A Casa di Lucia | IL VENTRE DI NAPOLI
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IL VENTRE DI NAPOLI

 “…Efficace la frase, Voi non lo conoscevate, onorevole Depretis, il ventre di Napoli. Avevate torto, perchè voi siete il Governo e il Governo deve saper tutto. Non sono fatte pel Governo, certamente, le descrizioncelle colorite di cronisti con intenzioni letterarie, che parlano della via Caracciolo, del mare glauco, del cielo di cobalto, delle signore incantevoli e dei vapori violetti del tramonto: tutta questa rettorichetta a base di golfo e di colline fiorite…Ma il governo doveva sapere l’altra parte…Vi avranno fatto vedere una, due, tre strade dei quartieri bassi e ne avrete avuto orrore. Ma non avete visto tutto; i napoletani istessi che vi conducevano, non conoscono tutti i quartieri bassi.

La via dei Mercanti, l’avete percorsa tutta?

Sarà larga quattro metri, tanto che le carrozze non vi possono passare, ed è sinuosa, si torce come un budello: le case altissime la immergono, durante le più belle giornate, in una luce scialba e morta: nel mezzo della via il ruscello è nero, fetido, non si muove, impantanato.

In sezione Vicaria, vi siete stato?

Sopra tutte le strade che la traversano, una sola è pulita, la via del Duomo: tutte le altre sono rappresentazioni della vecchia Napoli, affogate, brune, con le case puntellate, che cadono per vecchiaia.

La sezione Mercato? Ah, già: quella storica, dove Masaniello ha fatto la rivoluzione, dove hanno tagliato il capo a Corradino di Svevia; sì, sì, ne hanno parlato drammaturghi e poeti. Se ne traversa un lembo, venendo in carrozza, dalla Ferrovia, ma si esce subito alla Marina. Al diavolo la poesia e il dramma! In sezione Mercato, niuna strada è pulita; pare che da anni non ci passi mai lo spazzino; ed è forse la sporcizia di un giorno…”

Perdonerete questa lunga introduzione tratta dal romanzo “Il ventre di Napoli” della celebre scrittrice e giornalista napoletana Matilde Serao, ma è certamente uno dei libri più esaustivi e realistici sulla Napoli di fine ‘800.

Leggere “Il ventre di Napoli” significa perdersi in commoventi storie di popolo e bassifondi, oltre che di mala politica.

Matilde Serao, ventottenne, condusse una straordinaria inchiesta sullo stato in cui versava la maggiore delle città meridionali della neonata Italia. Napoli e la sua gente, lacerate dall’epidemia di colera, furono lasciate sospese in balia di quel “diremo e faremo” delle istituzioni. Non ci fu alcun vuoto della politica che non sia stato denunciato dalla Serao. Inizialmente fiduciosa nell’intervento del ministro Depretis, non tardò a urlare, con straordinaria libertà e autonomia intellettuali, le tragedie causate dalla politica degli annunci. 

Pubblicata per la prima volta nel 1884 è un’opera quanto mai attuale, che merita adeguata attenzione in Italia come all’estero.

Questo viaggio, fatto di parole e punteggiature, non vuole avere in tutti i casi velleità di denuncia o inchiesta.

Si limiterà a prender spunto dalla Serao, come una novella Virgilio, in un viaggio che non è solo nell’Inferno ma anche nel Purgatorio e nel Paradiso di una città che ne ha tutte e tre le caratteristiche.

Le antichissime origini di Napoli affondano nella leggenda, o meglio, in una serie di leggende. 

Al centro di tutte, c’è la sirena Partenope, che, affranta per l’astuzia di Ulisse sfuggito al potere del canto delle sirene, si sarebbe suicidata ed il suo corpo sarebbe andato alla deriva fino ad incagliarsi sugli scogli dell’isoletta di Megaride, dove oggi sorge il Castel dell’Ovo

La nostra Matilde Serao ci racconta – invece-  su Partenope, una leggenda diversa,  d’amore:

“Cimone amava la fanciulla greca. Invero ella era bellissima: era l’immagine della forte e vigorosa bellezza che ebbero Giunone e Minerva, cui veniva rassomigliata. La fronte bassa e limitata di dea, i grandi occhi neri, la bocca voluttuosa… Si chiamava Parthenope, che nel dolce linguaggio greco significa Vergine. Ella godeva sedere sull’altissima roccia, fissando il fiero sguardo sul mare…

Nella notte di estate, notte bionda e bianca di estate, Cimone parla all’amata:

– Parthenope, vuoi tu seguirmi?

– Partiamo, amore.

– Tuo padre ti rifiuta al mio talamo, o soavissima: Eumeo vuole egli per tuo sposo e suo figliolo. Ami tu Eumeo?

– Amo te, Cimone.”

Se interrogate uno storico, o buoni ed amabili lettori, vi risponderà che la tomba della bella Partenope è sull’altura di San Giovanni Maggiore o sull’altura di Sant’Aniello. 

Io vi dico che non è vero. Partenope non ha tomba, Partenope non è morta. Vive, splendida, giovane e bella, da cinquemila anni.

È lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori.

Dopo l’amore di Parthenope e Cimone, i greci decisero di insediarsi ad Ischia, poi a Cuma per poi approdare sul Monte Echia, attuale Pizzofalcone.

