A Casa di Lucia | GIORGIO PERLASCA: Un Giusto tra le Nazioni
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GIORGIO PERLASCA: Un Giusto tra le Nazioni

“Si dice che l’occasione fa l’uomo ladro. Ecco, di me ha fatto qualcos’altro”

Giorgio Perlasca

 

La storia di Giorgio Perlasca sembra quasi un’avventura nata da un romanziere celebre, con una trama fitta e ricca di intrecci, pericoli, arresti, fughe e colpi di scena, sempre e solo in nome della giustizia. In realtà quella di Perlasca, uomo come tanti, eroe come pochi, è una storia di coraggio e di incoscienza allo stesso tempo. Una storia di impeto e bruciante voglia di giustizia. Una storia d’amore e di lotta. Una storia per spiegare ai più piccoli e ricordare agli adulti la distinzione vera tra bene e male, ma soprattutto che, talvolta, mentire salva la vita, perché quando si è in guerra, sia essa combattuta con armi convenzionali o con armi diverse fatte molto spesso anche solo di parole o ideali sbagliati, tutto diventa lecito per salvare vite umane… solo se guidato da un forte ideale di giustizia e di amore per il prossimo.

Giorgio Perlasca nacque a Como il 31 gennaio del 1910.

Dopo pochi mesi, si trasferì con la famiglia a Maserà in provincia di Padova, luogo in cui oggi è sepolto sotto una lapide sulla quale egli volle scritto “Giusto tra le nazioni”. In gioventù aderisce al fascismo, ammirò Mussolini tanto da partire volontario prima per l’Africa e in seguito per la guerra civile di Spagna. Al rientro in Italia il suo rapporto con il fascismo cambiò nettamente: non condivideva infatti l’alleanza con i Tedeschi e le leggi razziali emanate in Italia nel 1938.

Perlasca sarà così per tutta la sua vita: un uomo dal carattere forte, per niente incline ai compromessi, che di fronte agli eventi giudicherà sempre in maniera autonoma secondo la propria etica ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. 

Perlasca, di rientro dalla Spagna, decise categoricamente che non avrebbe più partecipato ad alcuna guerra e si reinventò come commerciante. Scelta che lo portò a trasferirsi in Ungheria, a Budapest, dove si dedicò all’import-export di carni. Nel 1943 l’Europa era in guerra. L’8 settembre l’Italia firmò l’armistizio e per Perlasca iniziarono i guai. Rifiutando di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, venne internato per alcuni mesi in un castello riservato ai diplomatici. Ma fino alla primavera del 1944 a Budapest la vita trascorreva tranquilla. La Nazione magiara, guidata dall’ammiraglio Miklós Horthy, era a fianco della Germania e nella capitale si viveva bene, molto meglio che in altre città europee. Pure la comunità ebraica magiara, una delle più antiche e numerose d’Europa, era al riparo dalla follia nazista. Tuttavia il regime di Horthy aveva mostrato ostilità nei confronti dei semiti e, dallo scoppio del conflitto, i cittadini ebrei dai 22 anni in avanti dovevano prestare servizio nei “Battaglioni di lavoro” in abiti civili e indossando un collare al braccio che li identificasse come tali. Nel marzo del 1944 i tedeschi misero in atto l’Operazione Margarethe, l’occupazione militare del paese. E con i nazisti iniziarono le deportazioni; Adolf Eichmann e le sue SS coordinavano, gli Ungheresi eseguivano: una delle fasi dello sterminio più crudeli del conflitto. A Budapest, intanto, si organizzavano le terribili “Croci Frecciate”, milizie del partito filonazista (Nyilaskereszte).

In una situazione tanto complessa, Giorgio Perlasca, intanto fuggito dalla prigionia, iniziò a collaborare con Sanz Briz, l’Ambasciatore spagnolo che, assieme alle altre potenze neutrali presenti, stava già rilasciando salvacondotti per proteggere i cittadini ungheresi di religione ebraica.

