22 Set Leo Malet e la sua Trilogia nera
Leo Malet nasce a Montpellier nel 1909 e fin da subito, la vita gli riserva anni difficili.
Entro i primi tre anni d’età perde i genitori, entrambi malati di tubercolosi, e viene cresciuto dal nonno materno, da cui assorbe l’amore per la lettura.
A sedici anni decide che Montpellier gli sta stretta e scappa a Parigi per fare il cantante cercando fama e gloria nei cabaret di Montmartre. Trova, invece, la povertà fatta di lavori mal pagati, espedienti e nottate sotto i ponti. Per guadagnare qualcosa fa lo strillone, il manovale, il magazziniere, l’impiegato. Una scuola di vita le cui vicende prova a cantare nei cabaret come fanno molti altri ma, probabilmente per scarse capacità, non ha successo.
Sarà più avanti (proprio nella trilogia che vi presento questo mese) che quegli anni torneranno più vivi che mai nei personaggi, nei luoghi e nelle situazioni dei romanzi.
Malet non diventa un grande cantante come sognava, ma intanto entra in contatto con ambienti anarchici prima e con il surrealismo poi, facendo amicizia con Breton, Dalì, Prevert e incontrando Paulette Doucet, che sposa e con la quale fonda il Cabaret du poète pendu, dedicandosi alla poesia.
Neanche questa, però, si rivela la sua musa e dei suoi componimenti poetici rimane poca memoria.
Tra il 1940 e il 1941 Malet viene internato in un campo di concentramento in Germania a causa del suo passato da anarchico e dopo 18 mesi di prigionia torna a Parigi senza più risorse, ma scopre che può guadagnare scrivendo polizieschi ed è in quel periodo che inizia la fortunata serie di romanzi con protagonista l’investigatore Nestor Burma, personaggio iconico e fuori dagli schemi che somiglia molto, nel carattere, a Leo Malet.
Da lì Malet non smetterà più di scrivere, servendosi di diversi pseudonimi, anche se non ha mai avuto il “demone della scrittura”. A volte si diverte a scrivere, altre volte si annoia, ma i soldi gli fanno comodo senza avere chissà quale messaggio da trasmettere.
Spesso questo suo modo di agire la scrittura gli ha procurato l’irritazione di quei lettori che vorrebbero la narrativa noir come interpretazione della società. Vero è che lo stesso Malet non ci crede più di tanto, prova ne sia la sua discontinua svogliatezza e una certa ripetitiva ironia.
Nel 1949 i surrealisti lo espellono dal movimento accusandolo di essere diventato “seguace di una pedagogia poliziesca”, qualunque cosa voglia dire.
Ciò nonostante la serie di thriller con l’investigatore Nestor Burma riscuote grande apprezzamento da parte del pubblico, anche se Malet non completa il ciclo di 20 romanzi (uno per ogni arrondissement di Parigi), fermandosi a 15. Ne verrà tratta una serie TV e ottimi fumetti.
La critica, come al solito, impiegherà più tempo a dare il giusto rilievo a uno dei nomi più importanti della narrativa poliziesca.
Leo Malet ci ha lasciato il 3 marzo 1996 dopo una vita vissuta come lui desiderava e non come gli altri avrebbero voluto che fosse.
L’opera di cui vi parlo oggi è considerata il capolavoro di Leo Malet:
TRILOGIA NERA
La vita è uno schifo
Il sole non è per noi
Nodo alle budella
Dimenticate la ville lumière, gli artisti di Montmartre, i bohemien, gli Champs Elysees.
Abbandonate le eleganti indagini del commissario Maigret o le furbe ruberie del ladro gentiluomo Arsenio Lupin.
In questi romanzi sono i malavitosi a raccontarsi in prima persona. Le indagini ufficiali trapelano appena dagli articoli dei giornali che si inseriscono nello loro esistenze complicate, oscurate da un destino che pare già scritto, impossibile da alterare per quanti sforzi si facciano.
Giovani e vecchi che vivono le loro fosche vite in vicoli dimenticati, tra abitazioni fatiscenti e bettole maleodoranti, dove la “vita fa schifo”e il sole (quando c’è) è un astro pallido, “usato”, poiché qualcuno di certo più fortunato ha già preso la parte di splendore per sé.
Famiglie in cui i ruoli di genitore, figlio, fratello, sorella sono soltanto nominali e possono diventare all’occorrenza amanti, aguzzini, ruffiani tra loro e con altri.
Luoghi in cui ciò che si tracanna non è certo champagne, ma un vinaccio buono per ottenebrarsi, per dimenticare chi si è e dove si vive.
Situazioni in cui uccidere è la cosa più logica da fare, laddove la logica è piegata all’inevitabile.
Esistenze talmente avvezze al peggio che, quando una possibilità di speranza vi si insinua, viene all’inizio accolta con entusiasmo, ma lascia subito spazio al dubbio insistente che sia solo un’altra fregatura, che dietro la maschera luminosa di un’occasione di riscatto si nasconda l’ennesima discesa all’inferno quindi, invece di aspettare che l’inevitabile accada, meglio agire da sé eliminando il miraggio di una vita diversa.
Infine, l’unica via è capitolare, arrendersi alla certezza che solo la prigione sempre paventata ma inconsapevolmente cercata o (perché no?) la morte possano concedere la pace, l’oblio che una vita vissuta ai margini più infimi non può accordare.
Se volete leggere un noir nero per davvero, questa trilogia fa per voi.
Buona lettura!