivi, fai balenare, biologiche e non. I luoghi ci fanno, fanno il nostro sguardo, forgiano il nostro senso delle cose, della distanza, della misura, della bellezza, ci influenzano, modellano le nostre percezioni, quindi come potrebbero essere scenari inerti, col loro immenso potere sulle nostre menti e i nostri corpi? Le mie spiagge, la mia montagna, le mie sponde dello Stretto, che guardo ogni giorno e ogni giorno mi restituiscono un modo per viverlo, per pensarlo, per immaginare, sono creature potenti, in cui potresti ravvisare addirittura – come fa Lucia con la stanza, che diventa specchio dei suoi stessi desideri inconfessabili, delle sue paure profonde – volontà proprie. E poi, davvero c’è qualcuno che crede che le case non siano luoghi vivi? Mica occorre pensare ai castelli stregati, o alle case infestate dei film dell’orrore: le nostre case non sono forse organismi viventi che mettono in scena ogni giorno quello che siamo, quello che urliamo e quello che taciamo, quello che accumuliamo, mostriamo o nascondiamo? E tutte le nostre energie non restano chiuse tra i muri, e ne fanno l’ambiente, l’odore, la personalità?”.

Nella descrizione di un mondo che se non è policromo (io non lo vedo policromo) è sicuramente polimorfo, direi sotto molti aspetti tentacolare, ti sei avvalsa di più registri linguistici: il dialetto, poco, per la sfera più intima, per quello che non si può spiegare in italiano, l’inglese delle canzoni, dell’adolescenza, per la proiezione in un mondo altro, l’italiano della crescita, il greco per distinguersi e accomunarsi, farsi sorelle. L’accuratezza nella ricerca di ogni singolo vocabolo, la ricchezza descrittiva, e la diversità dei registri linguistici sono andati a costruire un insieme complesso e dalla consistenza spessa, pastosa. La lingua nel tuo Buio è più di una armatura: è un impasto lievitato, che cresce mentre si legge e ingloba i personaggi, catturati dalla densità, invischiati loro malgrado. Almeno fino a un certo punto della storia. Poi cosa accade? Quale chimica agisce sull’impasto?

“Percepisco ogni storia come un impasto, una cosa che, nella mia immaginazione che è sempre molto fisica, molto aderente al corpo, puoi mangiarti a morsi, e può, deve nutrirti. Per la mia storia, per il suo corpo, ho pensato a tante lingue diverse, perché penso che siamo crocevia di linguaggi, tutti quelli che apprendiamo, attraverso cui passiamo e che ci dicono e ci fanno, ci formano, ci aprono finestre e possibilità. Il mio amore per la parola – la studio, la esploro, ne seguo il romanzo vitale (che la storia di ogni parola è un romanzo, una narrazione sorprendente) – è tutto nel mio libro, è, appunto, il corpo stesso della storia, che non esiste fuori dalla lingua che scegli, che forgi per raccontarla. La storia non è mica una trama e un pugno di fatti che si susseguono: è un modo di inventare mondi e accadimenti, tra cui il più importante di tutti, tu che li stai raccontando. La chimica è quella di ogni lievitazione e cottura, e finisce solo con l’atto conclusivo: mangiarne a morsi, di quell’impasto, e trovarlo buono, e nutriente. Chimica dell’incorporazione, chimica dell’amore”.

Abbiamo parlato della lingua, ora parliamo della costruzione. Come hai fatto, hai costruito prima una scenografia? Come sei riuscita a far accadere le cose davvero, a farci passeggiare con Lucia, a farci sentire la paura di Rosario?

“Sono felice di questo: la fatica più grande è creare un’immagine dentro chi legge (bello il riferimento a Luca Marinelli, che io adoro, specie nel suo miglior pallore morbido-morboso)(bella la parentela linguistica tra morbido e morboso, no? E’ molto nello spirito del mio romanzo…). Che sarà inevitabilmente proiettiva, ma questo non importa, anzi. Mettiamo in comune le nostre proiezioni, e guardiamo la storia che ci parla, anche, di noi. Certamente tu hai un Carmine a cui ti sei riferita leggendo del mio. Che sì, in effetti era un ragazzo bellissimo che non sono mai riuscita a baciare, e allora mi sono detta: bacialo nel libro, fallo baciare a Lucia. Ma non perché sia un racconto autobiografico: tutto è autobiografia, quando racconti, e nulla lo è. Perché non sono autobiografici i fatti, è autobiografica quella bocca carminio che non hai baciato, è autobiografico il riflesso della luce sull’acqua, il rumore bianco che fa lo scirocco, l’odore della muffa per le scale proibite. E di queste cose, alla fine, si scrive. E sono vere”. 

Infine, se vuoi, mi piacerebbe parlare di Carmine in quanto personaggio politico, che apre nuovi orizzonti. Carmine Falcemartello. La scrittura è sempre politica, come potrebbe non esserlo, ma qui io vedo una associazione diretta tra la bellezza e l’antifascismo militante che negli anni ’80 si opponeva a certi rigurgiti di fascismo. La bellezza, la lotta. 

“Dici bene, la scrittura è sempre politica, perché la scrittura è scelta, la lingua è scelta. È un potere, e una responsabilità. Ovviamente nel mio libro è menzionata una vera e propria lotta politica, che io ho vissuto nella mia adolescenza, tra le forze neofasciste e l’antifascismo militante. In una città molto particolare, reduce da un trauma storico, mai ancora elaborato e pesantemente cavalcato da forze neofasciste: la rivolta degli anni ‘70. E sì, il mio cuore è con gli antifascisti, allora come ora, ma questo è paradossalmente meno importante. Perché, appunto, il valore politico non è nel tuo parteggiare, ma nella sostanza umana, sentimentale, emotiva di quella lotta che sei riuscita a ricostruire. Lucia s’innamora di Carmine, della sua grazia da kouros greco, del suo entusiasmo politico, che pure a lei pare un po’ sciocchino, un po’ superficiale, perché Carmine è un personaggio interamente positivo (e quindi diverso dai personaggi maschili del libro), ma senza tacerne la poca consistenza, di cui ci importa poco, certo: è la sua grazia (citerò Pasolini: “la sua grazia che non vuole sapere”) quella che ci prende il cuore. E questo, sì, persino questo è politico”. 

 

Quest’ultima risposta chiude in bellezza la nostra troppo breve conversazione. Ancora una volta, ti ringrazio.

 

 



× Ciao!