A Casa di Lucia | Ottobre è il mese della prevenzione al Bullismo
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Ottobre è il mese della prevenzione al Bullismo

«Non bisogna mai stare in silenzio, in qualunque luogo e in qualunque situazione. Il silenzio aiuta il bullo, mai la vittima.»   (Fabrizio Caramagna)

 

C’erano una volta i bulli e le pupe…

Oggi invece il bullo è diventato il persecutore, il diffusore di violenza gratuita e prevaricazione ai danni del più debole.

Il mese di ottobre segna il World Bullying Prevention Month, un’iniziativa internazionale fondamentale per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’impatto del bullismo e del cyberbullismo tra i giovanissimi. In un’epoca in cui i confini tra vita reale e digitale si sono azzerati, comprendere l’evoluzione delle prevaricazioni giovanili è il primo passo per contrastarle in modo efficace.

Gli studi sul bullismo nascono tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’90 grazie al lavoro del docente e psicologo svedese Dan Olweus, considerato il padre fondatore della ricerca scientifica sul tema. Olweus fu il primo a definire il bullismo non come un semplice “gioco da ragazzi” o una bravata, ma come un’aggressione sistematica e intenzionale basata su un’asimmetria di potere tra vittima e carnefice.

Il movimento globale di sensibilizzazione, tuttavia, deve la sua nascita a un episodio emblematico accaduto in Canada nel 20027, in Nova Scotia. Un ragazzo del primo anno di liceo venne pesantemente sbeffeggiato e minacciato per aver indossato una polo rosa a scuola. Due studenti, Travis Price e David Shepherd, decisero di intervenire. Acquistarono 50 magliette rosa e invitarono tutti i compagni a indossarle il giorno seguente, creando un’ “ondata rosa” di solidarietà che paralizzò i bulli.

Proprio da questo gesto nacque il movimento globale. L’iniziativa, infatti, diede vita al Pink Shirt Day. Negli anni successivi, l’organizzazione americana STOMP Out Bullying ha formalizzato ottobre come il World Bullying Prevention Month, introducendo il World Day of Bullying Prevention (celebrato il primo lunedì di ottobre indossando una maglia blu). In Italia, la sensibilizzazione trova spazio anche nella giornata nazionale del 7 febbraio con la campagna del “Nodo Blu“.

Il bullismo non è rimasto statico; si è adattato all’evoluzione della tecnologia e delle piattaforme social.

Ecco le principali differenze.

Bullismo tradizionale:

  • Luogo: Fisico (scuola, cortile, tragitto casa-scuola)
  • Tempo: Limitato all’orario scolastico o di ritrovo
  • Pubblico: Spettatori presenti sul momento
  • Identità: L’aggressore è noto alla vittima

 

Cyberbullismo & Social Era:

  • Luogo: Virtuale (chat di gruppo, TikTok, Instagram, gaming)
  • Tempo: Continuo, h24/7 giorni su 7, anche dentro casa
  • Pubblico: Potenzialmente illimitato (viralità dei contenuti)
  • Identità: Possibile anonimato o profilo falso (fake account)

 

Negli ultimi anni, in Italia e in diverse città europee, la cronaca e la sociologia giovanile hanno acceso i riflettori sulla subcultura urbana nota come “maranza”. Nata tra i banchi di scuola e le periferie, questa sottocultura si caratterizza per uno specifico dress code (tute sportive di marca, borsello a tracolla, ciabatte con calzino, tagli di capelli definiti) e per l’ascolto di musica drill e trap.

Sebbene l’appartenenza a questo stile sia per la maggior parte dei giovani una semplice moda passeggera o un’identità di gruppo, in diversi contesti urbani si manifestano derivazioni legate a forme di bullismo di strada e di gruppo:

  • Il branco come palcoscenico: Le azioni di disturbo, intimidazione o piccola rapina nei confronti di coetanei più fragili o isolati non nascono solo da intenti criminali, ma dall’esigenza di affermare il proprio “status” all’interno del gruppo.
  • Aggressività spettacolarizzata: A differenza del bullismo del passato, oggi l’atto di prevaricazione viene costantemente filmato dai complici. La violenza diventa content: il video viene editato con tracce musicali di tendenza e caricato su TikTok o Instagram per accumulare visualizzazioni, follower e “rispetto” virtuale.
  • L’effetto di desensibilizzazione: La ricerca del clout (la popolarità social) porta ad azzerare l’empatia verso la vittima, percepita non più come un compagno di scuola, ma come un semplice figurante di un contenuto virale.

La ricorrenza di ottobre ci ricorda che reprimere le manifestazioni aggressive non basta: occorre intervenire sulle cause profonde. Istituzioni scolastiche, famiglie e piattaforme digitali devono collaborare per insegnare ai ragazzi l’uso consapevole della rete, il rispetto dell’altro e il valore dell’empatia, trasformando la cultura del “guardare e filmare” in una cultura della responsabilità attiva.



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