A Casa di Lucia | La Gentilezza Cura: il Potere di un Gesto Umano
37658
wp-singular,post-template-default,single,single-post,postid-37658,single-format-standard,wp-theme-bridge,theme-bridge,bridge-core-1.0.2,no-js,woocommerce-no-js,ajax_fade,page_not_loaded,,vertical_menu_enabled,qode-title-hidden,side_area_uncovered_from_content,transparent_content,columns-4,qode-theme-ver-18.0.4,qode-theme-bridge,disabled_footer_top,wpb-js-composer js-comp-ver-5.7,vc_responsive

La Gentilezza Cura: il Potere di un Gesto Umano

Ogni anno, il 13 novembre, si celebra la Giornata Mondiale della Gentilezza, un’occasione per ricordare quanto anche un piccolo gesto possa trasformare una giornata, un rapporto, o persino una vita. 

In nessun luogo, forse, la gentilezza ha un impatto più immediato e necessario che negli ospedali, dove i pazienti affrontano momenti di fragilità, paura e dolore.

Ci sono lavori che ti insegnano a correre, a essere forte, a resistere. E poi ci sono lavori che ti insegnano a fermarti, ad ascoltare, a guardare negli occhi.

Abbiamo incontrato Rebecca, un’infermiera che nella sua giovane carriera ha già conosciuto due mondi diversi ma ugualmente fragili: le RSA, dove vivono anziani spesso soli, ed una clinica oncologica, dove accompagna i pazienti alla fine del loro cammino.

“Essere gentili non è un optional, è parte integrante del nostro lavoro. A volte una carezza, un sorriso, o semplicemente ascoltare può fare più di una medicina.” sono le prime parole di Rebecca sull’argomento.

Può raccontarci perché ha scelto questa professione?

Ho scelto di fare l’infermiera per avere la possibilità di fare la differenza nella vita delle persone, anche nei momenti più difficili, mi ha sempre motivata. Questo lavoro mi permette di mettere al centro l’ascolto e l’empatia in modo concreto ogni giorno.

Che significato ha per lei la parola “gentilezza”, in ambito sanitario?

La gentilezza è alla base di tutto il mio lavoro, significa trattare ogni paziente come vorrei fosse trattata una persona a me cara, con pazienza, rispetto e calore umano. La gentilezza non è solo un gesto, ma un modo di essere che aiuta a creare un legame di fiducia e serenità, fondamentale quando qualcuno si trova in un momento di fragilità.

Ci può raccontare un episodio in cui un gesto di gentilezza ha fatto la differenza per un paziente?

Nella fase terminale della vita molto spesso si iniziano a considerare futili le terapie e le operazioni salvavita. In questo contesto un approccio paziente e gentile permette all’operatore di spiegare la necessità di queste operazioni, instaurando di conseguenza anche un rapporto di fiducia con la famiglia e l’assistito. Un esempio di quanto ho appena detto è avvenuto con un paziente che abbiamo preso in carico un paio di mesi fa. Si tratta di un ragazzo affetto da sindrome di down la cui famiglia, molto presente e con la quale si è instaurato fin da subito un bel rapporto di fiducia con l’equipe, ha rifiutato il picc (un tubicino flessibile inserito in una vena del braccio) per un lungo tempo, in quanto lo considerava un ulteriore presidio invadente che non avrebbe apportato nessun beneficio al paziente. Tuttavia, la famiglia, dopo un mese di spiegazioni pazienti in cui cercavamo di conquistarne il più possibile la fiducia, ci ha dato finalmente ascolto permettendoci di agire come credevamo giusto. Questo ha permesso al paziente di non essere più bucato per accessi e prelievi, e per questo abbiamo ricevuto dei calorosi ringraziamenti per aver insistito ed aver aiutato, spiegato con gentilezza le nostre motivazioni.

Secondo la sua esperienza, i pazienti percepiscono e reagiscono alla gentilezza? E se sì, come?

Sì, secondo la mia esperienza i pazienti percepiscono molto chiaramente la gentilezza e spesso reagiscono in modo positivo. Quando mostro attenzione e rispetto, si sentono più sicuri e rilassati, anche in situazioni di paura o dolore. La gentilezza crea un legame umano che li aiuta ad aprirsi, a comunicare meglio e a collaborare con il personale sanitario, migliorando così l’efficacia delle cure e il loro benessere complessivo.

