A Casa di Lucia | A SHANGAI TRA ANTICO E MODERNO
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A SHANGAI TRA ANTICO E MODERNO

Che serata magica, stasera! 

Sono nel ristorante girevole della Torre della televisionedi Shanghai, a 276 metri di altezza. Non riesco a gustare le specialità del ristorante perché affascinato dalla visione notturna della città ai miei piedi, ricca di grattacieli illuminati, sapientemente illuminati, in modo da poterli individuare con facilità. anche in una città come Shanghai che appare immersa in una caligine giallastra per uno smog che può essere tagliato a fette. 

Un grattacielo ha tutte le luci spente, tranne le grandi vele sugli ultimi terrazzi sì da apparire perciò come quelle di un vascello fantasma che solca il cielo, anche per effetto della lenta rotazione del ristorante della Torre. Un altro, cilindrico, ha le luci accese, per coste, lungo i suoi quaranta e passa piani e sull’apparente fiore di loto che lo sovrasta e termina, sì da apparire una colonna di un tempio egiziano. Laggiù un grattacielo sembra una rampa di lancio per dischi volanti: l’alta torre termina con un cappuccio a forma di disco volante che, per un sapiente giuoco di luci, sembra sul punto di prendere il volo. Altri due, più lontani, sembrano due innamorati, legati come sono da mille festoni di luci multicolori. Le lunghe strade e le infinite intersezioni delle sopraelevate illuminate sembrano serpenti danzanti in amore mentre mille e mille luci di auto in movimento li spolverano d’oro.

Questo è lo spettacolo che Shanghai offre la sera dall’alto.

Ed ugualmente affascinante è questa città di sedici milioni di abitanti vista dal basso, lungo il Bund, il viale che costeggia il fiume Huangpu, fiancheggiato da parchi ed edifici in stile europeo costruiti tra la fine del XIX e XX secolo dalle nazioni che avevano ottenuto concessioni e privilegi extraterritoriali nonché dalle Banche e Compagnie per le proprie sedi e propri commerci. E Shanghai, piccolo paese di pescatori, divenne così la più grande città commerciale ed il porto più attivo della Cina. Dopo difficoltà dovute all’occupazione giapponese ed alla rivoluzione culturale, il governo cinese dagli inizi degli anni ottanta dello scorso secolo favorì gli investimenti stranieri e promosso lo sviluppo economico e urbanistico della città.

La giovane guida del mio gruppo ci fa notare che le case della vecchia città sono state abbattute per lasciare posto ai grattacieli, ai giardini ed alle necessarie infrastrutture: ”Costruiamo un grattacielo di trenta piani al mese, per abitazioni o per uffici!” esclama lieta ed orgogliosa. Operazione urbanistica forse indispensabile giacché la città non può continuare ad espandersi in orizzontale. E tutto diviene possibile in quanto non ci sono ostacoli a quanto viene deciso dall’alto perché i cittadini cinesi, non esistendo la proprietà privata, non sono possessori delle vecchie case.

La mia Cina, quella che pure avevo ritrovato, in un altro viaggio, a Pechino – nella Piazza Tien a men, nella Città Proibita, lungo la Muraglia Cinese – ed a Xian dai mille e mille guerrieri di terracotta, che fine ha fatto?  C’è ancora nella grande Shanghai?  O è rimasto solo quell’insieme di importanti collezioni di bronzi, dipinti e porcellane ammirate nella fugace visita al Museo di storia ed arte da me fatta?

Ma per mia gioia, quando ormai ero quasi rassegnato a vedere solo il moderno,  incontro la “vecchia Cina” nel tempio del Budda di giadacelebre santuario dove si venerano due statue di Budda mollemente sdraiato, anzi languidamente sdraiato, a cui quella particolare giada bianca dà un senso ulteriore di mollezza, quasi di lussuria.

E incontro i numerosi  fedeli che pregano in raccoglimento, bruciando incenso nell’apposito braciere ed accendendo candele ed inginocchiandosi o genuflettendosi ripetutamente nonostante la presenza dei turisti, non tutti rispettosi dei loro luoghi sacri.

E ritrovo la vecchia Cina ancora nel Giardino del Mandarino Yu, del XVI secolo, due ettari di grande pregio storico e  artistico, con abitazioni, ponticelli, fiumicelli, aiuole di pietra in bizzarra successione. Anche il Giardino del Mandarino Yu ha dovuto pagare 4 ettari all’incalzante urbanizzazione della città. Nel quartiere tradizionale adiacente al Giardino, mi viene ancora incontro quel poco che rimane della vecchia Shanghai. E’ ormai solo adibito ad un movimentato e ricco bazar popolare che richiama frotte di turisti, che escono sempre perdenti dalle contrattazioni con gli astuti rivenditori.

Tutta qua la vecchia Cina ancora visibile in questa grande metropoli, giacché sono stati già requisiti dal governo interi quartieri, ora deserti e fatiscenti, destinati all’abbattimento per essere sostituiti da cento grattacieli, da mille strade e, forse, da qualche aiuola.

Fra dieci anni la città sarà, forse, ancora più ricca, ma, certamente, sarà più povera delle testimonianze dei nostri ricordi.

La successiva visita in Tibet mi farà assaporare le bellezze dell’antico vivere ancora quasi tutto presente in quella montuosa regione cinese.



× Ciao!