16 Gen “UN VIAGGIO CHIAMATO AMORE” Lettere 1916 – 1918
Sibilla Aleramo, pseudonimo di Rina Faccio, quando incontrò per la prima volta Dino Campana, era famosa già da un decennio per il suo romanzo “Una donna”. Era definita l’errante perché non aveva mai sentito il bisogno di una casa e non lo sentirà fino a dopo i 50 anni quando sceglierà una sistemazione nella famosa soffitta di via Margutta. Amava viaggiare, nulla di avventuroso ma insolito per una donna sola. Per lei la solitudine era il modo di pacificarsi con sé stessa.
Dino Campana all’epoca, era invece un poeta ignoto, visionario e originale, un povero autore che cercava disperatamente di vendere il suo libro, i “Canti Orfici”, pubblicato grazie a una sottoscrizione nel 1914: sarà la stessa opera che lo manterrà vivo oltre la morte.
Dopo aver letto i Canti Orfici, Sibilla aveva scritto all’autore: “Chiudo il tuo libro, le mie trecce sciolgo”. Ella era sempre più affascinata dal disperato sforzo del poeta di cambiare la vita in poesia e viceversa. Anche lei credeva alla coincidenza della vita con l’arte e per questo amava come lui, Whitman.
Dopo un breve scambio di lettere decisero di incontrarsi: l’amore esplose, “una deflagrazione” lo definì 40 anni dopo il poeta Mario Luzi e non c’è parola più appropriata a descrivere l’incontro tra Sibilla Aleramo e Dino Campana.
Bruna Conti ha curato il libro “Un viaggio chiamato amore” l’epistolario autentico che Sibilla Aleramo e Dino Campana si inviarono tra il 1916 e il 1918 e che rivela i sentimenti, le ansie, le illusioni e le ferite emotive dei due protagonisti: passioni, paure, tenerezze, invocazioni, tradimenti, ricongiungimenti, botte e minacce, miseria e malattia, tutto sotto “un cielo fatto solo d’amore”, mentre la Prima Guerra Mondiale infuriava e i due attraversavano geograficamente e spiritualmente una relazione tumultuosa e appassionata.
Barco, con la sua natura solitaria e aspra, quanto sa esserlo l’Appennino in agosto, fa da cornice a quei primi giorni di magia irripetuta e irripetibile, a quel sogno d’amore, anticipato da Dino nel suo libro visionario.
“Passavano quelle ore di sogno ore di profondità mistiche e sensuali che scioglievano in tenerezze e grumi più aerei del dolore, ore di felicità completa che aboliva il tempo e il mondo intero”.
Il viaggio, attraverso il carteggio, prosegue a Faenza e Marradi, toccando paesi sperduti dell’Appennino, per poi continuare sulle colline di Firenze.
“I nostri corpi su le zolle dure, le spighe che frusciano sopra la fronte, mentre le stelle incupiscono il cielo. Non ho saputo che abbracciarti. Tu che m’avevi portata così lontano. [..] Tacere insieme, tanto, stesi al sole d’autunno. Ho paura di morire prima. Dino, Dino! Ti amo. Ho visto i miei occhi stamane, c’è tutto il cupo bagliore del miracolo. Non so, ho paura. È vero che m’hai detto amore? Non hai bisogno di me. Eppure la gioia è così forte. [..] Son tua. Sono felice. Tremo per te, ma di me son sicura. E poi non è vero, son sicura anche di te, vivremo, siamo belli. Dimmi. Io non posso più dormire, ma tu hai la mia sciarpa azzurra, ti aiuta a portare i tuoi sogni? Scrivimi!”
Il percorso diventa sempre più tortuoso, come le vicende alle quali si assiste, segnato da un continuo andirivieni fra Pisa, Livorno, Firenze e Sorrento. Il 1917, l’anno più duro della Grande Guerra segnerà i due protagonisti con il loro disperato tentativo di trovarsi e abbandonarsi, affidato ormai soltanto alle lettere che si incrociano fra la Toscana e il Piemonte.
Nel gennaio del 1918 il “viaggio chiamato amore” si interrompe davanti al cancello del manicomio di San Salvi, dove Dino Campana verrà ricoverato per alienazione mentale.
Le lettere di Dino Campana sono caratterizzate da un linguaggio spesso breve, intenso e diretto, attraverso immagini poetiche, segnato da forti stati d’animo, momenti di grande passione alternati a espressioni di dolore e fragilità causati dalla sua crescente instabilità mentale.
Sibilla Aleramo tende a scrivere di più, con riflessioni più articolate sul loro rapporto e sulla vita in generale, mostrando sensibilità, conflitti interiori e razionalità.
Questa differenza di stile crea un contrasto potente, che riflette non solo il carattere dei due autori ma anche le loro diverse visioni dell’amore. Il carteggio è considerato uno dei più intensi della letteratura italiana del Novecento. Il libro non è una semplice biografia, ma un’immersione in emozioni estreme attraverso un linguaggio poetico, rendendo giustizia alla fragilità di Campana e alla forza vitale dell’Aleramo.
Sibilla autorizzò la pubblicazione dell’epistolario solo nel 1958, poco prima della sua morte, avvenuta a Roma il 13 gennaio 1960: Niccolò Gallo convinse a fatica l’anziana scrittrice che ormai ottantenne, gli consegnò le sue lettere e quelle di Campana. Lo tempestò di ricordi e, grata, gli regalò gli autografi del poeta.