A Casa di Lucia | GISELLA PERL: L’angelo di Auschwitz
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GISELLA PERL: L’angelo di Auschwitz

Ci sono storie che mettono a dura prova l’idea stessa di etica medica, ribaltando i concetti di “bene” e “male” per come li conosciamo in tempo di pace. La storia di Gisella Perl, una ginecologa ebrea di origine ungherese, è esattamente una di queste. Conosciuta dolorosamente come “l’abortista di Auschwitz“, Gisella Perl ha dovuto compiere la scelta più straziante per un medico: interrompere centinaia di vite nascenti per salvare la vita delle madri.

Nata nel 1907 a Sighet (allora Ungheria, oggi Romania), Gisella era una donna determinata. A soli 16 anni si diplomò come prima della classe — unica donna e unica studentessa ebrea. Nonostante l’iniziale opposizione del padre, che temeva che gli studi scientifici le avrebbero fatto perdere la fede, Gisella si laureò in medicina e divenne una ginecologa di successo, stimata e felicemente sposata con un collega chirurgo.

Tutto cambiò nel 1944, quando la Germania nazista invase l’Ungheria. Gisella, insieme al marito, al figlio, ai genitori e a gran parte della sua famiglia, fu caricata su un treno merci. Destinazione: Auschwitz-Birkenau.

Una volta al campo, il famigerato dottor Josef Mengele notò le sue competenze e la assegnò all’ospedale da campo delle donne. Le condizioni erano disumane: nessun disinfettante, niente garze, niente acqua corrente, zero strumenti chirurgici.

Ben presto, Gisella scoprì una verità agghiacciante: le donne incinte ad Auschwitz venivano trattate con apparente gentilezza da Mengele, che le incoraggiava a farsi avanti promettendo razioni extra di cibo. In realtà, venivano portate via per essere sottoposte a esperimenti genetici letali o mandate direttamente alle camere a gas.

Fu in quel momento che la dottoressa Perl prese una decisione drammatica. Per salvare quelle donne dalla morte e dalle torture, doveva impedire che portassero a termine le gravidanze.

Operando di notte, sul legno nudo dei letti a castello delle baracche, completamente al buio e a mani nude, iniziò a praticare aborti clandestini. Nei casi in cui la gravidanza era troppo avanzata, induceva il parto prematuro, per poi dover sopprimere il neonato subito dopo la nascita.

Era un crimine secondo le leggi umane, un peccato secondo la sua fede, ma era l’unico modo per dare a quelle madri una possibilità di sopravvivenza. Se i nazisti lo avessero scoperto, sarebbero state tutte uccise sul posto.

Nel suo libro di memorie del 1948, “I Was a Doctor in Auschwitz”, la dottoressa Perl ha raccontato la cura psicologica, oltre che fisica, che cercava di offrire:

“Curavo le mie pazienti con la voce, raccontando loro storie bellissime, dicendo loro che un giorno avremmo festeggiato di nuovo i compleanni, che un giorno avremmo cantato ancora…”

Gisella Perl sopravvisse ad Auschwitz e alla successiva deportazione a Bergen-Belsen, dove fu infine liberata. Ma la libertà portò con sé una dolorosa scoperta: suo marito, suo figlio e i suoi genitori erano stati tutti uccisi nei campi. Sola e distrutta dal senso di colpa, tentò il suicidio.

Dopo un periodo di recupero in un convento in Francia, nel 1947 riuscì ad arrivare a New York.

Venne inizialmente sospettata dal governo americano di aver collaborato con i medici nazisti a causa del suo ruolo ad Auschwitz.

Dopo approfondite indagini, venne completamente scagionata e le fu riconosciuta l’assoluta integrità morale del suo operato.

Fu Eleanor Roosevelt in persona a incoraggiarla a tornare a esercitare. Diventò una stimatissima ginecologa al Mount Sinai Hospital di New York.

Nel corso della sua carriera successiva, specializzandosi nei trattamenti contro l’infertilità, aiutò a venire al mondo circa 3.000 bambini. 

Negli ultimi anni della sua vita, Gisella si trasferì in Israele per ricongiungersi con una figlia rimasta miracolosamente in vita (nascosta da una famiglia non ebrea durante la guerra), dove continuò a lavorare al Shaare Zedek Medical Center fino alla sua morte, avvenuta nel 1988.

La storia di Gisella Perl ci ricorda che persino nei luoghi più oscuri creati dall’uomo, l’umanità può trovare un modo per sopravvivere. Nonostante sia stata costretta a operare in un’area grigia della morale, la sua bussola interiore è rimasta sempre fissa su un unico obiettivo: proteggere le donne.

Oggi la sua figura è studiata nelle università di medicina di tutto il mondo come uno dei più complessi, dolorosi e straordinari esempi di etica medica e resilienza umana.



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