A Casa di Lucia | ARTHUR CONAN DOYLE
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ARTHUR CONAN DOYLE

Nella nostra rubrica dedicata al giallo di questo mese non poteva mancare, a pochi giorni dall’anniversario della sua nascita, il tributo ad un Maestro della narrativa poliziesca come Arthur Conan Doyle.

Arthur nasce a Edimburgo, da famiglia di nobili origini ma in ristrettezze economiche, il 22 maggio 1859. La sua formazione avverrà allo Stonyhurst Jesuit College diretto dai gesuiti, dal cui insegnamento in seguito si allontanerà. Nel 1876 entrò alla Edinburgh Medical School e tre anni dopo pubblicherà il suo primo racconto, “The mistery of the Sasassa Valley, e anche il suo primo lavoro medico su un sedativo che aveva sperimentato su di sé. 

Nel 1881 ottiene la laurea in Medicina e il master in Chirurgia e inizia a lavorare nell’ospedale di Edimburgo, dove affiancherà il dottor Joseph Bell, la cui abilità nel dedurre da dettagli minimi le caratteristiche psicofisiche dei pazienti gli ispirerà il personaggio che lo renderà famoso: Sherlock Holmes.

Dopo l’esperienza ospedaliera decide di imbarcarsi come medico di bordo su una baleniera, trascorrendo alcuni mesi nel mare artico e in Africa. Tornato in patria apre uno studio medico a Southsea, un sobborgo di Portsmouth, ma non ha molta fortuna, quindi pensa bene di impiegare il tempo libero scrivendo racconti polizieschi che, pubblicati su vari giornali, raccolgono un discreto successo.

A study in Scarlet” del 1887 è il primo racconto in cui appare il personaggio di Sherlock Holmes, che ebbe un enorme successo, tanto che Conan Doyle non riuscì più a liberarsene al punto che molti anni più tardi, dopo averlo fatto morire per una caduta in un burrone nel romanzo “The final problem” in cui è contrapposto al suo celebre nemico, il professor Moriarty, sarà costretto dietro la forte pressione delle richieste del pubblico e degli editori a “resuscitarlo” nel romanzo “The adventure of the empty house”. 

L’autore, in realtà, scrisse anche romanzi storici quali “The white company” e “The great Boer war”, che lui preferiva ai suoi romanzi polizieschi.

Dopo il successo ottenuto abbandonò la professione medica e si dedicò a un’intensa attività giornalistica come corrispondente della guerra boera e, più tardi, del primo conflitto mondiale.

Conan Doyle si interessò anche approfonditamente di spiritismo a cui dedicò molti studi e sul quale scrisse anche una storia, “The history of spiritualism”, da cui pensava di ottenere meriti come studioso della materia ma che venne invece apprezzato solo da una stretta cerchia di lettori e gli attirò anche un attacco dalla chiesa cattolica.

In realtà la fama di Arthur Conan Doyle resterà legata al personaggio di Sherlock Holmes.

Lo scrittore morì a causa di un infarto nel 1930 a Crowborough, nel Sussex.

I romanzi con protagonista Sherlock Holmes hanno avuto e hanno ancora un grandissimo successo sia nella forma scritta che nelle molte versioni cinematografiche e televisive. Molti attori si sono cimentati nell’interpretazione del grande investigatore: da Basil Rathbone, il cui Sherlock era un po’ formale e impettito, a Jonny Lee Miller, che ha portato Holmes in una serie TV ambientata negli Stati Uniti in cui il noto amico dottor Watson è una dottoressa Watson interpretata da Lucy Liù, fino a Robert Downey jr, la cui lettura del personaggio ne riscopre il lato geniale di una personalità complessa, e Benedict Cumberbatch, superbo interprete in due serie TV che esplorano le avventure di Sherlock Holmes ambientandole sia ai giorni nostri sia nel periodo storico dei romanzi. Poi Roger Moore, Michael Caine e molti altri attori hanno fatto sì che Sherlock Holmes viaggi insieme a noi attraverso il tempo con molteplici figure.

Ma chi è Sherlock Holmes?

Lui afferma di essere tremendamente pigroquando è di quell’umore”: si riferisce ai periodi di tempo più o meno lunghi in cui langue sul divano pizzicando le corde del suo violino e annoiandosi, periodi che si interrompono quando qualcosa di davvero interessante stuzzica la sua curiosità solleticando le sue capacità d’osservazione e deduzione. In quella circostanza bisogna “lasciarlo stare finché non gli passa”.

Esperto di erbe velenose e veleni in genere, con cui fa esperimenti in casa e in un laboratorio chimico provandone gli effetti anche su di sé.

Conosce praticamente ogni tipo di cenere da sigaro esistente sul mercato, è uno studioso della “scienza della deduzione” di cui ha elaborato una sua teoria, conosce e ricorda perfettamente crimini avvenuti in altri tempi e in altre città nella loro modalità di svolgimento e risoluzione dei casi ma… non sa che la terra gira intorno al sole, non si intende di letteratura né di filosofia perché, afferma, “il cervello umano è come un attico vuoto che uno deve riempire con i mobili che preferisce”, ma soprattutto va nutrito con le informazioni di cui ha bisogno o accadrà che quelle ininfluenti per il suo lavoro “spingeranno fuori” quelle che invece gli necessitano.

