A Casa di Lucia | 125 ANNI DEL GRANDE EDUARDO
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125 ANNI DEL GRANDE EDUARDO

Com’era la Napoli di inizio Novecento? 

Pizza, sole, mandolino, sciuscià? 

Sicuramente città sventrata post unificazione.

Densa di cambiamenti urbanistici e sociali denunciati dai più illustri intellettuali dell’epoca. Ancora povera.

In difficoltà, dopo l’illusione del nuovo ordine costituito.

Il lungomare splendido che fece innamorare Goethe non era ancora stato colmato.

Il mare era ancora porto di pescatori e marinai. 

Qualche centinaio di metri più lontano dal mare viveva la gente dei quartieri popolari.

Viveva quei luoghi senz’aria, senza luce, senza igiene, respirando miasmi e bevendo acqua corrotta. Non era gente bestiale, selvaggia, oziosa; non era tetra nella fede, non cupa nel vizio, non collerica nella sventura.

Questo popolo, che adorna di nappe e nappine i cavalli dei carri, che si adorna di pennacchietti multicolori nei giorni di festa, che porta i fazzoletti scarlatti al collo, che mette un pomodoro sopra un sacco di farina per ottenere un effetto pittorico, amava i colori allegri.

Tra questo popolo e la riva del mare la Napoli di inizio Novecento custodiva un altro posto, un altro quartiere: Chiaia. Più luminoso, più elegante, ritrovo di intellettuali e nobili. In questa Napoli malridotta, povera, elegante e ricercata di inizio secolo, vide la luce una famiglia atipica e inconsueta per l’epoca, destinata a riscrivere la storia del teatro italiano.

In via Vittoria Colonna del suddetto quartiere nacque nel 1900 Eduardo De Filippo, figlio di Eduardo Scarpetta, noto commediografo.

Scarpetta rivoluzionò il teatro napoletano e con l’incasso di una sola opera, Miseria e nobiltà, guadagnò quanto oggi ammonterebbe a circa 5 milioni di euro (con una sola opera!). Fece questa fortuna perché rese il teatro indispensabile: per ridere, riconoscersi, capire. 

Un teatro utilissimo alla Napoli dell’epoca, desiderosa di poter ridere di sé e delle proprie contraddizioni.

Eduardo era anche figlio di Luisa De Filippo, di cui portava il cognome perché frutto, insieme ai suoi due fratelli Titina e Peppino, di un’unione extraconiugale. Luisa era nipote di Rosa De Filippo, moglie di Scarpetta. Una condizione, quella della illegittimità, che avrebbe condizionato e pesato per lungo tempo sui tre figli di Luisa. 

Eduardo crebbe alla corte del padre, nei suoi teatri, dove iniziò bambino a recitare le sue commedie più famose. Ben presto, ancora giovane, si rese conto che il teatro scarpettiano del suo fratellastro Vincenzo, succeduto a Scarpetta senior in seguito alla sua morte, non poteva soddisfare le sue esigenze di artista. Decise così di mettersi alla prova da solo. Prima a Milano, poi di nuovo a Napoli. Qui mise su la compagnia De Filippo insieme ai suoi fratelli Titina e Peppino. Erano gli anni Dieci e Venti del Novecento e Napoli pullulava di artisti che sarebbero entrati nell’olimpo del cinema e del teatro nazionale: Totò, Tina Pica, Nino Taranto. Tutti incrociarono la strada di Eduardo De Filippo, tutti condivisero con lui le assi del palcoscenico, condividendone successi e insuccessi iniziali. Con Totò, in quei primi anni Trenta, nacque una splendida amicizia destinata a durare fino alla morte del Principe De Curtis. Sia Eduardo che Totò mossero i loro primissimi passi da attori nei vari teatri di questa città: i camerini e i corridoi dei teatri San Ferdinando, Orfeo e Trianon fecero da sfondo agli albori della loro straordinaria amicizia.

I due grandi artisti, seppur giovanissimi, avevano già molto in comune.

Entrambi non se la passavano benissimo economicamente e sapevano fin troppo bene cosa volesse dire patire la fame.

Ma, a ben guardare, questa forse era una condizione comune a tantissimi napoletani in quegli anni.

Probabilmente ciò che più li univa era la loro condizione di Figli Illegittimi.

