A Casa di Lucia | L’AUTUNNO DEL PATRIARCA
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L’AUTUNNO DEL PATRIARCA

Gabriel Garcia Marquez è noto a tutti principalmente come scrittore e come tale è giustamente passato alla storia. Ciò di cui si conosce meno è da dove provenisse, lavorativamente parlando. Non era figlio di un intellighenzia letteraria, né tantomeno aveva frequentato università illustri nelle quali distinguersi per retorica o scrittura. Gabo era un colombiano puro e come tale conosceva della sua terra misteri e leggende, provenienti per lo più dal suo lato materno: sua madre era una chiaroveggente e sua nonna una grande conoscitrice di leggende e fiabe sudamericane. Possiamo solo immaginare, per i motivi di cui prima, quanto le donne della sua vita abbiano influito sulla sua formazione immaginifica, che ha portato questo splendido scrittore alla scrittura di capolavori. 

Ma non è stato solo questo.

Gabo era soprattutto figlio della sua terra e dei suoi tempi e la Colombia, nonostante le sue enormi ricchezze naturali, ha attraversato periodi di grande fortuna e di profonde inquietudini nel corso del XX secolo. Marquez divenne giornalista da ragazzo anche per questo, per raccontare ciò che osservava e sentiva per le strade di Bogotà e Cartagena. Aveva conosciuto Fidel Castro a Cuba e sul campo aveva documentato quanto accadeva in Cile, a seguito del colpo di stato del colonnello e dittatore Augusto Pinochet nel 1973, memore del periodo di dittatura militare nel suo Paese. Ed è proprio su questa scia che, dopo il successo mondiale di Cent’anni di solitudine, scrisse tra il 1967 ed il 1975 L’autunno del patriarca. Come Cent’anni di solitudine anche nell’Autunno del patriarca il minimo comune denominatore è rappresentato dalla solitudine. Mentre in Cent’anni Aureliano Buendia viene narrato come un uomo introverso dedito ad imprese titaniche legate al continuo tentativo di spezzare il duro guscio della sua solitudine, ne Il patriarca il protagonista è un dittatore dagli anni imprecisati, solo e chiuso a causa del suo stesso potere. Il vizio del potere che ha cullato, inseguito e mantenuto con la bruta forza lo ha sostanzialmente isolato. Il timore di assalti e complotti lo ha reso sospettoso nei confronti di chiunque, ingannando la popolazione e ingaggiando un sosia, motivo per cui, quando questi muore, il popolo festeggia nella convinzione di essersi liberato dalla morsa della violenza e della costrizione. In realtà il patriarca è sempre lì, fermo ed immobile con il pugno ben stretto intorno alla pallina di vetro del suo potere.

Così come in Cent’anni di solitudine il movimento temporale risulta essere un pilastro fondamentale di tutta l’intera narrazione, allo stesso modo è proposta da Marquez ne L’autunno del patriarca la sovrapposizione di una misura temporale che segue regolarmente il ritmo degli avvenimenti  e di parabole temporali che anticipano il futuro o rimandano al passato, in un continuo inseguirsi del tempo.

Ogni capitolo de L’autunno del patriarca inizia con la morte del dittatore, e con uno sconvolgente anticlimax si torna poi alle sue terribili imprese.

Nelle pagine finali del libro vengono finalmente rivelati i penosi segreti del suo potere, divenuto dipendente e consumato da esso stesso.

“Imparò a vivere con quelle e con tutte le misure della gloria man mano che scopriva col passare dei suoi anni incalcolabili che la menzogna è più comoda del dubbio, più utile dell’amore, più durevole della verità, era giunto senza sorpresa alla finzione d’ignominia di comandare senza potere, di essere esaltato senza gloria e di essere obbedito senza autorità quando si convinse nella scia di foglie gialle del suo autunno che non sarebbe mai stato padrone di tutto il potere, che era condannato a conoscere solo la vita al rovescio … da questa parte di poveri dove c’era la scia di foglie gialle dei nostri incalcolabili anni di sfortuna e i nostri istanti inafferrabili di felicità, dove l’amore era contaminato dai germi della morte ma era tutto l’amore signor generale.”



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