Holmes si definisce come “consulente investigativo” a cui si rivolge la polizia e anche le decine di investigatori governativi e privati di Londra quando non riescono a trarre un ragno dal buco, il che accade piuttosto sovente. 

Soprattutto sono gli ispettori di Scotland Yard Lestrade e Gregson i due “elementi migliori di un branco di imbecilli” a detta di Holmes, esageratamente convenzionali nelle loro investigazioni e talmente presi dall’antipatia e dall’invidia che hanno l’uno per l’altro che finiscono inevitabilmente per aver bisogno dell’acume di Sherlock Holmes.

I due però ne escono sempre vittoriosi e, secondo la stampa, grandi risolutori di investigazioni complicate che senza falla consegnano pericolosi criminali alla giustizia.

E Sherlock Holmes? Lui conosce bene il gioco, sa che il merito della soluzione dei casi per cui gli chiedono aiuto lo prenderanno sempre loro, ma non se ne cura: l’importante per Sherlock è avere avuto un caso interessante da studiare e risolvere, che ha permesso alla sua mente vulcanica di non annoiarsi per un po’.

Elementare, no?

Per celebrare l’anniversario della nascita di Arthur Conan Doyle ho scelto il primo dei romanzi dedicati a Sherlock Holmes, “Uno studio in rosso”. È in questo romanzo che tutto ha inizio: la nostra conoscenza di Sherlock e quella di chi diventerà suo inseparabile amico, che proprio per l’amicizia e la stima che lo legherà al singolare investigatore ne scriverà le avventure, consentendoci di conoscerle: il dottor John H. Watson.

Uno studio in rosso

Londra 1878, John Watson appartenente al corpo medico militare, di ritorno dalla guerra afghana, ferito nel corpo e molto più nello spirito, conduce una vita solitaria e appartata ma, nonostante questo, dispendiosa per il non ricco appannaggio governativo consentito dalla sua condizione di reduce. Dopo lunghe riflessioni arriva alla conclusione che per fare economia deve trovare un alloggio meno dispendioso degli alberghi in cui finora ha soggiornato, finanche un appartamento in condivisione.

Durante queste riflessioni, incontra in un bar un giovane suo ex assistente e tra una chiacchiera e l’altra viene a sapere che anche un’altra persona, conoscente a sua volta del ragazzo, sta cercando una sistemazione in appartamento condiviso. Stanford, così si chiama il giovane, avverte il medico che la persona che sta per conoscere è un po’ particolare e, quando Watson lo incontra, non può che concordare. L’uomo sta lavorando su un qualche tipo di analisi in un laboratorio chimico, ha le mani segnate da bruciature e piccole ferite, è eccitatissimo per una scoperta, a quanto pare, appena fatta e dopo pochi secondi gli comunica che sa che è stato in Afghanistan.

È solo la prima delle sorprese che Sherlock gli riserverà, dato che, nonostante la bizzarria di quel primo incontro o forse proprio a causa di essa, il dottor Watson decide di accettare l’offerta di abitare in un appartamento in condivisione al n° 221B di Baker street.

I primi giorni di convivenza coincidono con uno dei periodi di noia di Sherlock, solo di tanto in tanto interrotta dalla visita di misteriosi “clienti” per interloquire con i quali Holmes chiede al suo coinquilino di poter usare il soggiorno privatamente.

Tutto procede con regolarità, mentre Watson scopre ogni giorno qualcosa in più sul suo interessante amico ma non il lavoro che svolge, fino a che una lettera consegnata da un fattorino risulta essere una richiesta d’aiuto per la soluzione di un caso d’omicidio da parte dell’ispettore Tobias Gregson di Scotland Yard.

Dapprima incerto sul da farsi,in un secondo tempo  Sherlock si convince a intervenire, chiede al dottor Watson di accompagnarlo e insieme vanno all’indirizzo suggerito da Gregson nella lettera.

Sul posto ci sono già gli agenti che hanno ispezionato il luogo dell’incidente, come l’ha chiamato Gregson, che si rivela essere una casa disabitata. In una delle stanze giace sul pavimento un cadavere senza ferite visibili, tuttavia il pavimento è coperto di sangue e su una parete campeggia una scritta effettuata con lo stesso sangue :RACHE.

Gregson è già partito con una sequela di astruse teorie e, quando anche Lestrade si unirà nelle indagini, inizierà la loro consueta gara a chi formula l’ipotesi più bizzarra, che ha sempre poco a che vedere con la realtà dei fatti.

Intanto Sherlock che ha iniziato il suo minuzioso lavoro di osservazione e deduzione e ancor prima di entrare nell’abitazione è già a metà dell’indagine. Poche altre informazioni ottenute tramite la sua rete di “conoscenze” nei quartieri più poveri di Londra e il mistero sarà dipanato.

Ma chi sono il defunto e il suo assassino? Da dove vengono? E qual è il movente dell’omicidio?

Per farcelo scoprire l’autore ci porta indietro nel tempo di vent’anni e in un altro continente, in America negli Stati Uniti, precisamente nello stato dello Utah, dove ha avuto inizio la storia di un padre e di una figlia, una storia di fanatismo religioso e violenza, d’amore negato e di vendetta, che si concluderà in una casa vuota in una via di Londra vent’anni dopo.

Buona lettura!



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