Eduardo era infatti, come già detto, frutto di una relazione clandestina del padre, il grande Eduardo Scarpetta. Ma lo stesso destino di figlio illegittimo toccò anche a Totò, che nacque dalla relazione tra Anna Clemente e il marchese Giuseppe de Curtis (fu riconosciuto solo da adulto, nel 1933). Mi piace immaginare questi due ragazzini, di sedici e quattordici anni, passeggiare per le strade della Napoli di inizio Novecento, magari dopo le prove di uno spettacolo. Mi piace pensare che si confidassero i loro sogni.

Chissà se già a quell’età si immaginavano che un giorno sarebbero diventati due grandi uomini di teatro e cinema!

Di quegli anni Eduardo De Filippo ci racconta un aneddoto curioso e dolce, che rende bene l’idea della profondità dello loro amicizia.

In un’intervista video, Eduardo racconta che quando aveva vent’anni, durante una trasferta a Palermo, si sentì male.

Il destino volle che nella stessa città si trovasse anche l’amico di sempre, Totò, in tournée a Palermo con un altro spettacolo.

Eduardo ci dice che Totò, proprio come farebbe un fratello, alla fine di ogni replica del suo spettacolo andava a trovarlo, improvvisandosi infermiere.

Il Principe della Risata, infatti, ogni sera gli preparava delle pezze calde da mettere sul corpo per sentire meno dolore.

E per farlo distrarre, gli raccontava delle barzellette.

Eduardo racconta che una volta, mentre lo medicava, Totò gli cantò “Il portavoce”, una macchietta napoletana.

Lo fece ridere così tanto da doverlo supplicare, scherzando, di andar via, perché tutto quel ridere gli faceva male.

Eduardo iniziò a girare, negli anni Trenta e Quaranta, per tutta Italia con i suoi due fratelli, scrivendo e mettendo in scena le sue indimenticabili commedie.

Il Principe della Risata, invece, iniziò ad essere sempre più impegnato nel mondo del cinema, diventando una star con i suoi divertentissimi film.

E in mezzo a tutto questo, ci fu il Fascismo e la Seconda Guerra Mondiale.

In un’epoca in cui la Paura la faceva da padrona, chi ha un grande cuore brilla di luce propria.

Durante la guerra continuarono infatti entrambi a mettere in scena i loro spettacoli, sfidando la censura nazi-fascista.

Si racconta che un giorno Totò venne a sapere da un amico che i nazisti erano intenzionati ad arrestare sia lui (che all’epoca lavorava al Teatro Valle di Roma) che i fratelli De Filippo che recitavano all’Eliseo.

Totò, prima di trovar rifugio presso delle sue conoscenze, avvisò della cosa il suo amico.

Fortunatamente, entrambi sopravvissero alla Seconda Guerra Mondiale e passarono indenni anche la miseria che il dopoguerra si portava appresso.

Con la fine della guerra il paese sentiva la necessità di tornare a ridere senza dimenticare il bagaglio di emozioni e povertà lasciati in eredità dalla guerra, così il grande produttore Dino De Laurentiis volle trarre un film da “Napoli Milionaria”, la grande commedia di Eduardo De Filippo.

Si racconta che De Laurentiis disse a De Filippo, senza mezzi termini: “Devi convincere Totò ad accettare una parte”.

Celebre è la risposta che Eduardo ricevette dal Principe della Risata: “Eduardo, con te lavoro gratis!”. A teatro negli anni a venire per Eduardo fu una successione di successi e sperimentazioni: Filomena Marturano, Mia famiglia, Bene mio Core mio e moltissimi altri, ripetuti centinaia di volte nei più grandi teatri nazionali e internazionali da compagnie estere che riconoscevano in De Filippo un moderno genio teatrale.

Negli anni in cui ebbe a soffrire la concorrenza dei fratellastri, in pieno fascismo negli anni Trenta, decise che per poter cambiare in meglio il suo repertorio, venandolo di aspetti più introspettivi e riflessivi, doveva necessariamente conoscere l’unico che avrebbe potuto dargli una prospettiva artistica differente: Luigi Pirandello.

L’incontro tra Pirandello e Eduardo avvenne nel 1933 al “Sannazzaro” di Napoli. L’amicizia fra i due durò tre anni, durante i quali la “Compagnia del Teatro umoristico” rappresentò Liolà e Il berretto a sonagli in versione napoletana.