Nell’ottobre del 1944 i nazisti misero in atto l’Operazione Panzerfaust: nazisti e Croci Frecciate presero definitivamente il controllo della capitale, con le truppe sovietiche alle porte. 

In quello scenario terribile, Giorgio Perlasca, con una cartolina che gli era stata lasciata durante la guerra in Spagna, si era recato all’ambasciata spagnola a Budapest, dove trovò rifugio e dove ordì il suo piano da impostore benedetto: andare dai miliziani, fingendosi Jorge Perlasca, console spagnolo, per difendere in ogni modo i perseguitati. A fine novembre Sanz Briz aveva infatti deciso di lasciare Budapest per non riconoscere il governo filonazista di Szálasi. Perlasca aveva finto di prendere il suo posto, con l’unico scopo di proteggere gli ebrei. «Un giorno mio padre strappò due gemelli dalla deportazione alla stazione Est e vide da vicino Eichmann che, per evitare ritardi con i treni, rinunciò a recuperare i due bambini. Nel 1990 li incontrò a Washington», racconta suo figlio.

Con questo stratagemma, Perlasca salvò 5218 Ebrei ungheresi, portando avanti il programma di protezione avviato dalla Spagna insieme ad altre nazioni neutrali che cercarono di arginare la follia della Shoah. Lo fece in una situazione di pericolo costante: non solo perché si trovava in una città occupata dai tedeschi e assediata dai russi, ma soprattutto perché si inventò il ruolo di ambasciatore spagnolo con il rischio di essere scoperto in ogni momento. Fu un’azione che portò avanti per 45 giorni, dal primo dicembre del 1944 al 16 gennaio del 1945. A maggior merito di quest’uomo va detto che possedeva un visto diplomatico per lasciare l’Ungheria e non lo fece, che utilizzò tutti i suoi risparmi per comprare cibo agli Ebrei rifugiati nelle case protette, che impiegò tutta la sua astuzia per raggirare i gerarchi nazisti al potere… e con grande coraggio impedì la cattura degli Ebrei perseguitati facendo loro scudo con il suo corpo.

Tutto questo per amore di giustizia, perché non tollerava di veder massacrare tanti innocenti senza fare nulla. In seguito alla liberazione di Budapest da parte dei russi, Giorgio Perlasca tornò finalmente a casa nel maggio del 1945, e non raccontò ciò che aveva compiuto fino al 1980, anno in cui alcune donne ungheresi ai tempi della Shoah bambine, decidono di voler ritrovare il loro salvatore.

Dal 1987 la storia di Giorgio Perlasca venne alla luce: «Comitive di persone arrivavano per conoscere l’uomo che le aveva salvate». Tra i tanti Giorgio Pressburger

Il 23 settembre 1989 fu insignito da Israele del riconoscimento di Giusto tra le Nazioni

Oggi la Fondazione Giorgio Perlasca realizza oltre settanta incontri l’anno, perché nulla di questa storia sia dimenticato.

Ed ecco l’altra grande lezione che ci insegna quest’uomo: il silenzio.

In un mondo dove tutto “viene sbandierato”, lui fece una scelta diversa. Mandò un resoconto dei fatti sia al governo spagnolo che a quello italiano, perché, da uomo d’onore quale era, riteneva di dover rendere conto di ciò che aveva fatto, avendo usato false credenziali per salvare quelle persone, poi non ne parlò più.

Perlasca continuò la sua vita come un uomo qualunque, pensando di aver fatto solo il suo dovere, ritenendo che ogni uomo debba opporsi davanti alla violenza con fermezza senza pensare alla propria incolumità.

Giorgio Perlasca alla domanda sul perché avesse rischiato tanto per tutti quegli esseri umani, ha sempre risposto con una stessa frase: “Lei cosa avrebbe fatto al mio posto?” e ci ha donato il silenzio della memoria.



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