Secondo lei, quale ruolo ha la gentilezza nel rispetto della dignità del paziente che si trova in fase terminale?

La gentilezza in una fase terminale è fondamentale per rispettare la dignità del paziente. Significa accompagnarlo con delicatezza, valorizzando la sua persona oltre la malattia, ascoltando i suoi bisogni e paure senza giudizio. Attraverso gesti semplici ma sinceri, si offre conforto e si sostiene la sua umanità fino alla fine, aiutandolo a vivere quel momento con il massimo rispetto e serenità possibile.

In cosa si differenzia l’approccio alla “gentilezza” quando si lavora in un RSA rivolta a persone anziane?

In RSA, la gentilezza diventa un pilastro fondamentale dell’organizzazione stessa, non solo un gesto occasionale. Essa implica attenzione costante a parole, sguardi, gesti, cura degli spazi, ascolto attento degli anziani e delle loro famiglie, e valorizzazione della loro storia e desideri. La gentilezza in questo contesto rigenera la cultura organizzativa, creando un ambiente in cui gli operatori amano il proprio lavoro e gli ospiti si sentono accolti e rispettati come persone nella loro interezza. Questo tipo di approccio umano e gentile è essenziale per contrastare la solitudine, migliorare il benessere psicologico e fisico e favorire una convivenza serena all’interno della comunità della RSA.

Come si può conciliare la gentilezza con la necessità di intervenire in modo tecnico o clinico in situazioni di urgenza?

In un hospice, la priorità è sempre quella di non arrecare sofferenza inutile alla persona. Per questo motivo si adotta il principio del non accanimento terapeutico: ogni intervento viene valutato con attenzione, bilanciando l’efficacia clinica con il rispetto e la delicatezza nei confronti del paziente. La gentilezza, in questo contesto, si manifesta proprio nella capacità di agire con competenza, ma anche con empatia e misura.

Quali sono le principali sfide che vede nel mantenere un approccio gentile, quando il carico di lavoro è elevato o le emozioni sono forti? Guardando al futuro, cosa vorrebbe vedere migliorato in termini di supporto alla gentilezza nel suo ambiente di lavoro?

Sicuramente un migliore rapporto in termine numerico operatore – paziente renderebbe più facile una migliore esplicazione del proprio lavoro.

In che modo la gentilezza può diffondersi e diventare contagiosa tra i professionisti della salute – infermieri, medici, OSS e psicologi?

Credo che, nella nostra professione, ci sia sempre spazio per migliorare, e questo vale anche per la gentilezza. Anche quando pensiamo di offrire il massimo, possiamo trarre ispirazione dagli altri, osservare le loro modalità di relazione e lasciarci guidare dal loro esempio per crescere insieme nella cura e nell’umanità.

Cosa direbbe a un giovane o una giovane che si avvicina alla professione infermieristica oggi?

Essere infermieri significa entrare nella vita delle persone in momenti delicati, a volte difficili. È un percorso impegnativo, ma ricco di significato. Coltivare la gentilezza, la sensibilità e la capacità di ascoltare farà la differenza, per sé e per chi si assiste.

Cosa le piacerebbe che i pazienti ricordassero di lei?

Vorrei che pensassero a me come a una persona che si è presa cura di loro non solo dal punto di vista professionale, ma anche umano. Che, nei momenti di fragilità, siano riusciti a percepire rispetto, accoglienza e un po’ di serenità. Non sempre possiamo alleviare tutto il dolore, ma possiamo far sentire alle persone che non sono sole — e questo, credo, è ciò che resta davvero. 

 

Quando le parole non bastano, arriva la gentilezza.

C’è un momento, in ospedale o nella vita, in cui non sappiamo cosa dire.

Un momento in cui il dolore è troppo, la paura è grande, il silenzio pesante.

Ed è lì che la gentilezza entra in punta di piedi: non fa rumore, ma resta.

Un sorriso. Una mano stretta più forte. Uno sguardo che dice “ci sono”.

Per un paziente, questi piccoli gesti diventano un’àncora.

Per un’infermiera, sono la parte più vera del prendersi cura.

 

In questa Giornata Mondiale della Gentilezza, fermati un attimo.

Pensa a chi ti è stato vicino in un momento difficile.

Pensa a cosa ti ha fatto sentire al sicuro, anche solo per un attimo.

 

E poi, scegli di restituire quel gesto al mondo.

Perché la gentilezza è contagiosa. E può, davvero, salvare.

 



× Ciao!