05 Ott PAPYRUS: l’infinito in un giunco
“ Misteriosi gruppi di uomini a cavallo percorrono le vie della Grecia. Gli agricoltori li osservano diffidenti dai campi o dalla soglia di casa. Sanno per esperienza che solo la gente pericolosa viaggia: soldati, mercenari o trafficanti di schiavi. Si accigliano e borbottano finché non li vedono tornare a inabissarsi nell’orizzonte.
[…] Non solo chi popola le campagne e sta seduto a curiosare sull’uscio di casa, ma anche mercenari e banditi spalancherebbero occhi e bocca dall’incredulità, se sapessero di cosa vanno in cerca quei forestieri a cavallo.
Libri. Cercano libri.
Era il segreto di corte custodito con maggior cura. Il Signore delle Due Terre, uno degli uomini più potenti dell’epoca, avrebbe dato la vita (quella degli altri; con i sovrani succede sempre così) pur di entrare in possesso di tutti i libri del mondo, per la sua grande Biblioteca d’Alessandria. Rincorreva il sogno di una biblioteca assoluta e perfetta, un luogo in cui riunire tutte le opere di tutti gli autori dall’inizio dei tempi”.
Così inizia questo interessantissimo saggio sulla nascita del libro nel mondo antico, scritto come un romanzo da Irene Vallejo, appassionata studiosa del mondo classico.
Quando si parla della storia dell’umanità solitamente, a meno che non si compiano studi specifici sulle lingue, si pone l’accento sulle guerre e di queste sulle battaglie significative, le conquiste territoriali, i trattati tra Stati e via così, ma c’è stato qualcosa che si muoveva silenzioso eppure travolgente nell’esistenza dell’uomo: l’esigenza di lasciare un’eredità scritta del pensiero e delle vicende umane perché, se fossero rimaste solo pensiero, sarebbero andate perdute come petali di fiori nel vento.
Non è stato un progetto pensato, ma piuttosto il moto autonomo della mente che ha guidato le mani, come il battito cardiaco è il movimento involontario del muscolo cuore che fa scorrere il sangue nelle vene.
Dopotutto anche i disegni rinvenuti sulle pareti di antichissime caverne avevano questo scopo, raccontare momenti di vita vissuta. Un grande animale, piccoli uomini con lance e frecce, qualcuno di loro a terra, poi l’animale ucciso. Chi fosse passato di lì avrebbe “letto” su quella parete rocciosa la storia di una battuta di caccia ricavandone anche altre informazioni: nella zona vivevano altri uomini, quali armi usavano e quali animali popolavano il territorio. Ma, di sicuro, non era una lettura fruibile a tutti. Solo chi fosse entrato nella caverna avrebbe potuto “leggere” l’accaduto. Altri viaggiatori meno attenti o solo un po’ più lontani non avrebbero potuto cogliere quell’opportunità di conoscenza.
Da quei lontani disegni-storia ai romanzi scritti passarono secoli durante i quali gli esseri umani hanno cercato la maniera di tramandare il pensiero, le scoperte, le invenzioni, la vita come si svolgeva.
Mi domando dove saremmo oggi se non avessimo avuto la costanza di insistere a cercare metodi sempre più semplici di lasciare in eredità ciò che volevamo si conoscesse.
Decenni e decenni passarono prima di avere testimonianze scritte sulle tavolette di Babilonia del 600-500 a.C. che rimanevano comunque ancora nella più totale scomodità d’uso.
C’era però un paese, l’Egitto, che si affacciava sul Mediterraneo dove abbondava una pianta, che i suoi abitanti avevano imparato a trattare fin dal 3° millennio a.c. per ricavarne strisce che opportunamente lavorate diventavano lunghi fogli su cui si poteva scrivere. Di quella pianta l’Egitto deteneva il monopolio con le sue otto differenti qualità: il Papiro.
Attraverso gli scambi commerciali quei lunghi fogli arrivarono in Grecia e qualcosa cambiò nel modo di raccontare storie.
Fino ad allora, infatti, molti aedi viaggiavano per villaggi e città raccontando storie di guerra, di re, regine e Dei e le narrazioni erano di tutti e di nessuno. Ogni aedo aggiungeva o toglieva fatti e personaggi a suo piacimento senza che nessuno avesse da ridire o che si accorgesse dei cambiamenti.
Quando le storie passarono dall’essere solo fiato che si disperdeva nell’aria a parole fissate su un supporto materiale, si fecero anch’esse materia e andavano raccontate così come erano scritte.
Iliade e Odissea attribuite ad un mai veramente conosciuto scrittore, Omero, furono le prime narrazioni a godere di questo privilegio: parole che sarebbero andate perse, impresse sulle strisce di papiro erano destinate a diventare, invece, imperiture.
Irene Vallejo ci prende per mano e ci conduce con la maestria che le regala la sua passione per il mondo antico e lo studio profondo che ne deriva, lungo i primi secoli dell’esistenza di scritti e il passaggio lento ma inarrestabile dalle tavolette ai papiri, ai libri, i successi e le traversie che da sempre hanno caratterizzato gli autori, i loro scritti e gli edifici che li hanno ospitati. L’autrice ci fa seguire passo passo l’evoluzione dal papiro usato per secoli seppur scomodissimo, costoso e facilmente deperibile, alla forma libro che teniamo tra le mani, oggi, e ci fa assistere alla nascita dei luoghi deputati alla raccolta, la lettura, la vendita e alle figure professionali e non che via via si sono originate, autori, copisti, bibliotecari, catalogatori, rilegatori, librai, onesti collezionisti ma anche falsari e contrabbandieri.
Grazie a frequenti salti temporali tra gli antichissimi lettori e quelli odierni, la Vallejo ci testimonia in scioltezza che molte delle azioni compiute dai lettori di oggi altro non sono che la versione 2.0 di quelli di millenni fa.
Un libro, questo, che dovrebbe essere caro a mio parere, a tutti quelli che amano la lettura poiché siamo lì, dentro Papyrus. Ognuno di noi può viaggiare indietro nel tempo con l’immaginazione e vedere seduto su una panchina, all’ombra di un porticato sorretto da bianche colonne, un nostro antenato intento a leggere srotolando un papiro.
“L’invenzione dei libri è stata forse la vittoria più grande mai riportata nella nostra lotta contro la distruzione. Ai giunchi, alla pelle, agli stracci, agli alberi abbiamo affidato la sapienza che non eravamo disposti a perdere. Grazie al suo aiuto, l’umanità ha sperimentato un’incredibile accelerazione della propria storia, dello sviluppo, del progresso. […] Come dice Stefan Zweig nel memorabile finale di “Mendel dei libri”: I libri si scrivono solo per legarsi agli uomini al di là del nostro respiro e per difendersi così dall’implacabile avversario di ogni esistenza: la fugacità e l’oblio”.