25 Apr NELSON MANDELA: il Difensore dei Diritti Umani
“Un vincitore è un sognatore che non si è mai arreso.”
Nelson Mandela, uno dei simboli dei diritti umani più riconosciuti della nostra epoca, nacque il 18 Luglio 1918 a Transkei, in Sudafrica, nella famiglia reale dei Thembu, una tribù di etnia Xhosa che viveva in una fertile valle del Capo Orientale. Il suo nome in lingua Xhosa, Rolihlahla, ha un significato profetico: “attaccabrighe”.
Sarà chiamato Nelson solo quando inizierà a frequentare il collegio coloniale britannico di Healdtown. Un nome dato dall’insegnante, che sceglieva nomi inglesi a caso per i ragazzini sudafricani, al posto degli impronunciabili appellativi tribali. Mandela si laureò in giurisprudenza; nel 1944 si unì al Congresso Nazionale Africano e operò attivamente per abolire la politica dell’apartheid stabilita dal Partito Nazionale al potere. Processato per le sue azioni, Mandela dichiarò:
“Ho lottato contro il dominio bianco e contro il dominio nero. Ho coltivato l’ideale di una società democratica e libera nella quale tutti potessero vivere uniti in armonia e con pari opportunità. È un ideale per il quale spero di poter vivere e che spero di ottenere. Ma se necessario, è un ideale per il quale sono pronto a morire.”
Mandela entrò in carcere a 44 anni, nel 1962, e ne uscì a 72, nel 1990: una prigionia lunga 10.052 giorni, più di 27 anni di reclusione trascorsi per la maggior parte nel carcere di massima sicurezza di Robben Island, al largo di Città del Capo, per aver combattuto il regime di apartheid. I discorsi che pronunciò nel corso dei processi subiti e le lettere che scrisse dalla cella sono diventati documenti storici, e allo stesso tempo agiscono ancora per ispirare e sostenere le lotte contro ogni genere di violazione dei diritti umani, in ogni parte del mondo.
Nel 1993 vinse il Nobel per la Pace e nel maggio del 1994, fu proclamato il primo presidente nero del Sudafrica e rimase in carica fino al 1999.
Mandela ebbe anche una geniale intuizione: ricostruire il Paese dai valori dello sport. Nel 1995, proprio grazie ai valori trasmessi dal rugby ― il rispetto della dignità, l’umiltà, il senso di appartenenza ― riuscì ad unire i sudafricani attraverso lo sport giocato dalla minoranza bianca e a ricostruire le basi dell’unità nazionale a partire da un campo di rugby. Aveva infatti intuito che tale sport doveva essere proposto come sport di tutto il Paese, in occasione dei mondiali che dovevano essere giocati in Sudafrica. L’esperienza, l’incontro e la conoscenza cambiarono e trasformarono l’umanità dei giocatori che smisero di essere scettici. Costruendo una squadra, Mandela ricostruì il Paese.
Madiba, come veniva spesso chiamato, non è mai venuto meno al suo impegno per la democrazia, l’uguaglianza e l’educazione. Nonostante abbia subito una terribile provocazione, non ha mai risposto al razzismo con il razzismo. La sua vita ha ispirato tutti coloro i quali sono oppressi e privati dei loro diritti, e si oppongono all’oppressione e alla repressione. Il leader del movimento anti-apartheid si è spento la sera del 5 dicembre 2013 dopo lunghi mesi di malattia, durante i quali, secondo le parole della figlia, “ha continuato a impartirci lezioni di pazienza, d’amore, di tolleranza”.
“Nessuno nasce odiando i propri simili a causa della razza, della religione o della classe a cui appartengono.”
Un coraggioso riformatore che non perse mai la fiducia nell’umano continuando così a lottare per il cambiamento. E’ l’uomo che nonostante la violenza subita ha saputo fermare la spirale di violenza.
Mandela aveva chiaro che l’obiettivo più grande era la liberazione. Aveva una limpida visione: sognava che persone di diversa provenienza ed estrazione sociale potessero vivere insieme in una società libera, democratica, progressista. La lotta contro le disuguaglianze sociali andava di pari passo con l’affermazione del valore primario della cultura e del diritto all’istruzione.
Vi lascio uno dei suoi discorsi più belli:
La nostra paura più profonda non è quella di essere inadeguati.
La nostra paura più profonda è quella di avere un enorme potere.
E’ la nostra luce, non la nostra oscurità, che ci spaventa di più.
Ci chiediamo: “chi sono io, per credermi brillante, stupendo, pieno
di talenti, favoloso?”
In realtà, chi sei tu per NON esserlo?
Sei un figlio di Dio.
Il tuo stare nel piccolo non aiuta il mondo.
Non c’è niente di illuminato nel raggrinzirti, così che le altre persone
non si sentano insicure vicino a te.
Sei fatto per risplendere, come i bambini.
Siamo nati per rendere manifesta la gloria di Dio che è in noi.
Non è solo in alcuni di noi: è in ognuno.
E quando lasciamo splendere la nostra luce,
inconsciamente diamo il permesso agli altri di fare lo stesso.
E quando ci liberiamo dalla nostra paura, la nostra presenza
automaticamente libera gli altri.