25 Lug ANDREW CARNEGIE
«Fare cose, sempre». Per Andrew Carnegie, magnate dell’acciaio statunitense a cavallo tra Ottocento e Novecento, questa non era solo una frase fatta, ma una vera e propria filosofia di vita: mettere in movimento le mani e l’intelligenza. Dopotutto, una delle sue massime più celebri recitava: «Quando la sorte ci dà in mano un limone, cerchiamo di farne una limonata».
La parabola esistenziale di Carnegie rappresenta la quintessenza del “sogno americano”, declinata con una complessità morale che la rende unica nella storia del capitalismo moderno. La sua eredità si divide chiaramente in due anime avvincenti e contrapposte:
- Il magnate spietato: l’innovatore industriale alla guida della Carnegie Steel Company, ossessionato dall’efficienza e dal rigido taglio dei costi.
- Il filantropo radicale: l’uomo che, guidato dal principio secondo cui «l’uomo che muore ricco muore disonorato», scelse di destinare il proprio patrimonio al bene comune.
Nato nel 1835 in una povera famiglia di tessitori a Dunfermline, in Scozia, i Carnegie emigrarono negli Stati Uniti nel 1848, stabilendosi ad Allegheny (Pennsylvania), non lontano da Pittsburgh. Per far fronte alle precarie condizioni economiche della famiglia, il giovane Andrew fu costretto a lavorare fin da subito: prima in una manifattura di cotone, poi in una fabbrica di spolette e infine come fattorino per i telegrafi. Intelligente, volenteroso e determinato, il ragazzo continuò a studiare da autodidatta approfittando delle poche biblioteche a disposizione. La sua dedizione gli permise di fare una rapida carriera nel settore dei telegrafi e delle ferrovie, intessendo una rete di contatti che si sarebbe rivelata fondamentale. Durante la guerra di secessione ottenne alcune commesse strategiche, accumulando il capitale iniziale che, a fine conflitto, reinvestì nell’industria pesante: prima una fucina, poi la sua prima acciaieria nei pressi di Pittsburgh, specializzata nella produzione di binari e ponti ferroviari. Nel 1892, dalla fusione di varie attività, nacque la Carnegie Steel Company, che divenne in breve tempo il più importante colosso siderurgico del mondo. Nel 1901, oramai considerato l’uomo più ricco del pianeta, Carnegie decise di ritirarsi e vendette la sua compagnia al banchiere J. P. Morgan per 480 milioni di dollari, una cifra astronomica e senza precedenti per l’epoca.
A partire dal 1880, e in modo ancora più sistematico dopo il suo ritiro nel 1901, Carnegie iniziò a gestire la sua ricchezza applicando gli stessi principi di efficienza imprenditoriale usati nell’industria. «La ricchezza in più è un dono sacro che il suo possessore è tenuto ad amministrare per il bene della comunità», sosteneva.
Il suo progetto più imponente fu la creazione di una rete di biblioteche pubbliche gratuite negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Irlanda, Canada e in diversi altri Paesi. Nel corso di circa trent’anni, la Fondazione Carnegie finanziò la costruzione di oltre 2.500 biblioteche, trasformando radicalmente il concetto stesso di fruizione culturale:
- Decentramento e accessibilità: Carnegie scelse di non investire solo nei grandi centri urbani, ma di privilegiare i piccoli comuni e i quartieri periferici meno serviti. Sedi distaccate e “vetrine” che si affacciavano sulla strada avevano l’obiettivo di avvicinare i libri alla gente. Questo decentramento permise l’accesso alla cultura a fasce di popolazione storicamente escluse, come donne, bambini, minoranze e classe operaia.
- Accesso libero agli scaffali: Fino ad allora, per consultare un libro occorreva chiederlo al bibliotecario tramite catalogo. Carnegie introdusse il modello a scaffale aperto, consentendo ai visitatori di sfogliare e scegliere direttamente i volumi.
- Modello di partenariato pubblico-privato: Le strutture non erano semplici donazioni “a fondo perduto”, le comunità locali dovevano impegnarsi a fornire il terreno e a garantire i fondi per il funzionamento e il patrimonio librario, creando un senso di responsabilità civica condivisa.
- Aggirare la segregazione: Negli anni della segregazione razziale negli USA, per garantire comunque l’accesso alla cultura alla popolazione afroamericana, a cui le biblioteche pubbliche tradizionali erano precluse, Carnegie finanziò la creazione di strutture dedicate, la prima delle quali nacque a Louisville, Kentucky, nel 1908.
Oltre alle biblioteche e alle innumerevoli fondazioni scientifiche e culturali ancora oggi attive, Carnegie istituì anche fondi destinati a premiare gli atti di eroismo compiuti da cittadini comuni in tempo di pace.
La sua visione della beneficenza era estremamente rigorosa: «Non c’è nulla di più folle della carità senza ragione». I soldi non andavano elargiti a pioggia, ma investiti in progetti capaci di dare opportunità a chi aveva ambizione, determinazione e spirito innovativo.
Nonostante il pugno di ferro con cui gestì le sue aziende, Carnegie fu sempre consapevole che il vero valore di qualsiasi impresa risiedeva nel capitale umano, come sintetizzò in una celebre frase:
«Portatemi via la mia gente e lasciatemi le aziende vuote, e presto l’erba crescerà sul pavimento dei reparti. Portatemi via le aziende e lasciatemi le persone con cui lavoro, e presto avrò aziende migliori di prima».