Nonostante le influenze, si possono rintracciare significative differenze fra la concezione teatrale di Eduardo e quella pirandelliana; per evidenziarle può essere utile l’analisi della trasposizione in forma di commedia della novella pirandelliana “L’abito nuovo” (1937): una nuova vita (l’abito nuovo) cerca di scacciare la vecchia e ciò avviene solo quando il protagonista, il signor Crispucci, pur ferito dal tradimento della moglie, permette alla figlia di godere dell’eredità. Il pessimismo pirandelliano non scaturisce dalle strutture sociali ma dall’interiorità dei protagonisti, il pensiero diventa un chiodo fisso, l’affannosa ricerca di un senso in una realtà che sfugge e “non conclude”.

In Eduardo il motivo dell’onore e dell’orgoglio ferito si mescola con quello della “carne”, l’eredità diventa un pretesto comico ma diverso dall’ “umorismo” pirandelliano. Il dramma affonda nel sociale, nel contrasto tra classi, tra ricchezza e povertà.

Per la società la scelta del signor Crispucci è quella di un pazzo ma il protagonista, immedesimandosi nella “maschera” di folle creata dagli altri, brinda alla ricchezza ottenuta senza fatica: è il riso, amaro, di un uomo tradito. La “corda pazza” pirandelliana riaffiora, trasfigurata dalla “farsa tragica” tipica di Eduardo.

Il mito teatrale pirandelliano della maternità (La nuova colonia) ritorna in Filumena Marturano.

Filumena è una donna di origine plebea, ex prostituta si fa mantenere da Domenico Soriano e si comporta come una moglie, sacrificandosi per lui. A cinquant’anni Domenico vuole abbandonarla per sposare una giovane donna, ma Filumena gli fa credere di essere in punto di morte e di volerlo sposare come estremo desiderio. Domenico acconsente e solo dopo scopre l’abile inganno. La donna reclama i propri diritti, ha bisogno di essere mantenuta da Domenico, vuole garantire un futuro ai suoi tre figli avuti da uomini diversi. Nel momento dello scontro, Filumena confessa all’uomo che uno dei tre è suo figlio, senza però rivelare quale. Domenico accetta alla fine tutti e tre i figli, la donna piange, di gioia:“…’E figlie so’ ffiglie …E so’ tutte eguale…” 

Filumena Marturano è uno dei più grandi ritratti femminili della storia del teatro, un carattere completo, costruito con introspezione continua, alla ricerca di tutti i recessi dell’animo umano. Da prostituta a mamma, da mamma a moglie, attraverso le sofferenze, fino al trionfo dei sentimenti, alla ricomposizione finale.

In Pirandello, invece, il mito della maternità, forza suprema, si staglia su un fondo di desolazione totale, di cupo pessimismo.

Eduardo insomma non è stato solo un attore teatrale, è stato un lavoratore instancabile dell’animo umano, che ha analizzato, riflettuto, messo sotto una lente di ingrandimento, mettendolo sempre al primo posto. Mentre trascorreva la sua intera vita curvo sulla scrivania a scrivere e riflettere sui suoi personaggi da mettere in scena, i suoi matrimoni fallivano, con suo fratello Peppino non riusciva ad avere più alcun rapporto civile, sua figlia Luisella moriva in un tragico incidente ancora bambina, suo figlio Luca cresceva anche lui sulle assi del teatro con il peso sulle spalle di un’eredità gigantesca da portare avanti. Ormai anziano Eduardo, nel 1984, pochi giorni prima di morire rilasciò un’intervista nella quale ammise di aver vissuto la propria vecchiaia “ringiovanendo”, senza smettere mai di lavorare con passione, creatività ed energia. 

Tra un ricordo del passato e un progetto per il futuro, il cuore e la saggezza eduardiani emergono soprattutto nelle parole dedicate ai giovani, ai quali l’artista napoletano rivolge un’attenzione costante: lo dimostrano, nei suoi ultimi anni, l’attività di insegnamento presso il Centro Teatro Ateneo dell’Università “La Sapienza” di Roma e, in particolare dopo la nomina a senatore a vita nel 1981, il concreto impegno per i minori detenuti negli istituti di pena.



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