Un secolo dopo si insediarono in quello che è attualmente il centro storico di Napoli, utilizzando il nome Neapolis (“città nuova“), per distinguerla dal precedente nucleo urbano (Palepolis, “città vecchia“). 

La città, come nella tradizione delle città greche, era caratterizzata dalla presenza di cardi e decumani, ed era ricca di edifici di culto e di pubblica utilità: templi, curia, teatro, ippodromo. Divenne così in breve tempo un’importante colonia della Magna Grecia, insieme a Taranto e Cuma, e dalle tradizioni, dalla cultura, dalla mentalità, dall’arte sviluppatesi in questo periodo attinsero i romani nella successiva fase della vita della città.

Quando vi capita di passeggiare per le strade della città pensate che a suddividerle furono proprio i greci ed i romani. Le mura di cinta greche sono ancora lì a delimitare la città in tre decumani: superiore, maggiore ed inferiore, che non solo rappresentano l’anima antica della città, ma ne percorrono l’intero centro storico.

L’architettura urbanistica greco-romana si estendeva da via Foria a Corso Umberto I, andando a formare un immaginifico quadrato all’interno del quale tre grandi strade principali, tutte con la medesima larghezza, venivano disposte in maniera parallela a 200 metri l’una dall’altra: erano i Plateai per i Greci ed i Decumani per i Romani.

Questi – a loro volta – erano intersecati ad angolo retto da altre stradine chiamate stenopoi dai Greci e cardini dai Romani, che oggi vanno a comporre l’affresco di stradine del centro storico.

Ai lati opposti dei decumani sorgono le porte della città, in quanto la città era circondata da un’altissima cinta muraria, capace di respingere persino il temibile Annibale.

Non è possibile, in questa righe, riuscire a descrivere l’immenso patrimonio urbanistico lasciatoci da queste antiche civiltà, tanto ce ne sarebbe e tanto ce ne sarà.

“Sarà” perché non passa anno che dal sottosuolo di Napoli non riemerga qualcosa di nuovo e d’antico, a testimonianza dei grandi ingegneri di lingua greca e romana che ivi sono passati.

Come un albero difficilmente potrà separarsi per sempre dalle sue radici, senza morirne, così la città è inscindibile e geneticamente legata al suo mare.

Sciocco e ingenuo sarebbe chiunque considerasse il mare di Napoli unico. Non lo è.

Il Golfo di Napoli contiene diversi mari, tutti differenti gli uni dagli altri.

Il mare del Carmine è un antica porta di mare sulla storica piazza con tutt’attorno case piccole, minute e sporche.

“Il mare del Carmine è scuro, sempre agitato, continuamente tormentato. Sulla spiaggia semideserta non vi è l’ombra di un pescatore. Vi si profila qua e là la linea curva di una chiglia; la barca è arrovesciata, forse si asciuga al sole…” 

Il mare del Carmine non scherza, non si canta e non si ride lì.

Qui approdavano Greci e Fenici, ma qui morì anche Corradino di Svevia, nel 1268 – a soli 14 anni – per mano degli Angioini.

Qui Masaniello fu raggiunto dai suoi assassini e ucciso nella Basilica del Carmine.

Più in là si trova il Mare del Molo, che invece non è spiaggia, ma porto calmo e profondo. 

L’acqua non ha onde o appena tutto intorno si agita diventa nera.

Dappertutto barchette che sfilano, imbarcazioni pesanti. 

Per il Molo passano grossi negozianti, banchieri, marinai.

Appartiene alla gente il Mare di Santa Lucia. È un mare azzurro-cupo, calmo e sicuro.

Le donne vendono lo spassatiempo, ragazzi africani – lontani dalle loro terre – mettono in mostra borse finte, occhiali sgargianti e palloncini da vendere ai bambini. Gli innamorati, mano nella mano, si baciano osservando il mare e gli sconosciuti. Una folla di gente invade i ristoranti ed i bar in cerca di un posto al sole.

È un paesaggio acceso e vivace. Le linee sono dure e salienti, il sole ardente vi spacca le pietre. 

Eppure, a breve distanza, tutto cambia d’aspetto. Dalla strada larga e deserta si vede il Mare del Chiatamone

La vista si estende su un piano vastissimo.

Quel piano d’acqua è desolato, è grigio. Nulla vi è d’azzurro e la medesima serenità ha qualche cosa di solitario, che rattrista.

Il castello spaventoso dove tanti hanno sofferto ed hanno pianto, il castello che cela il Vesuvio, come dice la vecchia leggenda – è un mare nato per i malinconici, per gli ammalati, per i nostalgici, per gl’innamorati dell’infinito. 

Il Mare di Mergellina ride.

Ride nelle giornate stupende; ride nelle morbide notti di estate, quando la luna si riflette chiara sul mare luccicante

Ma il mare dove finisce il dolore è il Mare di Posillipo, il mare che si prende tutta la bellezza ed i colori.

E come Pulcinella cambia questo mare, tutto insieme, scuro e chiaro, contraddittorio, ma vero. L’unica maschera salata di una città che, anziché nascondersi, ci si specchia senza temere il giudizio di chi non riesce a comprenderla.

Proprio come affermava il grande scrittore napoletano Raffaele La Capria:

“Arlecchino, Pinocchio e Pulcinella sono l’Italia del popolo, che si rappresenta, si denigra e si riscatta con la felicità che trasmette questo trio. Un’Italia del passato, ma che si può riconoscere oggi dovunque.”



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