A Casa di Lucia | TERESA B. DI CARLO SPAGNA
34011
post-template-default,single,single-post,postid-34011,single-format-standard,theme-bridge,bridge-core-1.0.2,no-js,woocommerce-no-js,ajax_fade,page_not_loaded,,vertical_menu_enabled,qode-title-hidden,side_area_uncovered_from_content,transparent_content,columns-4,qode-theme-ver-18.0.4,qode-theme-bridge,disabled_footer_top,wpb-js-composer js-comp-ver-5.7,vc_responsive

TERESA B. DI CARLO SPAGNA

Un processo vero diventa libro a futura memoria. La vita spezzata di due donne, protagoniste di due tra i più efferati delitti puniti dalla legge, segna il cammino di un uomo, che incarna la solitudine, che svolge la professione di giudice.

Un romanzo introspettivo che, attraverso i ricordi risvegliati dal bilancio di una vita nelle aule giudiziarie, riflette sul coraggio delle donne, l’abietto animo di un uomo e le mille comparse che segnano i momenti cruciali di ogni essere umano.

Il linguaggio è semplice anche nei passaggi tecnici e facile da interpretare; i tempi sono scanditi senza pesantezza: questo fa sì che si legga tutto d’un fiato. Lo stile tra il poliziesco e il giallo cattura l’attenzione del lettore sin dalle prime pagine e la storia, quella vera, diventa secondaria rispetto alla descrizione dei sentimenti e delle sensazioni, che con egregia maestria lo scrittore rende percettibili, come se il lettore fosse proiettato nella storia stessa. Il nuovo Palazzo di Giustizia e il Carcere di Poggioreale si fronteggiano quasi a sfidarsi; i quattro passi reiterati di Eppi’ nella cella in attesa del fine pena mai sono percepiti come i quattro passi di Spagna verso l’ultimo tornello d’uscita dalla vita lavorativa. I due uomini si fronteggiano nei pensieri allo stesso modo in cui mamma Teresa e Manuela si aggrappano alla giustizia. Quest’ultima, però, ne esce in parte sconfitta quando non riconosce il ristoro materiale alle figlie della vittima… e allo stesso tempo la giustizia ne esce in parte vincitrice quando riesce a punire l’assassino.

Il carcere a vita non deve recuperare il carnefice, ma costringerlo a riflettere in ogni momento sul suo senso di vendetta che gli ha distrutto la vita, sulla sua malattia fisica e mentale che lo ha portato a commettere il più atroce dei delitti, violare una bambina. Il giudice, conscio sin dal primo momento della colpevolezza (aggravata da motivi abietti e vendicativi dell’uomo), gestisce il processo con l’abilità di un regista che dirige il cast di un film, muovendosi come su un palcoscenico si direzionano i teatranti.

E poi il coraggio: quello di Manuela che, protetta da mamma, decide di non indietreggiare nonostante le pressioni e segnali di pericolo; quello di Teresa che potrebbe precipitare nella vergogna e invece alza la testa e denuncia, per poi morire; quello della società (scuola, servizi sociali,  forze dell’ordine, gente di quartiere), che decide di non voltarsi dall’altra parte ma di fare il proprio dovere, onestamente e dignitosamente.

Perché leggere “Teresa B.”? Perché purtroppo è ancora attuale, non è storia passata ma vivere quotidiano. Per tenere sveglie le coscienze. Per umanizzare una società che indietreggia e volta la faccia, abbassa lo sguardo, e vive nella finzione dei social. Perché IA non può sostituire il lato umano del processo, del carcere, del violentato e del violentatore, del carnefice e della sua vittima. Perché abbiamo bisogno che qualcuno ci ricordi sempre che non basta guardare, si deve anche ascoltare il silenzio dei deboli, si devono umanizzare gli uomini.



× Ciao!